Nuovi paradisi

Adesso ti togli dalla faccia quell’espressione da cane bastonato e vai a fare questo lavoro. La prima mossa per diventare una vincente è sentirsi una vincente. Tu sei una vincente?
La figura nello specchio le restituisce uno sguardo fiacco incorniciato da rughe. La tinta castana fatta in casa si è accanita sui ciuffi bianchi della ricrescita, dove balena uno sfacciato rosso mattone. Si guarda e le viene da piangere.
Non ti ci azzardare, cazzo. Tu sei una vincente. Vai e prendi in mano il tuo destino.
Annuisce, è pronta per uscire.
L’aria è torrida, anche se la stagione estiva è ancora alle porte; in macchina Anna scorre gli infiniti stabilimenti balneari dove piccoli operai si affannano a preparare, ritingere, lucidare, nella speranza che persone migliori apprezzino questa fatica e con la loro venuta scaccino via la miseria, almeno per lo spazio di tre mesi. Le palme, piantate pochi anni prima da un designer straniero, dovrebbero allietare la strada, ma persino quelle sembrano dimagrire per la fame.
L’impiego che Anna ha racimolato è fuori città, in un resort di lusso a un’ora e mezza da casa sua. Uno di quei paradisi per i turisti facoltosi che non vogliono vedere davvero il paese straniero, con tutta la sua sporcizia e arretratezza, ma un chiaro di luna appeso a pittoreschi alberi da cocco. Anna non ha mai avuto i soldi per permettersi questi lussi, nemmeno prima. Prima faceva l’insegnante a casa sua, in Europa, ma poi c’è stata la grande crisi. Prima a spaccarsi la schiena per far divertire i villeggianti erano solo i locali, millennials indigeni con l’uniforme a gonnellino di paglia, ma adesso, con la crisi… se qualcuno deve morire di fame e disoccupazione meglio loro che noi.
Quando finalmente arriva, la camicetta le si è già impregnata di sudore e il fondotinta è colato nelle rughe. Il Baron Alcazar Resort è uno schiaffo di opulenza e imprecisioni storiche. È abbastanza nuovo, deve essere stato costruito con la prima ondata di migrazione, quando nel nuovo continente venivano solo dal nord Europa, solo i più scaltri, quelli che avevano odorato l’affare. Erano partiti in jet privati abbandonando una terra i cui beni si disgregavano sotto i passi della sovrappopolazione, erano in pochi, con molti soldi e idee folli: riqualificare un intero continente, renderlo un gigantesco villaggio vacanza. Che tristezza, pensa Anna, quest’ingiustizia da cui non sembra esserci via d’uscita. Il Baron Alcazar non può avere più di trent’anni, ma testimonia tutta l’immutabilità del suo nuovissimo presente.
La reception è deserta, così vaga per i corridoi: passa una sala, poi un’altra, con pareti e banconi di un bianco clinico, tutte identiche, ne perde il conto. Se potesse lascerebbe delle briciole di pane tanto è grande il complesso, ma poi, si rende conto con amarezza, sarebbe lei a doverle pulire. Cammina ancora, sente le note di una dolce brezza e la segue stregata, sempre dritto, verso un’uscita, una meta. Si ritrova in una corte arabeggiante, con piscina idromassaggio e bar. Respira, sembra che questo sia l’unico punto dell’intera isola in cui l’afa non blocca la gola; sorride.
«Sei in ritardo.»
Su un lettino da mare color crema c’è una ragazza giovane, l’incarnato così pallido che solo i grandi occhiali da sole sembrano staccarsi dallo sfondo. È alta, di una magrezza insana e affascinante; i capelli biondo platino sono un attestato di potere, la marca genetica dei conquistatori, i nuovi ricchi che hanno sparso qui i resort e la propria prole come rotaie in una foresta. Sotto quegli occhiali ci devono essere delle pupille di un freddo che non appartiene a questa nazione, Anna lo sa e si sente in difetto, perché lei è lì per servire, per i suoi cinquant’anni e la tinta fatta in casa, per il suo universo caotico fatto di gentaglia bassa e olivastra. Spiantati e famiglie sbarcate da poco, troppo tardi, gente rimasta nel vecchio continente convinta davvero che ogni anno di crisi sarebbe stato l’ultimo, solo perché lo dicevano i telegiornali, gli inviati ancora un po’ brilli ogni primo di gennaio. È ironico, pensa, che a scuola un tempo insegnasse il peso delle parole: questa ragazzina algida è figlia di pionieri, lei, Anna, è solo un’immigrata.
«Non ho trovato nessuno alla reception» vorrebbe suonare sprezzante, ma la voce le si piega in una scusa.
«No, ci sono solo io. Inutile prendere i locali prima dell’arrivo dei turisti, non c’è da fidarsi, lo sai, no?»
È questa ragazza che l’ha assunta? Non è possibile, non può avere neppure trent’anni. Anna vorrebbe chiedere, ma l’altra non la guarda più.
«Puoi iniziare con la pulizia di questa piscina» è l’ultima cosa che le dice.
La piscina? Certo. In realtà non ha idea di cosa questa ragazzina si aspetti da lei o di come si faccia a pulire un resort: il lavoro l’ha accettato per bisogno. Vede una capanna, forse per gli attrezzi, e ci si rinchiude per cercare su Google qualche informazione. C’è un piccolo specchio lì dentro.
Non penserà di poterti trattare così? Vai fuori e falle vedere chi sei, diglielo che hai due lauree, che eri un’insegnante. E pulisci quella cazzo di piscina come nessun altro saprebbe fare.
Prende il rastrello, la pompa, tutto quello che crede potrebbe servire, ci ripensa, torna indietro e si carica sulle spalle altri attrezzi, i più nuovi, i più pesanti. Vuole sembrare efficiente, finisce a sudare verso la piscina come un povero mulo. Lavora per due ore: l’acqua stagnante, gli ombrelloni da scartavetrare; cerca di dimostrare qualcosa a quell’elfa delle foreste lontane sdraiata immobile, con gli occhiali da sole enormi che non fanno capire dove sia il suo sguardo. A metà della mattinata l’elfa si alza, sul lettino al suo posto Anna trova solo un biglietto di poche parole: Lunedì pulizia camere complesso centrale.
Così si perde di nuovo nei corridoi, e quando ha finito di lucidare il quinto piano di suite è già il tramonto. Lascia tutto lì, nella camera romantica 03, perché allo sfruttamento c’è un limite. A casa si dimentica persino della cena, si addormenta sul divano davanti a un reality locale dove due donne sovrappeso sembrano contendersi il possesso di un uomo, o di uno stendino per i panni, non capisce bene.

Oggi le fai vedere chi sei, hai capito? Niente stronzate, deve imparare a rispettarti cazzo, non è che solo perché ha i soldi allora può permettersi di tutto. Vale molto meno di te.
La seconda mattina Anna si dirige direttamente alla piccola corte centrale, e trova l’elfa stesa, come se la stesse aspettando.
«La piscina è una merda. È piovuta sabbia, non le avevi viste le previsioni? Avresti dovuto coprirla.»
Il buongiorno che si era preparata le rimane conficcato nella trachea. Non ci aveva pensato, no, e chi lo sapeva che le piscine vanno coperte? Si dirige nella capanna degli attrezzi, rossa di imbarazzo, e si carica in spalla gli strumenti utili, ma poi riflette: se prendesse solo il necessario l’elfa vedrebbe la differenza dal giorno prima, capirebbe che lei non sapeva che fare. Così si fa di nuovo carico di tutto quello che trova, più il telo cerato. L’elfa non si muove, quando il lavoro alla piscina sta per finire si accende una sigaretta e dopo pochi tiri la spegne schiacciandola col piede per terra. Anna guarda il mozzicone, e ha la sensazione che gli enormi occhiali da sole la fissino.
Appena la sente lontana, corre al lettino vuoto e legge il biglietto: martedì, recuperare il lavoro arretrato. Strappa la carta e getta i pezzetti nella piscina, spinta da un bisogno cocente di essere nella pelle di quella ragazza, di essere lei e non se stessa, quelle gambe affusolate e quella posizione di potere. Si arrabbia per averlo pensato.
Prima dell’ora di cena riesce a completare la pulizia del terzo piano – camere di lusso, non suite – e pensa che non le basterà mai la settimana di contratto per fare tutto, ma ha dannatamente bisogno di quel lavoro.

Il terzo giorno fa voto di non avvicinarsi alla corte piccola per tutta la mattinata. Che vada all’inferno. Intraprende la pulizia del primo piano – normali stanze doppie – e anche se in ogni specchio il riflesso le dice brava, falle vedere chi sei, continua il tuo lavoro, ha i nervi a fior di pelle per captare i passi di qualcuno che si avvicina, in quell’immensa proprietà in cui sono sole, come in un mondo tutto loro. Vorrebbe vederla comparire in quelle stanze, vederla scendere a quei piani più comuni, più umani, tirarla giù con sé in queste ordinarie stanze doppie; eppure ha paura di vederla lì, non vuole che lei possa sporcarsi con la polvere e con la mediocrità, quei capelli, quegli occhi, quaggiù sarebbero fuori posto, sarebbe un sacrilegio. Non la vede, ma per tutto il pomeriggio si sente osservata.

Il quarto giorno si sveglia snervata, comincia a truccarsi allo specchio…
Tieni duro, hai visto come ci è rimasta male? Quella stronza inizia a notarti: senza di te non sarebbe niente. Col cazzo che sono solo pulizie: senza di te come farebbe a riaprire il suo paradiso per ricchi?
Quando arriva al resort sa che dovrebbe dirigersi alle stanze del piano terra, ma sente la brezza fresca e vira verso la piccola corte. Rompe la promessa che si era fatta solo ventiquattr’ore prima, si sente squallida. La ragazzina è lì, nella sua perenne posizione da bagnante appena stesa al sole; Anna le si avvicina, attende un cenno, e quando non arriva sente uno slancio, un nuovo bisogno di mostrare la propria deferenza: guardami, considerami, dimostrami che esisto davvero. Ma l’elfa è immobile, e così Anna alza il telo cerato sulla piscina, vergognandosi per quel biglietto strappato che ha buttato il giorno prima.
Nell’acqua galleggiano sette mozziconi di sigaretta, placidi, sembrano chiedere la sua attenzione.
«Devi tagliare le siepi.»
«Perché?» è solo uno scherzo per te? Vorrebbe aggiungere.
«Devi restare qui.»
«No.» Ripone il telo e si incammina verso il secondo complesso, fiera di aver scosso l’immobilità di quella statua di cera.
È passato il tramonto quando si ferma: è solo al secondo piano. Sente l’urgenza di essere a casa, ma qualcosa la trascina nella solita corte. La ragazzina è ancora lì, a prendere un sole che ormai non è che un corpo morto all’orizzonte, come in attesa.
«Accendi le fiaccole di bambù.»
Anna è stanca, ma risponde al comando rivitalizzata da un desiderio di compiacerla che sente salirle dal basso ventre. Si inginocchia, gusta il dolore nelle proprie ossa, scruta la piscina: trova dei rami tagliati di fresco a far compagnia alle sigarette. Sente la ragazzina drizzarsi, camminare lieve alle sue spalle, e si blocca in quella posizione supina. Poi un ginocchio affilato, leggero, su una scapola.
«Devi tagliare le siepi.»
«Adesso?»
Lei non risponde, ma preme di più la gamba sulla sua schiena. Anna gira la testa e la vede: ha gli occhiali alzati e lo sguardo fisso nel suo. Ha gli occhi marroni, chiari, ma non di quel ghiaccio nordico che lei si era immaginata. Le viene quasi da ridere per quella sfumatura di nocciola. E allora si scosta, trova le cesoie lasciate accanto alla piscina, e adesso è confusa, perché non sa più se sta obbedendo lasciva a un comando sadico o se sta assecondando una bambina. Vorrebbe vedersi allo specchio per sentire la voce del riflesso e farsi dire come comportarsi. Ma lo specchio è lontano, nella capanna degli attrezzi, così comincia a tagliare.
È buio, ha sonno, e i rami sono spessi come tubi di plastica. I suoi movimenti sono sempre più lenti, scoordinati, socchiude gli occhi solo un attimo, e percepisce un morso di dolore e sangue, sangue copioso sul proprio palmo sinistro. Rimane lì a guardarlo, l’urlo di dolore le sale dalla gola solo dopo qualche secondo, come venisse da qualcun altro. Poi sente rumore di passi, le mani dell’elfa leggere sulle sue spalle, in una vicinanza che è quasi un abbraccio.
È un momento: la ragazzina si allontana, torna con le tende bianche che ha staccato al casottino del bar. Anna si accascia a terra, reggendosi la mano, le pare che il proprio sangue si debba mischiare all’acqua della piscina. L’altra si inginocchia davanti a lei, senza occhiali, senza cappello di paglia. La guarda: mai come adesso percepisce la solitudine attorno a loro. Due straniere perdute nell’afa di un paese senza identità. La ragazzina avvicina le bende improvvisate e Anna vorrebbe scattare indietro, come un animale selvatico, ma si costringe all’immobilità. Anche l’altra pare esitare, poi le prende la mano, con un tocco che è una carezza. Potrebbe essere mia figlia, pensa Anna, una bambina in una casa di bambole troppo grande. Le sfiora una guancia con la mano sana e l’elfa non si ritrae, si appoggia invece a quel palmo, socchiude gli occhi mentre continua a fasciare.
«Potresti essere mia madre…» dice lei, e ha delle piccole rughe di apprensione sulla fronte, Anna poggia la testa sulla sua, per spianarle «…mi spiace che ti sei fatta male.»
«Non sono stata attenta,» il dolore è feroce «non è colpa tua.»
La sente iniziare a piangere sommessamente mentre finisce la fasciatura – lei, perché è lei adesso a piangere? – la vede portarsi la mano ferita alla bocca, sfiorarle le punta delle dita.
«Sì, invece, ti ho stressata troppo» si sta creando una connessione fra loro, un ponte fra quella mano e le morbide labbra. Anna non sa cosa pensarne, ma non lo vuole perdere, così parla.
«Perché volevi che tagliassi le siepi proprio ora?»
«Perché hai accettato di farlo?»
Sbuffa una risata, tanto vale ormai far cadere i muri: «Per impressionarti, ora rispondi tu.»
«No… non era per le siepi, avevo bisogno di tenerti qui, con me.»
Per tenerla qui? Solo per questo? Gli occhiali, le sigarette, solo per la sua attenzione? Dovrebbe provare soddisfazione, affetto materno, dovrebbe essere un momento magico, e invece riesce a vedere solo se stessa, il riflesso sfrontato nello specchio. Lei ha davvero bisogno di me. E vede l’altra per quello che è: quell’essere inginocchiato con lei sulle piastrelle della piscina, al suo livello, non è più l’elfa. Si alza disgustata, il momento è rotto, non vuole più guardare.

Il quinto giorno, Astrid si sveglia da sola nella suite personale e rimane a sorvegliare l’ingresso del resort in attesa di veder entrare la sua dipendente. È stanca per la nottata insonne, e le rimbomba nelle orecchie il silenzio di quelle immense stanze. La sua solitudine, la sua torre d’avorio, qualcosa a cui tiene e che adesso, nell’attesa dell’arrivo, della presenza di un altro, necessaria e mondana, lei sente pesare. È cambiato qualcosa, sente come una bolla nello sterno scostata dal punto di equilibrio. Negli anni passati non era andata così, lei aveva camminato leggera sulla fatica di quegli operai del posto, che a stento capivano la lingua in cui venivano impartiti gli ordini. Volti da dimenticare, mani e muscoli da comandare. Nessun essere simile, nemmeno lontanamente. Il pensiero della notte precedente la fa avvampare di vergogna, sente ancora la pelle accaldata della schiena della donna, i suoi polpastrelli duri sulle proprie labbra. Il sangue: la ferita non era profonda, ma c’era così tanto sangue. Osserva i propri palmi, lo stesso sangue. Ha bisogno di sapere che l’altra sta bene, che loro, entrambe, stanno bene. Ha bisogno che lei sia lì.
È mattina inoltrata quando la vecchia si presenta, deve essersi attardata per strada a fare colazione. Astrid la sente arrivare: stare alla finestra era diventata una tortura, così si è spostata nella piccola corte. Ma l’altra non entra, si ferma sulla soglia e lei non sa come reagire. Tergiversa, si toglie gli occhiali, non ha il coraggio di girarsi, si alza e rimane lì impalata in tutto il suo pallore, la sua giovinezza. Vorrebbe chiederle come sta, ma le parole non escono dalla gola; vorrebbe chiederle un abbraccio, ma la colpa la schiaccia. Allora la vecchia le si avvicina, le sfiora il ventre, si stende sul lettino da mare vuoto, e sfila una sigaretta dal pacchetto di lei.
«Penso che dovresti togliere le cicche che avevi buttato in piscina» le sussurra.
Astrid sa che dovrebbe cacciarla per questo comportamento, ma tira un sospiro di sollievo: l’altra sta bene, e lei prova il desiderio di sentirla parlare, di sentirsi rivolgere qualche frase ancora; e, nascosto, un bisogno di compiacerla. Le sembra giusto, solo fino a che non sarà completamente guarita, dice a se stessa. Si aggiusta gli occhiali da sole sul naso e si dirige al capanno degli attrezzi. Lavora come ha visto fare a lei per tutta la mattina, all’ora di pranzo l’altra se ne va. Non torna per tutto il giorno.

Il sesto giorno Astrid si sveglia sul lettino da sole. È rimasta a dormire lì nell’attesa. Non sapendo cosa fare di sé riprende a pulire la piscina, poi le tende con cui ha tamponato il sangue, e l’acqua si tinge di rosa. L’altra arriva tardi, placida e struccata, e in quella sfrontatezza c’è tutto un abisso di potere. Astrid sa di essere sporca e affaticata: cerca di ritrovare il vecchio orgoglio, ma nella piega triste delle palpebre sembra implorare delle gratificazioni. La vecchia non risponde, si stende sul lettino e prende un’altra sigaretta. E lei non può sopportare l’imbarazzo di quel silenzio. Così si rifugia nel terzo palazzo, intenta a pulire le stanze per sfuggire allo sguardo di disprezzo della sua dipendente, l’orecchio teso per sentirla arrivare. Vorrebbe vederla, farla sentire in colpa per il lavoro che lei stessa adesso sta svolgendo, farla sentire grata e amorevole. Vorrebbe che sparisse, non sentire più quello sguardo su di sé. Deve ritrovare se stessa, cacciare l’altra. Riportare la situazione alla normalità, perché qualcosa è andato orridamente storto. Quel sangue, quell’abbraccio, essersi piegata di fronte all’altra per donargli un bacio d’amore. Avrebbe dovuto, non avrebbe dovuto. Mentre pulisce i bagni, si ferma davanti a uno specchio e si fissa negli occhi. Evolversi: riportare tutto a com’era prima.

È pomeriggio ormai, e Astrid non si vede. Anna si sente libera di girare per le stanze rassettate come fossero il suo nuovo appartamento. Balla fra i piani del primo complesso, scovando liquori nei bar disseminati a ogni piano. Ma è inquieta, perché, adesso che il suo riflesso nello specchio non deve più spronarla a scavalcare la padrona, sente un vuoto, il bisogno di qualcuno che le dica come muoversi, che ha pulito bene la piscina, che esiste e per questo il suo futuro sarà destinato a migliorare. I passi la portano al terzo palazzo, nel quinto piano, poi giù per le scale, nelle stanze a tema, e ancora giù giù, fino alle cucine. Sente una voce flebile provenire da lì dentro: la voce di Astrid, ma non c’è nessun altro. Si avvicina.
«Va bene» la sente dire, e poi:
«Non sono una fallita» e ancora:
«Sì, tornerà.»
Si appoggia alla porta e la vede: una ragazzina patetica che parla al proprio riflesso sulla lama di un coltello. Ma adesso è tutto diverso, adesso è l’altra che deve implorare, è l’altra la debole, non lei, non più. Sogghigna, sta per andarsene, ma si blocca quando vede il coltello da cucina scivolare dalle mani dell’elfa, il sangue che scorga dal suo palmo sinistro.
Intanto, dalla piccola corte interna si alza un vento fresco, si spande nel tramonto scarlatto, spazza le strade deserte e arriva alle porte chiuse dei negozi abbandonati. Su quel continente parco giochi regna un immane silenzio, e sembra di poter sentire solo il ritmo di gocce su un coltello.


L’autrice

C. Freschi è una persona, e già questo è molto impegnativo. Trentaquattro anni portati bene, almeno a detta sua, dopo la laurea in filologia si è trasferita in una biblioteca, ma sfortunatamente l’hanno scoperta. Ha scritto un po’ di cose ma ne ha lette molte di più. Vegetariana, cinefila e agender.