Speranza in un recinto di sabbia

La speranza è morta in un recinto di sabbia.
È scritto in un corsivo tremolante e sghembo con uno spray nero sul muretto che divide Parco Magenta dalla periferia di Luce Nuova, capitale del Bel Paese dall’elezione del primo Papa Presidente. 
E LÌ È RINATA. 
La risposta è in uno stampatello deciso, magenta come il colore che dà il nome ai giardini, lo stesso – bizzarra coincidenza – delle scarpe che indossava Speranza, la bambina ritrovata cadavere nel rettangolo di sabbia di fronte allo scivolo e alle altalene, il giorno prima dell’arrivo di Dio.

Dio scese dalla funivia e attraversò Piazza delle Carrozze in un bigio lunedì, immersa nel vecchio libro di fiabe che aveva sfilato da uno scaffale in una cabina telefonica dismessa, adibita al book-crossing, lasciando in cambio una Bibbia miniata del tredicesimo secolo che ormai conosceva a memoria. 
Ce n’erano molte di cose che non sopportava di quei figli scapestrati che mai avevano fatto tesoro del libero arbitrio da lei concesso con eccessiva leggerezza, ma delle loro storie non si saziava mai e forse per questo era stata troppo indulgente, almeno fino a quell’ultimo giorno della merla del 2033 in cui un vento tiepido annunciava una tarda primavera. 
In molti la videro, nessuno la riconobbe: non ricevette attestazioni di devozione da quelle boccacce, solo un concerto di borbottii e qualche commento volgare sul suo aspetto. Indossava un tubino con lo scollo a barca che lasciava scoperte le spalle da nuotatore, la riga dei collant velati divideva esattamente a metà i suoi polpacci muscolosi e traballava un po’ sulle Louboutin dalla suola rossa come le migliaia di scarpe sparse per la nazione a testimonianza della scomparsa delle sue figlie più care. Il pensiero corse a Innocenza, una delle Salvatrici da lei inviate quando ancora esisteva una vera Repubblica e un grasso e irsuto senatore lanciò per la prima volta l’idea di Restaurazione Morale. 
Innocenza aveva scelto l’arte per trasmettere il verbo: le sue bambole in tulle rosa con un punteruolo piantato al di sopra della palpebra, appese di fronte ai cancelli dei primi Centri Rieducativi per Ragazze Smarrite, altro non erano che una palese metafora del lavaggio del cervello perpetrato quotidianamente dal Comitato della Buona Creanza che dagli altoparlanti piazzati a ogni angolo di strada elencava a ciclo continuo i cento motivi per cui “Femminismo” era sinonimo di “Aberrazione”. 
«Una lobotomia di massa!» gridava Innocenza dal suo megafono a pieni polmoni. 
Seppur incapace di sovrastare il cicaleccio di voci meccaniche che la contraddiceva a oltranza, lei aveva urlato il Verbo finché Giovanna, un’ex ragazza smarrita rieducata a dovere, non aveva spento la sua voce accendendo un cerino.
«Assolta!» aveva esclamato il giudice, calando tre volte il martelletto.
Giubilo in aula e tripudio nelle piazze. L’assassina d’Innocenza era stata portata in trionfo ed eletta leader del Movimento delle Donne Vere. 

Dio si bloccò di fronte alla fontana eretta a sua imperitura memoria nella piazza centrale di Luce Nuova: la statua non le somigliava per niente. La vera Giovanna era uno scricciolo che di grande aveva soltanto gli occhi bovini segnati da profonde occhiaie, niente a che vedere con quella bellezza giunonica che si strizzava i seni voluttuosi, piegata in avanti in una posa da pin-up d’altri tempi; dai capezzoli turgidi spillava fiotti d’acqua che andavano a nutrire una miriade di putti a bocca spalancata come uccellini affamati, a simulare la sacralità della maternità, primo tra i doveri della donna. 
Un anziano in giacca di tweed si fermò in contemplazione dell’opera, con le dita intrecciate dietro la schiena e annuì con tanta approvazione da far scivolare gli occhialetti sulla punta del naso. 
«Un capolavoro, non trova? Sarebbe perfetto se ci fosse qualche putto in più. Ho sempre pensato che cinque sia troppo basso come numero minimo di figli per individuo femmina».
Dio sgranò gli occhi. «Individuo femmina?»
Il vecchio si sfilò un fazzoletto ricamato dal taschino e iniziò a pulire le lenti. «Non lo sa? Il termine donna è stato abolito ieri. Il Papa Presidente l’ha definito un seme in grado di generare recrudescenze… femministe». 
Pronunciò l’ultima parola sottovoce e storcendo la bocca, come se avesse un cattivo sapore.
Dio scosse la testa. La chioma bianco panna, acconciata alla Marilyn Monroe, contrastava con la veletta nera che le ingentiliva la mascella squadrata e sulla pelle esangue spiccava il rossetto pastoso che rimpolpava un po’ le labbra fini, serrate in un piglio a metà fra rabbia e dolore. Il lutto le donava, eppure il primo testimone della sua venuta – un giornalaio che le lanciò un’occhiata distratta dal suo chiosco mentre distribuiva il santino del giorno ai bambini diretti alla Santa Scuola – ai microfoni di Radio Verità la descrisse come «Un trans di due metri dai tratti grossolani». 
«È appurato che gli esseri umani non sanno riconoscere la vera bellezza» bofonchiò Dio, facendo spallucce.
I bambini le sfilarono accanto, uno dietro l’altro, ordinati e lenti come processionarie: grembiuli blu squillanti per i maschi e rosa confetto per le femmine. Un biondino col naso a patata spruzzato di efelidi sussurrò qualcosa a una brunetta con le trecce, indicando l’effigie del Precursore, già beato alla fine degli anni Venti del Duemila. La testa glabra era più lucida dell’aureola dorata che lo incoronava e il buffo farfallino appuntato sulla tunica era vermiglio come il motto in calce all’immagine: La vita prima di tutto
La risata cristallina della bimba le riempì il cuore, ma fu smorzata da uno scappellotto del Prete Maestro e il suo sguardo subito mutò da allegro a compunto.  Dio si affondò le unghie laccate nei palmi per trattenersi dal restituirgli il colpo e procedette spedita verso Parco Magenta, ma rallentò nei pressi di un mostruoso murale in tutti i toni di grigio: dal grosso ventre di una Venere di Willendorf, fusa con la dea Kali e la Medusa del Caravaggio, uscivano feti urlanti che lei pugnalava con le sue innumerevoli braccia. Il suo sguardo si spostò sulla targa bronzea posta a fianco di un portone ad arco: Gruppo di Supporto per Vittime di Violenza. 

Dio tirò un sospirò di sollievo. «Non tutto è perduto, allora!» Lanciò un’ultima occhiata di sguincio al disegno prima di entrare. «Anche se come biglietto da visita lascia un po’ a desiderare».
Uno stretto corridoio in marmo nero, delimitato da due file di candide statue di angeli virili impegnati a infilzare arpie dai volti soavi con spade placcate d’oro, conduceva a un ampio salone circolare. 
Dio si soffermò a esaminare quella dai lineamenti più delicati e fu costretta a sorreggersi al piedistallo per non cadere: quello era il viso di Giustina, la seconda Salvatrice da lei inviata sulla Terra subito dopo la vittoria del “Sì” al Referendum del Ferragosto del 2028, la giornata più calda del millennio, in cui la maggioranza del Bel Paese aveva colto l’invito del Papa Presidente a trovare refrigerio in una località balneare a scelta, a spese dello Stato–Regno, omettendo che il risultato prescindesse dal quorum.
Giustina era un’oratrice nata: la sua eloquenza avrebbe convinto anche il conservatore più incallito che l’abolizione del suffragio universale e dell’autodeterminazione femminile fossero sconfitte per l’umanità intera, ma  l’impazienza di inviarla a salvare le sue più disgraziate creature da loro stesse fece dimenticare a Dio di smussare la sua avvenenza e la sventurata non fece in tempo a pronunciare una sillaba che una ronda di Paladini della Vita la intercettò e la segregò nella Stalla assieme ad altre giovani di bell’aspetto, scelte per ripopolare il Bel Paese il cui tasso di natalità era ormai prossimo allo zero.
Brutalizzata fino a perdere l’uso della parola, a Giustina rimase solo la forza di premere l’indice sul suo ombelico per incenerire i semi che le avevano impiantato a forza, ma un’altra Fattrice se ne accorse e la denunciò. I Paladini le tagliarono tutte le dita prima di assicurarsi che la sua sacra condizione fosse ripristinata e a lei non restò che soffocarsi con quella lingua che avrebbe potuto cambiare il corso della Storia.
Le narici di Dio vibrarono come quelle di un toro di fronte a un drappo rosso al ricordo della figlia adorata, ma fu la denominazione della sala che si aprì di fronte a lei a demolire il suo aplomb: proruppe in imprecazioni che avrebbero fatto impallidire uno scaricatore di porto assuefatto alle più truci volgarità nel leggere la scritta in inchiostro nero sul muro guscio d’uovo. In un vezzoso corsivo, infatti, troneggiava il motto: Dio è uomo. Satana è femmina. Solo il primo ha facoltà di scelta, una delle massime del Santo Precursore.
«Almeno la seconda frase è giusta» commentò Dio, affacciandosi sulla soglia.
Sulle sedie disposte a semicerchio attorno a un prete con una croce tatuata sul volto – il cui braccio orizzontale gli disegnava una sorta di mascherina sugli occhi turchesi – vide soltanto uomini e l’acuto piagnucolio di quello che prese la parola le graffiò i timpani. Una crosta gli tagliava a metà il labbro e aveva una finestrella al posto degli incisivi. 
«Guardate come mi ha ridotto quella strega! E solo perché ho reclamato i miei diritti di marito. Cosa dovevo fare dopo che ho trovato quelle pillole venefiche nel suo cassetto? Chissà quanti dei miei figli ha assassinato! L’avrei perdonata se avesse accettato di buon grado la sua giusta punizione e, invece…»
L’uomo si coprì il volto con le mani a coppa e il prete sollevò due dita in un gesto benedicente prima di spostare lo sguardo su Dio e farle l’occhiolino. 
I maschi inconsolabili che lo attorniavano s’immobilizzarono: chi restò a bocca aperta, chi a pugni stretti, chi col volto contratto da una smorfia di sdegno. Le pupille del prete si tinsero d’ambra e dalla testa quasi glabra sgorgarono flutti di capelli scarlatti; il mento sfuggente si modellò in un ovale perfetto, le labbra sottili si arrotondarono; la lana della tonaca si fece latex e le si modellò addosso, avvolgendo le sue curve  in una tuta aderente come una seconda pelle. La vamp le schioccò un bacio con la sua bocca a cuore, scintillante di gloss e Dio strinse gli occhi a fessura. «Satana, dovevo immaginarlo che ci fossi tu dietro a tutto questo».
Satana si premette una mano sul petto e sbatté le lunghe ciglia. «Io? Sei in torto, cara: le tue creaturine hanno fatto tutto da sole. Io mi mescolo a loro di tanto in tanto per divertirmi un po’ ma ti assicuro che la loro abiezione travalica i miei limiti».
Dio sospirò. «Dunque tu non c’entri con quello che è successo alle Salvatrici che ho inviato qui».
Due graziose fossette incorniciarono il sorriso di Satana. «Potrei aver suggerito a qualcuno il supplizio da infliggere a Speranza… Sai, mi ha sempre irritato tantissimo il tuo ottimismo illimitato. Da quando la situazione è precipitata, di lustro in lustro, hai inviato Messia sempre più giovani pensando che il loro candore riuscisse a smuovere qualche cuore e, di fatto, hai mandato tutte al massacro. Non hai imparato nulla dagli errori passati: l’unico piano sensato da attuare per questo mondo è l’azzeramento».
Dio le voltò le spalle e si allontanò in un tacchettio stizzito. Si ripeté fino allo sfinimento di non tener conto delle parole di quella manipolatrice, ma non riuscì a togliersi dalla mente i grandi occhi di Speranza, così pieni di meraviglia, in grado di scovare polpa succosa anche nella frutta più marcia. Appena adolescente aveva provato a fare la differenza coinvolgendo le sue coetanee in lunghi scioperi. Sì, all’istruzione! No all’indottrinamento! – recitava il primo cartello che aveva agitato sotto le finestre della reggia del Papa Presidente, simile a quello affisso su una tavoletta di legno sostenuta dall’asta che le aveva trafitto il ventre: La Sacra Scuola è una farsa.
Speranza giaceva nella sabbiera dell’area gioco di Parco Magenta, a faccia in su, con gli occhi strabuzzati e le labbra dischiuse in un’espressione di genuino stupore. Il suo corpo non si era decomposto, anzi, esalava fragranze floreali. 
Un gruppetto di alunni che seguiva il suo Prete Maestro con la foga di una nidiata di anatroccoli intenta a tenere il passo della madre ascoltava in adorazione la filippica contro la ragazzina svogliata che aveva traviato gli studenti volenterosi, infarcendo le loro menti pure con bugie sulla Sacra Scuola.
Dio contemplò i bambini e nei loro sguardi trovò null’altro che devozione: non un’ombra di dubbio, né di curiosità sulla realtà dei fatti. Le parole di Satana le rimbombarono in testa e affondò i denti nel labbro, lacerandolo. Abbassò gli occhi sugli stivaletti magenta di Speranza – scarpe da bambina con laccetti glitterati e due alette candide dipinte sui talloni – e strinse il suo libro con tanto impeto da lasciare l’impronta delle sue dita sulla copertina. 
Il volume cadde a terra, si aprì sull’inizio di una fiaba che le era particolarmente piaciuta e un’improvvisa ispirazione la pervase: spinse via il prete, si chinò su Speranza e la sfiorò con l’indice. 
Il suo corpo si sgretolò in minuscoli chicchi che si mescolarono con la rena. 
Dio spalancò le braccia e la sabbia si sollevò in un tornado in miniatura che mulinò sopra una nebulosa di luce accecante che costrinse gli astanti a coprirsi gli occhi; dopodiché estrasse un flauto di plastica dalla cartella di uno scolaro e iniziò a suonarlo: nessuno a tutt’oggi sa spiegarsi come la melodia abbia raggiunto gli angoli più remoti del Bel Paese, tuttavia è proprio così che è andata. 

Tutte le  donne della penisola e delle isole lasciarono le loro mansioni e si liberarono dal giogo; le porte dei centri di Rieducazione esplosero in minuscole schegge; le catene delle fattrici si spezzarono; le menti delle più fedeli al Papa Presidente si aprirono a nuove verità e l’orda raggiunse Parco Magenta per gettarsi nel gorgo luminoso. 
Dio fu l’ultima a saltare, ma non prima di aver sussurrato un messaggio allo Zefiro.
Dopo la chiusura del passaggio, il tornado si disfece in una pioggia di granelli e la sabbiera tornò quella di sempre, tranne che per un dettaglio: un’enorme Iris di un viola intenso, che in luogo del pistillo aveva una bolla trasparente dove galleggiava una neonata, fiorì proprio al centro del rettangolo.
Il Prete Maestro allungò un dito e subito lo ritrasse con un gridolino. «Dà la scossa!» mugolò con disappunto.

Negli ultimi anni, in molti hanno provato a estrarre l’ultima femmina sulla Terra dalla sua bolla, ma lei è cresciuta serena, assistendo serafica a tutti i tentativi fallimentari di aprirsi un varco nel suo paradiso amniotico: le armi da fuoco rimbalzano sulla sua superficie; le lame si scheggiano; la fiamma ossidrica si fonde in una gelatina grigiastra; nemmeno una micro testata nucleare la intacca. 
Mentre il Papa Presidente e le personalità di spicco del Bel Paese si lambiccano il cervello per come appropriarsi dell’ultima donna rimasta, una brezza briosa attraversa le orecchie di politici, intellettuali, medici, giuristi, imprenditori, operai e artisti ma tutti restano sordi alla sua voce argentina finché il refolo non solletica i timpani di un radioamatore dalla barba biondo fragola che cade in estasi all’ascolto delle celestiali parole di Dio. 
Gli sembra tutto semplice e scontato mentre s’infila le cuffie e avvia la trasmissione, ma quando avvicina la bocca al microfono resta a lungo a tamburellare le dita sulla sua copia clandestina de “Il racconto dell’ancella”, indeciso su quale sia l’attacco più efficace, finché non si ricorda di una frase che ha scritto all’indomani del grande esodo sul muretto di Parco Magenta: «La speranza è sprofondata in un recinto di sabbia e lì è rinata. È stata Dio a donarcela e questo è il suo messaggio per noi». 


L’autrice

Francesca Santi nasce a Livorno nel 1978, città dove tuttora vive e lavora. Dopo essersi diplomata alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze, si laurea a Pisa in Letteratura Francese. Nei primi anni di attività si dedica quasi esclusivamente alla sceneggiatura: vince Lanciano nel Fumetto con la storia breve “Senza parole”; pubblica la miniserie “Loumyx” con la casa editrice francese Clair de Lune; la graphic novel “Nelle lande dei giganti” con BD e il primo volume della saga “Alo du Vent” con Sandawe. Nel 2019 è finalista del concorso Il battello al vapore con il romanzo per bambini “A tutto gol” e del premio GialloLuna NeroNotte con il noir “Uova alla paprika dolce”. Nel 2020, vince il premio Thriller Café e lo Scerbanenco con il racconto “Fugu”. Dal 2021 pubblica le sue storie brevi su alcune riviste.