Carne di Dio

Quando parla, la voce del nonno è voce di tuono.
Anche ingobbito dagli anni, nonno è alto oltre due metri e la sua strana carne è percorsa da terribili cicatrici vibranti, che cangiano livide nella luce del giorno. Nonostante l’aspetto possa spaventare, i suoi modi sono gentili e, quando nonna gli toglie il bavaglio, sussurra volentieri a noi ragazzini.
«Siamo quello che mangiamo» dice durante una sosta a Carpe, Agafia e a me, indicando il pezzo di carne che ci siamo divisi con i coltelli che portiamo alla cintura. «Ma siamo soprattutto le storie a cui decidiamo di credere.»
Carpe è sempre scettico riguardo alle parole del nonno, beffardo, il più delle volte. Agafia non fa che rimuginarvi, giorno e notte, assillandoci con le sue teorie e interpretazioni.
Io non so mai cosa pensare. Forse sono stupido.
O forse questa è la storia che ho deciso di raccontarmi, perché in fondo sarebbe più facile così.

Il sentiero che il villaggio sta percorrendo è disseminato di vecchi relitti: carcasse consumate di automobili, scheletri irriconoscibili di lampioni e resti di guardrail divorati dalla ruggine e dalla vegetazione incolta. Agafia e io teniamo gli occhi aperti: abbiamo trovato qualche tempo fa uno strano aggeggio in grado di produrre musica da piccoli dispositivi a nastro. È stato il nonno a spiegarcene il funzionamento, una volta interrogato: nonno sa un sacco di cose sul prima.
Capita di rado ma, quando troviamo una vecchia cassetta abbastanza integra, la infiliamo nell’aggeggio e, se funziona ancora, la musica che ne trabocca ci rapisce con la voce misteriosa dei fantasmi del passato. Le canzoni sono spesso allegre e ci spingono a ballare come scemi tra i detriti di quel che rimane della carreggiata, a volte invece sono così malinconiche da farci ammutolire per un bel po’. C’è bellezza in entrambe le sensazioni, ma diversa in un modo che trovo difficile descrivere o spiegare.
Poi mi guardo intorno, penso alle parole del nonno, e mi chiedo a quali razza di storie abbia deciso di credere quella gente, per trasformare il loro mondo nel nostro.

Tutti gli abitanti del nostro paese sono in marcia.
Quasi una settimana fa abbiamo lasciato la collina su cui ce ne stavamo arroccati da sempre. La gente degli altri villaggi ha fatto altrettanto. Non rammento sia mai accaduta una cosa simile. Anzi, non se lo ricorda nessuno.
È stato il nonno a spiegarci perché avremmo dovuto farlo. Cosa avremmo ottenuto.
Per la notte ci siamo accampati tra le rovine di quello che il nonno chiama aeroporto. È ora di cena e nonna gli ha tolto il bavaglio. Era così stretto che ha dovuto aiutarsi col suo coltello. Nonna non assomiglia per nulla al nonno, lei è una di noi: si prende cura del nonno, gli fa compagnia, si assicura che il bavaglio sia ben saldo quando nonno è in mezzo alla gente. Cosa sia il nonno è un’altra delle cose che nessuno ricorda più, sappiamo solo che è pieno zeppo di storie e che le storie, spesso, sono pericolose. Quindi è il capo villaggio che decide quando deve o può parlare in pubblico. Ma adesso nonna non c’è, Carpe è in vena di mattane e Agafia e io non siamo da meno. Questa marcia è l’avventura della nostra vita.
«Dai, nonno» lo sfida Carpe. Immagino voglia far colpo su Agafia, o forse è solo annoiato. «Raccontaci un segreto. Qualcosa di terribile, magari.»
Nonno addenta un pezzo di carne salata e mastica con ostinazione la parte più fibrosa e dura. Pare non aver colto la provocazione. Poi invece batte le mani all’improvviso, facendoci sobbalzare per la sorpresa. E un pizzico di spavento.
«È venuta l’Età della Pietra e, intorno al fuoco, abbiamo cominciato a raccontarci degli spiriti che avevano preso a popolare la nostra immaginazione e di cosa poteva valere una bella conchiglia scambiata con un pezzo di selce affilata. E, a un tratto, una conchiglia non era più solo una conchiglia.»
Gli occhi del nonno riflettono le fiamme del fuoco su cui passa e ripassa il suo ultimo boccone di carne.
«È così che è cominciato.»
Ci guardiamo tutti e tre senza capire.
«Cominciato cosa?» chiede Carpe, incapace di tacere.
Nonno scoppia a ridere. Ha due occhi da matto che mettono i brividi.
«Tutto.»
«Tutto…» mi lascio sfuggire in un fiato. Il nonno lo prende come un invito a continuare, anche se non è affatto così.
«Quelle erano storie deboli. Perché le storie siano forti ci vogliono molte persone e molte persone richiedono molto cibo. Non bastano caccia e bacche di stagione, ci vuole qualcosa come l’agricoltura, poter stipare il cibo, nutrire gli eserciti. Quando accadde, nell’antica città di Uruk ci fu qualcuno che iniziò a narrare una storia di spiriti più potenti dei precedenti. Molti vi credettero, perché un dio forte è meglio di un dio debole, dopotutto. Così i Sumeri iniziarono ad adorare il buon dio Enki e la dea Inanna, Signora del Cielo, della bellezza e dell’amore. Queste divinità erano le società per azioni del loro tempo, come Google o Apple, e i sacerdoti erano i loro dipendenti. Gli dei, come un marchio di successo, hanno bisogno di impiegati in carne e ossa per gestire i loro affari e prosperare.»
«Dei? E dove se ne stavano questi dei?» lo interrompe Carpe, beffardo.
Non abbiamo idea di ciò che il nonno stia farneticando.
Il nonno si picchietta la tempia con l’indice storto. «Proprio qui.»
«Ma allora non erano veri?» chiede Agafia.
Il nonno ridacchia.
«Una storia ascoltata da una sola persona, spesso non rimane che una storia. Quando centomila persone, o un milione, credono allo stesso racconto, allora è facile che quel che credano divenga la verità. Cosa sia reale, è tutto un altro paio di maniche.»
Carpe e io ci scambiamo un’occhiata sconcertata. Agafia non dice nulla, fissa il nonno a bocca spalancata. Io comincio a credere che davvero le storie siano pericolose e che faremmo meglio a tapparci le orecchie, a scappar via, lasciando il nonno solo con i suoi deliri.
«Ma per quanto una storia sia buona, un sacerdote o un impiegato non può essere migliore del dio che serve» prosegue invece il nonno, implacabile. «Un sacerdote è fallibile, commette errori di calcolo, dimentica il nome degli affittuari del buon dio Enki, o se quel tale frutteto appartiene o no alla Signora del Cielo.»
Il nonno si china e bisbiglia, come intendesse rivelarci un segreto. La sua carne ha un odore pungente, le cicatrici di cui è costellata lampeggiano.
«La verità è che non ci sono ancora storie così buone da essere credute da abbastanza gente per poter espandere il regno oltre Ki-en-gir, o sottomettere tutti i credenti al dio Enki e alla bella Inanna. Manca ancora una cosa…»
«Vecchio, che vai cianciando!» sbraita nonna, piombando in mezzo a noi, raccogliendo il bavaglio del nonno e legandoglielo stretto contro le labbra, disperdendoci come galline. «È tardi, la cena è finita e domani ci aspetta un altro duro giorno di marcia. A letto. A letto!»
Più tardi, sotto stelle inquiete la cui luce filtra appena da enormi vetrate deturpate, non faccio che girarmi e rigirarmi nel mio sacco a pelo.
Mi chiedo cosa siano Enki, Apple, le società per azioni o i Sumeri, ma per quanto mi sforzi non riesco a trovare una risposta.
Chissà se il buon dio Google sarebbe in grado di aiutarmi.

La gente è assiepata davanti al ponte crollato, attonita.
Un brusio sconvolto riverbera di bocca in bocca. Carpe, Agafia e io ci facciamo largo fino a scorgere il fiume invalicabile. Udiamo il capo villaggio, scuro in volto, sgolarsi sopra il frastuono.
«Portate il narrante» grida. «Conducetelo qui.»
La nonna si fa largo tra i presenti, ma è il nonno a svettare sulla folla.
«Liberalo» ordina il capo villaggio, puntando il suo coltello sguainato verso il nonno.
La nonna obbedisce e gli toglie il bavaglio.
Il nonno si guarda intorno, curioso, per nulla intimidito. A un tratto pare scorgere qualcosa a margine del sentiero, un vecchio cartello malridotto e abbandonato che afferra e scruta con attenzione.
Nessuno tra i presenti è in grado di decifrare quella vecchia lingua perduta. Le immagini appaiono incomprensibili, sbiadite dalle intemperie e dagli anni.
Quando il nonno parla, la sua voce non è quella del tuono, ma trasmette un carisma a cui è impossibile sottrarsi.
«Esisteva un ponte ligneo, più a valle, un tempo» dice. «Individuando il punto in cui il fiume si restringe a sufficienza, potrebbe essere possibile costruire una sorta di ponte di barche.»
La gente intorno a noi sorride, il lavoro duro non ci spaventa: questo non è un mondo facile. Sarà sufficiente riconoscere il luogo di cui parla il nonno. Tutti appaiono sollevati. Tutti tranne Carpe.
Non passa qualche ora che una coppia degli esploratori mandata in avanscoperta è certa di aver riconosciuto il posto descritto dal cartello e tutti si affrettano a mettersi all’opera.

Nonna ha dovuto assentarsi di nuovo, impegnata come molti nella costruzione del ponte di barche, e Carpe ne approfitta per fare una cosa che ci lascia atterriti: allenta il bavaglio del nonno e gli allunga un tozzo di pane infilato sulla punta del proprio coltello.
«Trovare quel cartello è stato un colpo di fortuna» dice meditabondo, osservando il nonno impegnato a masticare di buona lena.
Nonno ride, ma piano, per non farsi sentire dagli altri.
«Già. Se non si fosse trattato che di una vecchia pubblicità.»
Agafia lo fissa, scandalizzata.
«Hai mentito!» lo accusa. Sembra sull’orlo delle lacrime e un po’ mi dispiace.
«Ho raccontato una storia a cui volevano credere. A cui avevano bisogno di credere. L’hanno fatto e domani attraverseremo il fiume.» Il nonno ammicca, ingolla l’ultimo boccone. «È così che funzionano certe storie.»
Nel crepuscolo si addensa un silenzio teso.
Ci pensa il nonno a spezzarlo, ora che ha messo qualcosa nello stomaco.
«Il cartello è stato solo un trucco. La gente crede con più facilità a quel che legge. Lo capirono anche i Sumeri, quando alla fine inventarono la scrittura. Ora era possibile creare storie più complesse, che non avevano più la necessità di essere tenute a mente, col rischio di andare perdute o confuse, ma potevano essere tracciate sul papiro e l’argilla. I limiti fallaci della memoria umana erano superati. Gli egizi, che erano dei dritti, ne approfittarono al volo. Cominciarono a raccontare una storia più ambiziosa, il mito di un dio vivente, il faraone, che dalla sua capitale, Menfi, regnava dal deserto nubiano alle rive del Mediterraneo. Credendo a quella storia, gli egizi unificarono un regno e costruirono le piramidi. Chissà se esistono ancora…»
Guardo il nonno, non comprendo nulla di quello che dice, eppure non posso fare a meno di ascoltare. Mi sforzo di dare una forma e un senso alle visioni che formano nella mia testa le sue parole.
«I miti sono storie potenti» mormora, un’inconfondibile nota di rispetto nella voce. «I faraoni muoiono, ma i miti sopravvivono. Quando cinquemila anni più tardi, il faraone Elvis Presley, primo e unico nel nome, morì e il suo corpo gonfio marcì in fretta sotto il sole rovente del Tennessee, gli affari legati al suo marchio continuarono a prosperare tranquillamente. Le torme dei fedeli che si recavano in pellegrinaggio nella necropoli di Memphis, America, sapevano bene a quale storia credere: la carne è corruttibile ma una leggenda vive per sempre.»

Ho gli occhi spalancati verso il cielo notturno, pieni di stelle da far male.
Stringo forte il manico del coltello legato alla cinta. Immagino che Carpe e Agafia stiano facendo lo stesso, li sento agitarsi accanto a me, eccitati e confusi quanto lo sono io.
Vorrei conoscere tutte le storie del nonno, perdermici dentro, e magari raccontarne qualcuna di mia…  per vedere cosa succede.
Il nonno ha raccontato una bugia e ha convinto tutti che c’era un modo per attraversare il fiume: c’è potere in questa cosa. È qualcosa che spaventa, a pensarci. Terribile, persino.
Per questo siamo rimasti arroccati nei nostri villaggi per anni, ognuno impegnato a difendere la propria collina dagli altri, anche se ormai avevamo dimenticato cos’era accaduto al vecchio mondo, a quali storia aveva creduto quella gente per ridurci così.
Fino a oggi non lo avevo compreso davvero.
Chissà se questo viaggio è un atto di coraggio o di stupidità…
Un brivido mi attraversa, poi la stanchezza mi porta finalmente via con sé.

Si scorgono i fuochi accesi dagli altri villaggi, sempre più vicini.
Stiamo convergendo tutti verso il luogo del raduno, d’altronde. I falò delle avanguardie picchettano la pianura che si apre di fronte a noi nel crepuscolo imminente. Sembrano stelle cadute, o ansiose di rialzarsi e tornare al proprio cielo. Domani arriveremo anche noi. Stranieri tra stranieri. Domani sarà il gran giorno: così dicono tutti, con speranza e altrettanto timore.
Un nodo mi stringe la gola, mi sento eccitato ma anche malinconico.
Chissà a cosa sta pensando il nonno? Lo cerco con lo sguardo, ho bisogno di parlargli. Nonna sembra impegnata in una discussione con il capo villaggio, nonno se ne sta seduto contro il muro sgretolato di una vecchia costruzione in rovina. Faccio un cenno a Carpe e Agafia e lo raggiungiamo alla chetichella.
Con uno sforzo cerco il coraggio, allungo il coltello e taglio il bavaglio.
«Cosa sono davvero le storie, nonno?» domando, senza tanti preamboli. Non c’è più tempo, temo.
«Una storia è un coltello» risponde lui, corrucciando la fronte, indicando con il mento quello che noi tre portiamo alla cinta, il mio ancora sguainato. Ho la netta impressione che la mia ottusità lo deluda. Le cicatrici che costellano la sua carne avvampano, facciamo un passo indietro. «Ci puoi intagliare un pezzo di legno, scuoiare un coniglio per cena o ammazzare un uomo, se vuoi. Una rete di storie condivise può piegare la realtà, fino a cambiarla, spezzarla. Devi starci molto attento, cauto nell’uso che intendi farne.»
«Cauto» lo sbeffeggia Carpe imitando la sua voce, ma il tono è fiacco, privo della solita sbruffonaggine.
Il nonno non gli bada. Nonna e il capo villaggio hanno terminato di discutere.
«Un gruppo di uomini si riuniscono: emanano leggi, disegnano confini su una mappa geografica, fondano una religione. Se abbastanza uomini crederanno a quelle storie, ubbidiranno alle leggi di quello stato e del suo Dio, vedranno un nemico oltre il confine, indosseranno un’armatura, monteranno a cavallo e parteciperanno a una crociata per servire la vera fede, sterminando chiunque non sia d’accordo con loro. Ma uno stato, un confine, la religione, non sono entità reali, esistono solo nella nostra immaginazione. Sono storie a cui abbiamo deciso di credere.»
Nonna si fa largo tra il capannello di gente, raccolta intorno al fuoco principale.
La voce del nonno brontola come un tuono trattenuto, adesso.
I nostri occhi si spalancano.
«Quando le storie sono così tante da creare una rete inestricabile, è difficile smettere di credervi. O riuscire a distinguere la finzione dalla realtà. La bontà di un vaccino… gli insondabili segreti delle scie chimiche…»
Il nonno fa un gesto stanco con la mano, indicando non capisco cosa. Scuote il capo. Le cicatrici che lo sfregiano, incupiscono.
«A un certo punto non ne siamo più stati capaci. Le storie che ci raccontavamo sono divenute in grado di modellare i nostri stessi corpi, la nostra mente, i nostri desideri. Le abbiamo fuse in algoritmi così sofisticati e complessi che neppure noi che li avevamo creati eravamo più in grado di comprenderli del tutto, soggiogandoci.»
«Cos’è un algoritmo?» chiede Agafia, balbettando a disagio, ma non c’è più tempo. Nonna si sta avvicinando a grandi passi, e noi ce la diamo a gambe.
Sento il nonno mormorare un’ultima frase. La sua voce non ha nulla della tempesta, è solo smarrita.
«Nel momento in cui avevamo più bisogno di distinguere tra realtà e finzione, non ne eravamo più in grado.»

La pianura è talmente stipata di gente che ne provo un senso di vertigine.
Nessuno di noi è più abituato a queste folle. C’è tensione ovunque, ma anche un’elettrizzante euforia.
Ogni villaggio è raccolto intorno al proprio nonno, in attesa che la promessa che ci è stata fatta venga onorata.
Il brusio delle voci è quello di un alveare, opaco e vibrante al contempo. Si interrompe solo quando il capo villaggio fa un cenno alla nonna, che si avvicina e, con un movimento solenne, recide in un colpo il bavaglio del nonno, che cade a terra, tra la polvere. Nel medesimo istante, accade la stessa cosa a tutti i nonni presenti nella piana. Un respiro trattenuto da migliaia di gole si spande nella piana.
Il nostro nonno si guarda intorno, come si fosse appena svegliato da un lungo, lungo sogno.
Sbatte le palpebre, apre la bocca, poi la richiude.
Quando si decide a parlare, la sua voce è di nuovo quella del tuono e ci raggiunge tutti con potenza di temporale.
«Oggi le vostre storie vi verranno restituite» dice.
Esita, contempla il proprio corpo e pare quasi divertito. «Forse è giusto che siano rimaste scritte per tutto il tempo in questa vecchia carne stampata in 3D.»
Nessuno di noi comprende l’allusione, se ve n’è una.
«Tutte le storie dimenticate vi verranno restituite. Forse è cosa buona e giusta. Fatene buon uso. Raccontatene di nuove, di vostre. Migliori di quelle a cui credemmo noi.»
Il nonno si spoglia lentamente, lasciando cadere a terra i suoi abiti logori, rimanendo nudo davanti alla folla. Le cicatrici che lo screziano pulsano rossastre.
«Ecco la carne di dio» dice.
E così ci alziamo, sguainiamo i nostri coltelli, ci avviciniamo. Sempre più eccitati. Affamati.
Uno dopo l’altro ci avventiamo sul nonno, strappando il nostro boccone con avidità, ficcandoci in bocca la sua strana carne, golosi, masticandola, sbranandola, divorandola.
Dolce e amarissima allo stesso tempo.
Banchettiamo fino a che non ne rimane nulla.
Ebbri e sazi, barcolliamo fino a crollare tra l’erba calpestata, uno dopo l’altro, sommersi da un coacervo sterminato di travolgenti visioni.
Tutte le storie del mondo…
È tutto troppo.

Mi gira la testa.
Faccio fatica a stare in piedi, ma devo sapere… devo. così mi aggiro carponi tra i corpi assonnati, ancora ubriachi e provati. Non vedo né Carpe, né Agafia, ma non sono loro che cerco.
Un conato mi stringe lo stomaco e vomito tra l’erba. Poi lo scorgo, anche se quasi non lo riconosco.
C’è un vecchio piccolissimo e raggrinzito accovacciato tra gli umori di quel che resta del suo antico guscio di carne sintetica. Respira a malapena. Pare un bambino di mille anni.
«Nonno?» lo chiamo.
Non risponde, così lo scuoto. Piano, perché ho il timore che possa andare in pezzi da un momento all’altro.
«Nonno?»
Mi guarda stralunato, la sua vera carne trafitta da mille punte di coltello. È stato difficile controllarsi, a un certo punto…
«Nonno, ho ascoltato tutte le tue storie» mormoro. «Quelle meravigliose, quelle terribili e quelle incomprensibili.»
Nonno annuisce, sfinito. «Che spettacolo» mormora.
«Ma devo sapere, adesso.» Scuoto il capo, frastornato, impaurito. Lo afferro più forte, strappandogli un verso di dolore, tuttavia non riesco a trattenermi. Devo sapere davvero.
«Tutte quelle storie» dico. «Com’è possibile distinguere tra finzione e realtà? Qual è la storia giusta da raccontare?»
Gli occhi del nonno guardano lontano e per un istante ho il terrore che sia già troppo tardi.
La sua voce mi coglie di sorpresa, perché non è più quella del tuono. Adesso è solo un bisbiglio confuso nel vento.
«Una società per azioni in bancarotta non soffre. Una nazione sconfitta non soffre. Se il tempio di Enki viene abbattuto e va in rovina, il dio Enki non soffre. Invece, un soldato ferito in battaglia soffre. Un cucciolo allontanato dalla propria madre soffre. Una donna che ha fame e non può allattare, soffre. E i suoi figli muoiono.»
Adesso è il nonno a stringermi il polso, rapace. Le sue ossa sottili e adunche mi scavano nella pelle, fino a far male.
«Domandati chi è a soffrire e saprai ciò che è reale e quel che non lo è. Poi scegli che storia raccontare. O a quale storia credere.»
La stretta sulla mia mano affievolisce. Nonno chiude gli occhi.
Dalle labbra screpolate, in un alito, scivolano fuori le sue ultime parole.
«Ecco, è ora di andare.»
Poi non c’è più. O non è più lì.
Dipende dalla storia a cui volete credere.
Così mi alzo, raccolgo le forze, guardo verso l’orizzonte sterminato che mi circonda e cerco di non essere troppo spaventato.
Sì: è ora di andare.


L’autore

Davide Camparsi è nato e vive a Verona. Ha pubblicato più di cinquanta tra racconti e novelle, oltre ai romanzi Tre di nessuno, L’Angelo dell’Autunno, Alessandro Nero e la raccolta Tra Cielo e Terra. Ha vinto due volte il Trofeo RiLL e il Trofeo La Centuria e La Zona Morta, nonché i premi John W. Polidori, Esescifi ed Esecranda. Il suo racconto Non di solo pane è stato tradotto e pubblicato in Spagna, Sudafrica e Irlanda. Per il mercato anglofono ha pubblicato anche una poesia inclusa nell’HWA Horror Poetry Showcase Volume III, e racconti per le riviste The Dark e Future FS Digest. La sua ultima raccolta horror, Una Geografia delle Tenebre, è stata pubblicata da Dunwich Edizioni.