Delta

[Articolo già pubblicato su Specularia Numero Zero]

Ero ancora giovane quando lasciai il lavoro a cui ero costretta per pagarmi l’affitto in cerca di un’occupazione che fosse meno monotona e divorante. Senza un lavoro mi scoprii però incapace di immaginare il mio ruolo nella cittadina in cui vivevo, di indovinare il comportamento che i miei concittadini si aspettavano da me, e presto non seppi più come reagire alle conversazioni più banali. Avevo perso la mia famiglia di origine, la casa dov’ero vissuta insieme a loro era vuota ormai da anni e, tolta una relazione sentimentale di cui ormai faticavo a capire il senso, non avevo nessuno che mi trattenesse. Con i miei risparmi acquistai un mezzo di trasporto, guidai fino allo svincolo autostradale e iniziai la mia esistenza da nomade.

Mi mossi attraverso sequenze ricorrenti e interminabili di lunghi rettilinei, aree di parcheggio e stazioni di servizio, connessi tra loro in un continente parallelo, una filigrana grigia tra le aree più civilizzate. Non erano luoghi abbandonati o risparmiati dallo slancio della civilizzazione: la loro desolazione era una conseguenza della loro natura inconsistente, inadatta a ospitare qualcosa di durevole. Qua e là si vedevano ancora i tentativi di trasformare quelle distese sterili in una geografia più definita: resti di villaggi abbandonati, grappoli di case vuote in cui si aggiravano ombre ispide e feroci, torri corrose dalla sabbia di hotel di lusso che ondeggiavano nell’aria rovente, i grovigli di tubi arrugginiti di una raffineria, lo scintillare di alluminio di un centro commerciale invaso dalla vegetazione, dove ombre curiose mi osservavano attraverso le vetrate infrante inclinando le teste cornute.

Con gli anni imparai a spegnere la radio lungo i tratti disseminati di carcasse di automobili e camion, ormai vuote e ossidate, dove le sole trasmissioni erano sequenze di numeri di cui non conoscevo il senso, oppure jingle infantili, lenti e ipnotici, simili a ninnananne; imparai a stare lontana dalle scatole bianche, cabine color neve e prive di aperture che si ergevano in lontananza, spuntando come funghi dalla crosta del terreno; e imparai a non seguire le ferrovie dalle traverse rosse, che comparivano nottetempo come costruite da operai invisibili.

I nomadi che insieme a me percorrevano i territori di passaggio mi aiutarono a sopravvivere; mi condussero in parcheggi isolati, piastre di cemento in mezzo al nulla illuminate da un solo lampione, dove strinsi la mano a uomini in abiti formali, risposi alle loro domande e finsi di capire le loro minacce. Per loro, feci la spola tra fabbriche simili a scatole di cemento e magazzini e aree industriali ai margini delle grandi città, o a volte tra hangar identici, in rovina e deserti, trasportando carichi che, come una funzione corporea imbarazzante, dovevano restare invisibili al mondo che un tempo abitavo. Ricordo una collezione di quelli che sembravano libri contabili, rinchiusa in una cassa di vetro, che trasportai fino a una chiesa abbandonata; per la settimana successiva alla consegna avvertii una strana persistenza sul fondo della mia coscienza, una tendenza irresistibile a convertire ciò che vedevo in colonne di numeri, con un’associazione che mi fu in seguito impossibile riprodurre. Una volta trasportai una fila di corpi avvolti nella plastica e per tutto il tempo fui obbligata a coprirmi le orecchie; più volte, durante il viaggio, mi parve di sentire una voce pronunciare il mio nome. Ma la maggior parte delle volte il carico era chiuso in casse di legno o d’acciaio, e non avevo idea di cosa fosse. Per lo più non mi importava.

Quando la solitudine mi assottigliava fino a rendermi trasparente facevo rotta verso un incrocio. Lì, tra i refoli di neve e di sabbia che soffiavano dalle pianure, accanto a un chiosco mobile venuto da chissà dove per servirci da bere e da mangiare, sedevo in mezzo ai capannelli di schiene curve e impolverate e partecipavo alle conversazioni rituali.

Conobbi un autotrasportatore; a differenza degli altri nomadi, lo faceva di mestiere e non come compromesso per restare in viaggio. Quando riconoscevo le sue spalle quadrate e la testa china avevo voglia di ridere e battere le mani. Succedeva due, tre volte all’anno. L’odore della sua pelle, la voce che vibrava nel suo torace e attraverso il mio, mi restituivano un presente dopo decine di giorni annullati dalla monotonia del viaggio e del paesaggio. Quando mi toccava mi restituiva un corpo; quando parlavamo tra noi, mi sorprendevo del suono della mia voce. Durava solo qualche ora: se avessi proiettato quel presente un po’ più lontano sarei finita per annaspare nel vuoto. Ma la speranza di incontrarlo mi giustificava; era la promessa che l’evanescenza e la monotonia dei territori di passaggio nascondessero qualcosa, uno scopo che poteva ancora essere scoperto.

Mi mostrò ciò che aveva dipinto nell’interstizio nascosto tra la cabina e il rimorchio, che per un autotrasportatore è il punto più sacro del suo mezzo. Era un paesaggio verde e azzurro, il luogo in cui sognava di stabilirsi quando avesse trovato il coraggio di affrontare una vita fuori dai territori di passaggio. Mi chiese se anch’io avessi un sogno, un posto dove mi sarebbe piaciuto andare, ma non seppi o non volli rispondere.

Sparì nel nulla. Da quello che mi dissero i nomadi agli incroci, abbandonò il suo camion su un lato della strada, in un punto qualsiasi in mezzo al niente, le chiavi ancora nel quadro, le cartine e i documenti nel vano del cruscotto. Quando il rimorchio fu rimosso si scoprì che aveva cancellato il paesaggio verde e azzurro con secchiate di colore rosso e aveva inciso una scritta nella vernice ancora fresca. Per qualcuno era un messaggio, anche se nessuno concordava su cosa dicesse. Altri sostenevano che fosse in una lingua o in un alfabeto sconosciuto, altri ancora che fosse solo una sequenza di numeri, forse di coordinate – sebbene già allora, nei territori di passaggio, le coordinate stessero smettendo di avere un senso.

Un uomo che era stato un biochimico, e che adesso girava su una jeep militare vestito come una diva del cinema muto, credette di riconoscerlo tra gli eremiti che vivevano in una base militare in disuso dove erano stati condotti alcuni esperimenti di manipolazione psicologica. Cercai la base ma non mi riuscì di trovarla. O forse la trovai, chi può dirlo. A quel punto era facile che un luogo andasse perso nei territori di passaggio. La loro instabilità era aumentata, la loro superficie si era espansa, le strade continuavano a spostarsi. Un giorno arrivai a un grappolo di cubi di cemento in cui si aprivano lunghe feritoie orizzontali, ma non c’era nessuno a parte una creatura aracnoide, che forse era stata un essere umano, di cui vidi solo le gambe rosee, lunghe diversi metri e con numerose articolazioni, che ondeggiavano dietro l’angolo di un container.

Col tempo la speranza di ritrovarlo sbiadì. Il peso della sua assenza si alleggerì e si spense, così come il senso di tradimento, diretto a niente in particolare, che avevo provato alla sua perdita. I territori ripresero a scorrere al di là dei finestrini, sparendo in sfumature color asfalto.

Fu in quel periodo che comparvero uomini che giravano su pesanti mezzi militari, arrancando nel peso delle loro uniformi attraverso il niente sempre uguale delle strade e delle pianure. Avevano le voci strozzate e il respiro corto di chi non è abituato alla rarefazione dei territori di passaggio. Circondavano i nomadi per interrogarli. Le loro domande erano oblique e indirette. Chiedevano di oggetti e mezzi di trasporto, a volte di edifici isolati che avevamo incontrato lungo la strada.

A volte sembravano cercare qualcuno in particolare, con un nome comune che non ricordo.

A un incrocio ne incontrai una squadra, nitidi da far male agli occhi contro il paesaggio intermittente. L’uomo che aveva più placche sull’uniforme passò una buona mezz’ora a farmi domande. Quando esigette indicazioni più precise mi trattenni dal ridere. Essere precisi nei territori di passaggio era come dare forma all’aria. Una volta che ebbe finito con me, o si fu arreso, radunò i suoi uomini e li contò. Li contò tre volte. Abbaiò e chiese dove fosse l’uomo che mancava. Come per vendetta rivoltò il mio mezzo, spargendo le mie cose nella polvere. Poi contò di nuovo i suoi uomini. Stavolta prese un soldato per la collottola, gli chiese chi accidenti fosse e cosa ci facesse lì con loro. Il soldato dette delle risposte ovvie. L’ufficiale allora ripeté la conta e stavolta decise che tornava. Mi indicò e minacciò di mettermi contro un muro e fucilarmi. Non so perché volesse farlo. Poi se ne andò insieme ai suoi uomini e non li rividi più.

Ancora non prendevo sul serio gli avvertimenti dei nomadi, che sconsigliavano di avvicinarsi o di appropriarsi degli oggetti e dei mezzi di trasporto abbandonati sulla strada, specie se erano già appartenuti a qualcun altro. Ancora non sapevo che nei territori di passaggio niente andava perso, e i residui della vita che qualcun altro aveva cercato di abbandonare non restavano inerti.

Accanto ai resti arrugginiti di un incidente aereo raccolsi una ragazza brunita dalla vita di strada e insieme a lei percorsi la costa occidentale dall’alto in basso. Non avevamo molto in comune a parte i nostri corpi imprecisi e l’assenza di piani.

Un giorno ci fermammo a una stazione di servizio accanto al deserto. Volevamo fare rifornimento prima di raggiungere l’oceano e una stazione balneare abbandonata, che distava solo qualche decina di miglia. Insieme a noi, in piedi accanto alle pompe, c’era un uomo con una bandana militare, così prosciugato dal sole o dal tempo che non riuscimmo a indovinarne l’età. Indossava solo dei bermuda e un paio di scarponi, nei quali le sue gambe a stecco sparivano come canne in uno stagno. Era così sottile che ondeggiava al vento e sembrava che solo quegli scarponi enormi gli impedissero di essere soffiato via. Gli offrimmo da mangiare ma lui rifiutò. Aveva una voce di sabbia e ghiaia che strideva contro i timpani. Decidemmo di lasciarlo in pace; subito dopo una raffica di vento improvvisa scoperchiò una baracca di lamiera. Ci rifugiammo nel mio mezzo, anche se la tempesta era così violenta che probabilmente non ci avrebbe protette per niente.

La raffica però durò solo un attimo. Quando il vento si fu calmato l’uomo con la bandana militare non c’era più. Lo cercammo dappertutto ma alla fermata non ce n’era traccia. Attorno a noi c’era solo il deserto, pianure squamate dal sale sopra le quali pulsava l’aria liquefatta dal calore. L’uomo sembrava essersi dissolto nel vento come un castello di sabbia. Restavano solo i suoi scarponi.

La ragazza con cui viaggiavo insistette per indossarli. Lo trovai strano da parte sua perché preferiva camminare scalza ed era fiera dei suoi piedi incalliti. Eppure disse che erano scarponi robusti, che erano in buono stato e che sarebbe stato un peccato lasciarli lì. Così li infilò e li allacciò. All’inizio sembrò solo ridicola, una ragazza bruciacchiata dal sole che indossava un cappello da cavalleria militare, un costume da bagno e quei grossi stivali da escursione. Ma quando fu il momento di ripartire si rifiutò di salire a bordo. Mi guardò come se faticasse a mettermi a fuoco. Poi lasciò cadere lo zaino e partì in direzione opposta, verso l’entroterra. La chiamai ma lei continuò a camminare attraverso la salina come se non mi avesse udita.

Mi allontanai dalla stazione di servizio e la raggiunsi. Le chiesi cosa le fosse preso, dove volesse andare, se voleva che la seguissi, ma lei non rispose. Non sorrideva più e guardava un punto davanti a sé, oltre l’orizzonte.

Proseguì fino a notte fonda, quando si fermò in una spianata cosparsa di cespugli spinosi dove si rannicchiò a terra e si addormentò. Mi strinsi accanto a lei, sperando che non mi scacciasse. All’alba mi svegliai e scoprii che era ormai un puntino all’orizzonte, a malapena distinguibile dai cespugli. Corsi per raggiungerla, ferendomi sulle spine.

Quella notte mentre dormiva le slacciai gli scarponi e tirai per sfilarli. Allora lei si svegliò e si mise a urlare. Urlò così forte, artigliandosi il volto e pregandomi di smettere, di smettere per amor del cielo, era come se la stessi scorticando viva, che non mi lasciò scelta. All’alba si svegliò e si rimise in cammino.

Le mie scarpe si erano disfatte e per giorni interi camminai scalza. Volevo che tornasse indietro insieme a me, verso l’oceano, dove avremmo continuato a vagare per la costa, dormendo sotto le stelle, rubando dalle reti dei pescatori e bagnandoci alle onde gelide del primo mattino. Sospettavo che in qualunque posto lei stesse andando non avrei potuto seguirla, e desiderai trovare un paio di scarponi come i suoi, perché allora avremmo camminato fianco a fianco fino alla fine della strada. Ma quando le vesciche annerite dal catrame si infettarono, e ormai vacillavo per la febbre, mi rassegnai a rubare un paio di scarpe sportive che asciugavano fuori da una tenda.

La pregai di spiegarsi. La pregai di dirmi dove voleva andare, cosa avesse intenzione di fare. La pregai di lasciarmi andare, di ammettere che non mi voleva più, di scacciarmi come un cane.

Gli orli degli scarponi scavavano solchi nei suoi polpacci. Continuò verso est, in un percorso che andava in linea retta attraverso il deserto, le pianure, le grandi città. Che attraversassimo una piana desolata o i canyon di cemento delle metropoli non staccava mai gli occhi da un punto oltre l’orizzonte.

Beveva dalle pozzanghere. Mangiava ciò che trovava sulla strada: la frutta marcia nei fossi, i resti nei cestini della spazzatura. Un giorno divorò un animaletto che era stato ucciso dalle auto in corsa, uno di quei mammiferi privi d’occhi, implumi e simili a vermi che già allora si trovavano nei territori di passaggio.

Quando le stavo accanto, il mondo attorno a noi cambiava. Udivo delle voci che parlavano in una lingua e con dei suoni che non avevo mai udito, come eco profonde che risuonavano in lunghi tubi di ferro. A volte scorgevo delle ombre, masse scure e traslucide che si sollevavano contro il cielo attorno a noi, vacillando sulle pianure come miraggi: a volte mi sembravano montagne, a volte titanici macchinari in funzione, e nelle loro viscere metalliche credevo di udire il roteare di ingranaggi grandi come città.

Arrivammo alla costa orientale. Lei si acquattò a dormire sotto una panchina nel parco di una grande città e io mi sdraiai insieme a lei. La abbracciai, la baciai, le dissi addio.

La mattina dopo mi svegliai e la seguii fino alla spiaggia. In un ultimo tentativo di resistenza mi parai davanti a lei per impedirle di continuare. Mi passò attraverso come uno spettro o un riflesso. Entrò nell’oceano color cemento. Fendette l’acqua senza sforzo, come se gli scarponi la ancorassero al fondo, finché la sua testa e i suoi capelli bruciati dal sole non sparirono tra le onde.

Tornai alla costa occidentale. I territori di passaggio sembravano rimpicciolire sotto di me, come se fossi divenuta un gigante e potessi percorrere molti chilometri con un solo passo. Eppure dovette essere un lungo viaggio, perché il sole mi essiccò fino all’osso. Un giorno avvistai l’area di sosta dalla quale ero partita, identica a tante altre, un ritaglio di cemento contro un orizzonte color cartapesta, e vidi che il mio mezzo era ancora dove l’avevo lasciato.

Presso i nomadi le condizioni del proprio veicolo sono un indicatore di igiene fisica e mentale, e guardando il mio provai vergogna: le zanzariere erano chiazzate, la vernice cadeva a scaglie scoprendo una carrozzeria bucata dalla ruggine. Il portellone era aperto e il vento lo sbatteva ritmicamente contro la fiancata. Per qualche motivo, forse per lo stordimento, mi parve che quell’aprirsi e chiudersi avesse il ritmo ipnotico di un invito, lo stesso che a volte percepivo nelle sequenze di numeri trasmesse alla radio.

L’erogatore era infilato nel serbatoio. Il distributore aveva smesso di pompare e ronzava in attesa, come se mi fossi allontanata solo qualche minuto prima. Mi avvicinai alla porta che sbatteva e vidi, a intermittenza, alcuni scorci dell’interno: capii allora che qualcun altro aveva preso il mio posto. Vidi una cucina, due poltrone davanti a una televisione accesa, un crocifisso, un posacenere da cui si alzava un filo di fumo. Chiamai e nessuno rispose. Afferrai la porta prima che colpisse di nuovo la fiancata, salii i gradini e sporsi la testa all’interno. Il primo impulso fu quello di andarmene: nell’odore di disinfettante, nelle superfici lucide, nei simboli religiosi appesi alle pareti intuii la presenza di una trappola, il travestimento di qualcosa di malevolo che si fingeva innocuo. Tuttavia non appena udii la canzone trasmessa dalla radio la sensazione di ostilità sfumò in una strana stanchezza, una pesantezza dell’aria simile alla noia. Era una canzone che non conoscevo, in una lingua che non era la mia, ma all’improvviso mi parve familiare e pregna di ricordi come se l’avessi ascoltata molte volte al giorno in un periodo decisivo della mia vita.

Salii i gradini ed entrai. Incollate alle ante della cucina c’erano targhe colorate con citazioni bibliche che vedevo per la prima volta e che tuttavia mi ispirarono un senso di tedio e di sicurezza, come se stessi rientrando in una casa che non amavo, ma che era pur sempre la mia.

Da dietro la tenda che separava il retro dalla cabina di guida risuonò una voce. Pronunciò un nome che consisteva in una sillaba sgraziata, con un forte accento delle campagne che avevo già udito nelle zone più remote del paese. Prima che potessi rispondere la tenda si scostò con uno sferragliare di anelli e dietro di essa comparve un uomo calvo e massiccio. Indossava un abito da prete, ma sapevo che era solo un travestimento. Aveva un viso sbarbato che somigliava all’interno della casa mobile: una pulizia ostentata e meticolosa come una bugia. I suoi occhi cadevano obliquamente ai lati del naso e sembravano sul punto di colare verso le guance. Mi fissò con noncuranza, come se il mio fosse un viso che vedeva tutti i giorni, ormai parte del paesaggio e del mobilio, e pronunciò di nuovo quella sillaba sgraziata.

Il nome risuonò dentro di me, amplificandosi. Scoprii di aver dimenticato come mi chiamavo e provai l’impulso di aggrapparmi a quel mozzicone di parola con cui il falso prete si era rivolto a me, di appropriarmene per restituirmi un’identità.

“Datti una mossa, cara” disse l’uomo con una voce raschiata e nasale. “Abbiamo tanta strada da fare.”

La sua voce produsse un’eco dentro di me, una miriade di implicazioni e frammenti di informazioni che esplosero come schegge. Mi ritrovai in un altro spazio fisico e mentale: avevo smesso di essere una nomade le cui preoccupazioni principali erano il carburante e i pezzi di ricambio; adesso la mia era un’esistenza che puzzava di metallo e carne cruda, di un corpo che fermentava nelle sue ossessioni, di strati di sudore e sporco piluccati dalle mosche.

Mi si rivoltò lo stomaco. Saltai giù dal camper. Qualunque fosse la forza che aveva tentato di possedermi, tentò di trattenermi con una fitta lacerante di senso di colpa. Fuggii da quello che era stato il mio mezzo senza voltarmi e corsi, probabilmente per ore, e mi allontanai il più possibile dall’uomo con gli occhi penduli e da quel nome che sembrava un latrato.

Per qualche mese mi spostai a piedi, vivendo della solidarietà di altri nomadi. Mi spinsi fino ai boschi del nord, dove conoscevo un uomo che aveva vissuto nei territori finché non aveva perso le gambe mentre seguiva una ferrovia. Adesso era responsabile di una stazione mineraria e ogni tanto procurava a noi nomadi un lavoro stagionale giù nelle cave, con i ricavi del quale potevamo pagarci diversi mesi di cibo e di carburante. Mi confusi con i capannelli di uomini anneriti che entravano e uscivano dal cantiere, una delle tante facce appiattite dalla fuliggine, finché non guadagnai abbastanza per comprarmi un nuovo mezzo e rimettermi in viaggio.

In seguito, spesso avvistai delle auto ferme ai lati della strada, il motore acceso e una portiera aperta, senza che ci fosse nessuno in vista per miglia. Accanto a un incrocio che prima non c’era incappai in una cabina telefonica che trillava nel vuoto e dovetti andarmene in fretta prima di essere sopraffatta dall’impulso di rispondere. Mi capitò di trovare, nelle stazioni di servizio o appoggiati alla ruota posteriore del mio mezzo, abiti o sacche da viaggio che nessuno avrebbe dimenticato o abbandonato a meno che non fosse morto. Qualunque cosa fossero le allontanavo con un calcio e mantenevo le distanze. Una notte, udii battere contro la fiancata e qualcuno urlare un nome che non era il mio, ma al quale desiderai rispondere. Non lo feci. Ormai, dopo l’esperienza alla stazione di servizio, le insidie dei territori di passaggio mi apparivano come trappole, pareti pronte a chiudersi attorno alla vastità dei panorami incolori per murarmi in uno spazio cieco. Ma con il tempo imparai a riconoscerle e a evitarle, come per le ferrovie, le scatole bianche, le stazioni numeriche e le strade che terminavano con un bivio.

***

Venne un inverno in cui gli incroci si svuotarono. O forse quelli che a me sembravano i soliti vecchi incroci non lo erano affatto, ed ero finita senza accorgermene in una regione inesplorata e ancora deserta dei territori di passaggio. In un paio di occasioni trovai un vecchio amico, seduto ad ansimare per il freddo in attesa di qualcuno con cui scambiare due parole, e approfittai di quelle brevi conversazioni fatte soprattutto di silenzio. I chioschi mobili venuti da chissà dove si fecero più rari, forse perché il numero di nomadi non giustificava la loro presenza.

Durante la primavera sbiadita che seguì arrivai a un incrocio e vidi un quadrupede dal pelo ispido e la testa allungata mentre frugava in un mucchio di spazzatura. Le sue tre fila di occhi mi fissarono da sopra il muso a proboscide e decisero che non ero una minaccia. Divisi con lui il cibo che mi restava e lui mi leccò le dita con la lingua filiforme. Fu la prima volta dopo molto tempo in cui mi sentii reale.

All’inizio dell’estate attraversai una distesa interminabile di campi incolti e fangosi. Mi fermai a un incrocio e come temevo non trovai nessuno. Pensai di tentare la sorte e di aspettare qualche ora, ma in lontananza, stagliata contro il nero del terreno, vidi una delle scatole bianche. Non sapevo a cosa servissero (non l’ho mai saputo) ma sentii che c’era qualcosa di sbagliato nel modo in cui gli spigoli color gesso si stagliavano contro il cielo. Mi innervosì a tal punto che mi rimisi alla guida e proseguii.

Due ore più tardi la strada era ancora un nastro d’asfalto che correva in mezzo a due piane di fango. Tenni a bada il panico che a volte si provava nei territori di passaggio, il terrore di essere finiti in un luogo senza uscita, che si estende sempre uguale all’infinito.

Udii un barrito. Il mio mezzo sbandò come se un gigantesco martello l’avesse colpito su un fianco. La mezzaluna dei fari spazzò la strada come un’onda radar e subito dopo la visuale si riempì di un disturbo granuloso. Rallentai e mi fermai. Una tempesta di sabbia strideva contro la fiancata. Decisi di attendere che si calmasse prima di ripartire.

Quando il vento si calmò girai la chiave nell’accensione e il motore tossì, sobbalzò, sembrò espettorare qualcosa di duro e angoloso. Sul cruscotto si accesero delle spie dai colori isterici. Sospirai.

In quel momento stavo guidando verso un punto di raccolta e non trasportavo alcun carico. Mi trasferii nel retro e dormii qualche ora. A un tratto fui svegliata da un fruscio, il suono di un corpo grosso e ruvido che sfregava contro la fiancata. Udii come il rullare di un tamburo al rallentatore, un suono dilatato e liquido. Pensai a un cuore che pulsava sul fondo dell’oceano, spostando tonnellate d’acqua a ogni contrazione. Un occhio tondo e sbarrato, grande come un copertone, mi spiò attraverso il parabrezza da un’orbita rosso vivo. Poi una muraglia di squame e pelliccia sfilò accanto ai finestrini, e subito dopo la notte tornò tranquilla.

Alle prime luci dell’alba ispezionai il motore. Non mi sembrò che la sabbia avesse provocato grossi danni ma per rimetterlo in moto avrei avuto bisogno di alcuni pezzi di ricambio.

Sapevo che nella direzione da cui provenivo mi aspettavano diversi giorni di cammino attraverso le piane di fango, quindi scelsi di proseguire sperando di trovare uno svincolo più vicino.

Tutti quegli anni di viaggio e lavori saltuari mi avevano resa sbilenca e un po’ zoppa. Non so per quanto tempo abbia camminato, ma avevo bevuto e mangiato prima di partire e quando finalmente trovai una rampa di uscita non avevo ancora né sete né fame. Non ero però nel punto dove mi aspettavo di essere. Accadeva sempre più spesso che le mappe tracciate a memoria con le quali mi orientavo si rivelassero inesatte. Seguii lo svincolo attraverso una campagna piatta e inerte e mi ritrovai davanti un grappolo di tetti rossi su un fazzoletto d’erba. Dapprima la cittadina mi sembrò abbandonata; solo quando la riconobbi sembrò animarsi: uno stormo di uccelli si levò dalle grondaie, le fessure tra le case brulicarono di ombre. Fui sorpresa di vederla perché ero convinta che si trovasse da un’altra parte, in una regione ormai lontana e difficile da raggiungere.

Mi diressi verso il centro dove sapevo che avrei trovato un’officina. Spiegai il problema al meccanico, che era un uomo di mezza età di cui ricordavo il nome e alcuni aneddoti d’infanzia. Lui mi parlò amichevolmente e promise di procurarsi i pezzi che mi servivano. Se nell’attesa volevo fare colazione mi consigliò il ristorante accanto all’officina. C’era una nuova gestione, mi disse, migliore di quella vecchia.

La cameriera reagì al mio viso con un sorriso spontaneo che non ricambiai. Dalla finestra guardai la strada principale, il via vai di passanti, i cappelli che si alzavano, le mani che si stringevano. Due negozianti parlavano tra loro appoggiati alle porte delle rispettive botteghe, passandosi una sigaretta e espellendo il fumo con sbuffi lenti. Una decina di bambini in fila indiana sciamò accanto alla finestra, chini sotto gli zaini troppo grossi per le loro schiene. La donna che li accompagnava incrociò il mio sguardo attraverso il vetro, sgranò gli occhi per la sorpresa, mi sorrise e alzò una mano per salutarmi. Alzai la mia di riflesso.

Era ora di cena, ormai, e da un calendario appeso al muro appresi che quello era l’ultimo giorno della settimana lavorativa, quando i padri e le madri di famiglia erano troppo stanchi per cucinare e preferivano uscire a cena.

Entrò una donna con due bambini e sedette nella cabina accanto alla mia. I bambini sussurravano tra loro e ridacchiavano. Uno di loro piegò un tovagliolo nell’origami di un animale con troppe zampe. Dai frammenti di una conversazione telefonica, di cui per qualche motivo indovinai ogni frase senza udirla, capii che il padre dei bambini non faceva più parte della vita della donna, e che un’altra persona li avrebbe raggiunti al più presto.

Quando uno dei bambini si voltò verso di me, mi alzai di scatto, incassai la testa nelle spalle e andai alla toilette. Fissai la mia faccia allo specchio e nel riflesso mi parve una somma arida di dettagli: le ogive degli occhi, l’angolo del naso, la linea delle labbra, il frastaglio dei ciuffi sulla fronte. Pensai alla casa dei miei genitori che era rimasta vuota dal giorno della mia partenza.

Tornai nella sala del ristorante e quando superai la porta del bagno vidi che la poltrona accanto alla madre dei due bambini era ancora vuota. La donna era china sul menù. Scosse il polso per consultare l’orologio e guardò la porta. Intuii il mio riflesso al di là della vetrina, sovrapposto alle ombre dei passanti. Attraversai il ristorante, lasciai qualche banconota accanto alla cassa e uscii.

Mi diressi all’officina, forzando un’andatura irregolare, cercando di risvegliare gli acciacchi e le atrofie con cui gli anni di viaggio avevano marchiato il mio corpo. Il meccanico mi accolse con un sorriso e mi disse che non aveva i pezzi di ricambio. Mi ripeté che sarebbero arrivati e che c’era solo da aspettare.

Allora mi sentii stupida per essere tornata così presto. Lo chiamai per nome e mi scusai. Mi voltai verso la via principale della cittadina, verso gli angoli di strada e i colori familiari. Tornai alla tavola calda, rispondendo con un cenno agli sguardi e ai sorrisi dei passanti. Spinsi la porta e la cameriera smise di sorridere per lanciarmi un’occhiata esausta e complice, che le restituii con simpatia. Era stata una lunga giornata per entrambe, e sapevo cosa significasse essere costretta a un lavoro monotono e divorante per pagarsi l’affitto. La donna al tavolo con i due figli alzò la testa e quando i suoi occhi incontrarono i miei non rimbalzarono via come dopo l’incontro fortuito con uno sguardo estraneo. Mi fissarono come qualcosa di fragile e prezioso che le apparteneva. La sua vista sciolse i residui della giornata di lavoro dai miei nervi e dalle mie ossa, mi ridusse a una massa calda e malleabile. Sedetti al posto vuoto accanto a lei, rimproverai i bambini in anticipo per tutta l’esasperazione che avrebbero aggiunto alla mia giornata, facendoli ridere. Anche lei rise, percepii il suo corpo sussultare piano contro il mio. Mi chiese della mia giornata, che avevo dedicato interamente alla mia attività, un’attività che mi rendeva felice e per la quale avevo abbandonato un lavoro sicuro ma monotono e divorante, rischiando tutto quello che avevo, e le risposi a bassa voce che tutto andava bene, consapevole che era un privilegio, qualcosa di cui essere grati in silenzio. Per un po’ finsi di studiare il menu, pinzandolo con le dita per sottolineare quanto fosse appiccicoso, e celebrai silenziosamente quel momento di riunione, perché avevo già perso la mia famiglia di origine e veneravo la mia famiglia attuale come qualcosa di prezioso e unico. Scelsi il piatto più abbondante e meno sano e lo consumai sotto lo sguardo divertito dei bambini e della donna al mio fianco, mentre parlavo insieme a loro delle vacanze della prossima estate, un lungo viaggio in terre di nessuno dove le responsabilità ci avrebbero lasciati in pace, un viaggio che me ne avrebbe ricordato un altro molto più lungo e solitario che forse avevo fatto quand’ero giovane, in un momento oscuro e confuso della mia vita, un viaggio di cui ancora inseguivo l’ombra e a cui negli anni a venire avrei ripensato spesso con una strana nostalgia.

Non sapevo quante altre serate come quella avessi vissuto, quante ancora mi aspettassero. I fine settimana e i giorni in ufficio, le vacanze e gli anni di lavoro si alternarono come fotogrammi di un film che, apparentemente identici, se osservati in sequenza descrivono evoluzioni ampie e lente. La mia attività conobbe alti e bassi ma restò a galla e continuò a crescere, sebbene la svolgessi con un rimpianto sotterraneo, il senso di vuoto di una strada non presa. Intanto il volto dei bambini si riempì e si sollevò da terra, le loro membra si allungarono e presero a guardarmi dall’alto. Se ne andarono, due riti di passaggio identici sulla soglia di casa, due fili che si spezzavano dal corso della mia vita dopo essersi sfilacciati come corde fradice.

Il ritmo degli anni divenne così dolce e costante che riconobbi subito le stonature. La donna che sedeva al mio fianco nelle cene del fine settimana perse qualche battuta, mancò alle sue abitudini, si scolorì e si incurvò di colpo, più di quanto fosse normale per la sua età. Sedetti accanto al suo letto e alle macchine che soffiavano e pulsavano a ritmo con il suo corpo e la ringraziai per avermi mostrato un’esistenza diversa da quella che ero stata sul punto di scegliere, per aver colmato il vuoto che stava per spazzarmi via, per avermi restituito la fede nella mia vita e in ciò che avrei potuto fare con essa, e mi scusai per essere stata sul punto di abbandonarla, tanto tempo prima, per continuare un viaggio senza scopo in terre di nessuno.

Gli nascosi la mia furia, la rabbia che provavo verso di lei per avermi intrappolato in quell’illusione fatta di tetti e mura che avevano finto di proteggermi, solidi come se non dovessero mai crollare, di giorni che scorrevano identici uno dopo l’altro come se non dovessero mai finire.

In occasione del suo funerale, uno dei miei figli adottivi tornò per la prima volta dalla città lontanissima in cui si era trasferito insieme alla donna che aveva sposato. Mi disse che lui e sua moglie sarebbero stati felici di ospitarmi nel paese piatto e battuto dal sole dove viveva, un paese di enormi insetti e rettili velenosi che mi ricordò il luogo grigio e impreciso in cui avevo trascorso un periodo della mia vita, tanto tempo prima. Gli presi la mano e gli dissi di non preoccuparsi.

Attesi che l’altro mio figlio adottivo venisse per affrontarmi. Non avrebbe mai superato la morte della donna che era stata al mio fianco per tanti anni. Mi disse che non aveva mai creduto che lo avessi voluto, mi accusò di essere stata sua madre per obbligo, o per la pigrizia di non aver saputo scegliere un’altra vita. Non trovai la forza di abbracciarlo, di dirgli che tra tutti coloro che aveva attorno ero forse la sola che poteva capirlo. Partì e mise tra me e lui un oceano e una complessa barriera di visti e permessi. Sapevo che conduceva dei mezzi pesanti, trasportando carichi fragili e distruttivi attraverso le autostrade di un continente più vasto e più antico di quello dove abitavo, pieno di montagne, città antiche e fiumi ampi come laghi. Non seppi mai cosa avesse dipinto sul retro della cabina di guida.

Poco tempo dopo la sua partenza ricevetti una telefonata dal meccanico. Erano arrivati i pezzi di ricambio. Allora mi avviai verso il centro della cittadina, che era cambiata tanto con gli anni, ma che ai miei occhi si presentò come al giorno del mio arrivo. Il meccanico mi attendeva nell’officina, anche se già da un pezzo l’officina era stata sostituita da una scatola di cemento che ospitava un grappolo di negozi. Mi consegnò i pezzi di ricambio e mi salutò chiamandomi con un nome che giunse alle mie orecchie come un rumore estraneo.

Mentre attraversavo la campagna piatta e inerte, i miei muscoli si torsero intorno alle ossa e il mio corpo scricchiolò come un albero colpito dal vento. Zoppicai fino allo svincolo autostradale. Sopra la mia testa, il pannello con le indicazioni sembrava essere stato masticato da un enorme animale che l’aveva scambiato per una foglia.

Avevo la gola secca e lo stomaco vuoto quando avvistai il mio mezzo, a lato della strada che tagliava la piana di fango. Le ginocchia mi dolevano per il viaggio lungo e impacciato. La carne pesava, sollevavo le mie ossa come fossero di piombo. Una forza contraria mi bloccava le membra e rimescolava i miei pensieri. Avevo quasi raggiunto il mio mezzo quando una raffica di vento ebbe la meglio sulla serratura del portellone, aprendolo di schianto e mandandolo a sbattere contro la fiancata. Per un po’ rimasi a guardarlo oscillare come l’ala di un insetto ferito, lo guardai aprirsi, sbattere contro la fiancata, rimbalzare e richiudersi, in un ritmo incantatore.

Allungai una mano e afferrai la porta prima che sbattesse un’altra volta. Montai a bordo, mi incastrai nello spazio vuoto al centro dell’interno spoglio, riparai il motore e mi rimisi in viaggio.

Qualche settimana più tardi mi ero lasciata alle spalle le piane di fango e correvo attraverso una distesa di cenere bianca. Qua e là spuntavano alberelli contorti che sembravano cavati a forza dal suolo roccioso. La radio, nei pochi secondi in cui l’avevo accesa, aveva trasmesso una sequenza di schiocchi e ronzii, un frusciare di carapaci rinsecchiti che sfregavano uno contro l’altro.

A un incrocio, per la prima volta dopo tanto tempo scorsi il bagliore di un fuoco da campo al centro di un capannello di ombre, e un chiosco. Parcheggiai e comprai da bere. Non riuscivo a ricordare se avessi già visto il gestore, ma ci scambiammo un cenno.

Mi unii al circolo di ombre, che si contrassero a un segnale silenzioso per farmi spazio. Il chiarore delle fiamme disegnava i loro volti a intermittenza, in lampi di lineamenti che non riuscii a comporre in fisionomie precise. Vidi però che erano giovani, almeno una dozzina di nomadi che avevano iniziato da poco la loro esistenza nei territori di passaggio.

Una ragazza stava raccontando la sua storia, una storia di quelle che si raccontano durante i primi giorni nei territori di passaggio. Parlava come una vecchia, dando importanza a cose ovvie e scontate come se fossero appena entrate a far parte del mondo. Gli altri masticavano in silenzio, si portavano le bottiglie alle labbra e, ancora estranei uno all’altro, esitavano a scambiarsi qualche parola o anche solo un’occhiata. Al di là del cerchio di luce, gli sciacalli dalle molte zampe aspettavano di avere i nostri resti. Li immaginai spolpare il mio scheletro e spargere le mie ossa in mezzo alla polvere e alla neve.

La storia della giovane nomade parlava di un luogo lontano, un’oasi nascosta tra le pieghe dei territori, una regione ormai lontana e difficile da raggiungere. Mi piacque sperare che riuscisse a trovarla, in mezzo a quelle distese piatte e bugiarde.


Una versione di questo racconto è apparsa con il titolo “Ultra” nell’antologia di beneficienza “I Figli del Buio” (Independent Legions) a cura di Alessandro Manzetti”.


L’autore

Lucio Besana, classe 1982, è sceneggiatore e scrittore. Ha vinto il Premio Solinas con il soggetto Voci di mezzanotte, ha scritto i film The Nest – Il nido (2019) di Roberto De Feo e A Classic Horror Story (2021) di Roberto De Feo e Paolo Strippoli, produzione Netflix. Nel 2021 pubblica per Edizioni Hypnos il primo libro Storie della Serie Cremisi Vive a Strasburgo con la compagna.

Illustrazione di copertina di Carlotta Contino