Fu Noemi a scoprire il segreto del locale caldaie.
Ovvio, ogni novità nel nostro piccolo gruppo passava da lei, dalle sue idee folli e dalla sua esuberanza.
Quel giorno voleva semplicemente punire Leonardo e nascondergli il pallone. Leo a quel pallone, una vecchia sacca di cuoio scucito che da più parti aveva perso gli esagoni bianchi e neri, c’era proprio affezionato, non tanto perché fosse bello, quanto perché era l’unica cosa che possedeva. Poteva passare interi pomeriggi a prenderlo a calci facendolo rimbalzare sulla parete di un palazzo, lì nel piazzale di cemento su cui affacciavano le case popolari, quell’angolo di città che ci sembrava il nostro intero mondo. Non che tutto quell’allenamento gli giovasse, era grasso come un porcello.
«Glielo faccio sparire quel pallone.»
Noemi era seduta sul muretto all’angolo, quel giorno come tutti i giorni, e io e Marco le stavamo attorno. Era il nostro posto preferito. L’aveva scelto lei perché lì era fuori dalla visuale delle case del suo palazzo e poteva fumare senza correre il rischio di essere vista, non solo dai suoi genitori ma anche da qualche vicino impiccione. Alcuni mesi prima, infatti, la signora del piano di sopra l’aveva sorpresa con una sigaretta in bocca e aveva fatto la spia.
Suo padre l’aveva riempita di lividi e le aveva rotto il labbro. Quando l’avevamo vista, il giorno dopo, aveva la faccia così gonfia da fare impressione, eppure la prima cosa che aveva fatto era stata infilarsi una sigaretta fra le labbra viola e fumarsela di gusto.
Poi aveva scelto un nuovo punto di ritrovo nel piazzale, il muretto all’angolo, e noi l’avevamo seguita senza fiatare. Vuoi perché era più grande, vuoi perché era l’unica ragazza che ci dava un po’ di considerazione. Vuoi perché, per un motivo o per l’altro, avrei fatto qualsiasi cosa per la sua approvazione.
«Vi giuro, stavolta lo nascondo così bene che non lo ritroverà più.» Sottolineò queste parole aspirando nervosamente la sigaretta e soffiando fuori una densa nuvola grigia.
Guardai nella direzione in cui puntavano i suoi occhi lividi di rabbia. «Come mai ce l’hai col pallone di Leo?»
«Passa tutto il pomeriggio a calciarlo contro il palazzo. Si sente dalle finestre e mio padre dorme male.» Aspirò di nuovo. «Quando mio padre non riposa, diventa nervoso.»
Sollevai le spalle. Mi sembrava una scusa un po’ arzigogolata ma mi guardai bene dal contraddirla.
L’occasione capitò pochi minuti dopo. La madre di Leonardo lo chiamò e lui corse verso casa, lasciando il pallone incustodito nel piazzale.
Noemi scattò e ritornò al muretto pochi istanti dopo col suo trofeo sotto il braccio.
«Dove pensi di nasconderlo?» Marco si stropicciava le mani una contro l’altra, col nervosismo sudaticcio che lo avvolgeva quando era emozionato.
«Non lo so.» Lei si guardò attorno, scrutando con attenzione in ogni direzione. «Voglio trovare un nascondiglio davvero irraggiungibile. Dovrà supplicarmi per riaverlo indietro.»
Passammo i minuti successivi a setacciare il piazzale. Dovevamo sbrigarci, Leo sarebbe potuto tornare da un momento all’altro, ma non potevamo accontentarci dei nascondigli più banali. In verità non pensavamo di poter trovare davvero un posto capace di sorprenderci. Grazie alle interminabili partite a nascondino con cui provavamo ad ammazzare i pomeriggi, conoscevamo a menadito ogni centimetro del piazzale, ogni mattonella scheggiata, ogni gradino di marmo sudicio, ogni siepe secca, ogni graffio nell’intonaco dei palazzi.
Eppure, a un certo punto, sentimmo Noemi esultare. Ci chiamò con un gesto del braccio mentre con l’altra mano trafficava con una porticina rugginosa. Era sul fianco di uno degli ultimi palazzi del complesso residenziale, uno di quelli di vecchia costruzione con il piano terra rialzato. Non ci viveva nessuno di noi, anzi, a pensarci bene non ricordo di aver mai visto un ragazzo uscire da quel portone.
E nessuno di noi aveva mai fatto caso a quella porta.
La serratura saltò senza che Noemi avesse bisogno di fare troppa forza e svelò una stanza buia e stretta. Il puzzo denso di muffa e polvere ci venne incontro, aggredendo gola e narici. Marco indietreggiò, sopraffatto da una tosse improvvisa. Io avrei voluto fare altrettanto ma temevo di apparire un codardo. Noemi si era già infilata dentro, per quanto lo sgabuzzino lo consentisse. In realtà la stanza era occupata quasi del tutto da un enorme caldaia divorata dalla ruggine e coperta di ragnatele. Non era necessario il parere di un idraulico per capire che quel macchinario non era più in funzione da parecchio e che, probabilmente, quello stanzino non vedeva presenza umana da diversi anni.
«Che figata di posto.» Noemi posò il pallone a terra. «Nascondiamolo qua. Non lo troverà mai.»
A ripensarci ora, non so cosa l’abbia attratta di più di quel locale caldaie. Forse quello stanzino non era altro che una specie di buco nero e lei ne era rimasta in qualche modo risucchiata.
Noemi lasciò lì il pallone in mezzo a polvere ed escrementi di topo e si richiuse la porta alle spalle. La serratura era saltata, per cui lei decise di rimanere sul marciapiede di fronte, di guardia, per assicurarsi che nessuno si intrufolasse nel suo nuovo nascondiglio. E io e Marco, neanche a dirlo, ci appollaiammo al suo fianco, sgomitando per ottenere le sue attenzioni.
Leonardo riapparve nel piazzale qualche minuto dopo e si accorse che il pallone era sparito. Cominciò a cercarlo, prima con calma, pensando che potesse essere rotolato poco distante, poi con agitazione crescente correndo in ogni direzione e strillando con la sua vocetta troppo acuta per un corpo così gonfio. E alla fine ci vide.
«Tu!» Corse in direzione di Noemi puntandole l’indice contro, il fiato rotto dal caldo, dalla corsa e dalla rabbia. «Dove l’hai nascosto?»
«Caccia al tesoro, maialino.» Noemi si accese una sigaretta, anche se non era più protetta dal cono d’ombra del nostro muretto. Doveva aver pensato che quel momento trionfale valeva il rischio di essere scoperta.
Leonardo le rispose con un urlo lamentoso. Stringeva i pugni come se avesse voluto saltarle addosso, ma sapevamo che non lo avrebbe mai fatto. Non era tanto per la presenza di me e Marco, non penso di essere mai stato un deterrente per nessuno. Ma tutti nel piazzale sapevano che il padre di Noemi era l’unico che poteva arrogarsi il diritto di gonfiarla di botte e Leo non voleva certo sfidare la sua collera. Non era scemo il ragazzo, non lo era affatto. E infatti ci mise poco a fare due più due.
«Se siete qui e non sul vostro solito muretto», borbottò guardandosi attorno. «È perché lo avete nascosto da queste parti.»
Fu Marco a tradirsi, un’occhiata veloce verso la porta arrugginita che Leo fu lesto a intercettare.
«Cos’è quella?» Corse verso il locale caldaie e spalancò la porta.
Noemi saltò in piedi, rossa in viso dalla rabbia, e lo rincorse. E noi dietro.
Aveva perso tanto tempo a cercare il nascondiglio perfetto ed era durato meno di un sospiro. Inaccettabile.
Raggiungemmo il locale caldaie proprio mentre Leo se ne andava deluso. Non era lì. Lo stanzino era vuoto.
«Non è possibile», sussurrò Noemi mentre il suo avversario si allontanava. «L’ho messo lì, ne sono certa. E non è entrato nessuno.»
Un grido di gioia ci distolse da quel piccolo mistero. Ci voltammo verso Leo che stava sollevando al cielo un pallone come fosse un trofeo.
«Guardate qua, è molto meglio del mio. Mi tengo questo.»
Non so da dove fosse saltato fuori, ma in effetti era un pallone nuovo e lucido, con tutte le cuciture al posto giusto. Nulla a che vedere con quello che usava per palleggiare ogni pomeriggio.
Noemi rimase a fissare l’inaspettato trionfo del suo avversario, ma non c’era livore nel suo sguardo. Solo una specie di malsana curiosità.
Quel giorno la accompagnai al suo palazzo e poi fino alla porta di casa, ma non mi rivolse neanche una parola, tanto era assorta nei suoi pensieri.
Solo quando giungemmo al suo pianerottolo, prima di infilare la chiave nella toppa, si voltò verso di me. «Vediamoci domani. Dì a Marco di portare la bici.»
La porta si aprì prima che potessi chiederle spiegazioni e apparve suo padre.
«Ti sembra questa l’ora di rientrare?»
Aveva gli occhi ingialliti e la voce impastata. Capitava spesso e in quei casi Noemi sapeva bene che non era il caso di contrariarlo.
«Scusa», sussurrò, chinando il capo.
«Muoviti. Tua madre aveva mal di testa e ha preso le pillole per dormire, devi cucinare te.»
L’afferrò per un polso, incurante della mia presenza, e la strattonò facendola scomparire all’interno della casa.
***
«Perché proprio la mia bici?»
Quella semplice domanda appena sussurrata rappresentava il massimo di insurrezione che Marco era disposto a permettersi nei confronti di Noemi.
La ragazza lo fissò dritto negli occhi lasciandolo pietrificato. «Perché è colpa tua se Leo ha scoperto il nascondiglio ieri. Ha visto dove stavi guardando. Perciò rischieremo qualcosa di tuo in questo esperimento.»
Era la logica di una ragazzina, ma non faceva alcuna grinza. Anche Marco fu costretto ad arrendersi e a consegnarle il suo mezzo.
La bici di Marco era un vero e proprio catorcio, una graziella dalle ruote sgonfie che aveva ereditato dalla sorella maggiore. Aveva provato a darle un po’ di dignità a colpi di bomboletta spray verde fosforescente, senza però ottenere i risultati sperati. Eppure la sfoggiava con malcelato orgoglio, visto che lo rendeva uno dei pochi ragazzi dei nostri palazzi a disporre di un mezzo di trasporto proprio.
Ma per quanto fosse forte il suo attaccamento a quel precario rottame su due ruote, nulla poteva di fronte all’autorità di Noemi. La graziella verde scrostato fu consegnata alla ragazza, che la trascinò fino al locale caldaie.
La porticina rugginosa era socchiusa, esattamente come l’avevamo lasciata noi. Sembrava che neanche il vento l’avesse smossa di un millimetro. Mi diede una strana impressione, come se quell’angolo del piazzale cessasse di esistere quando noi tre ci allontanavamo e tornasse reale solo sotto al nostro sguardo.
«Stai tranquillo, frignone.» Noemi infilò la bicicletta nella stanza caldaie e chiuse la porta. «Probabilmente non succederà niente. Oppure…»
«Oppure cosa?» Marco strinse i pugni e il viso si colorò di un rosso acceso. «Adesso basta. Ridammela.»
Rimasi stupito nel vederlo così determinato. Si avvicinò a Noemi e per qualche secondo riuscì anche a sostenere il suo sguardo, prima di capitolare e tornare a fissarsi le caviglie. «Ti prego.»
Lei sbuffò e riaprì la porta rugginosa. «Sfigato.»
Ma quando ci affacciammo per recuperare la bici, non c’era più.
Marco si abbandonò a un grido lamentoso e si infilò nello stanzino per cercare meglio. «Non è possibile. Dov’è finita?»
In quell’istante lo sguardo di Noemi cambiò. Con un movimento lento, quasi impercettibile, senza che emettesse alcun cigolio, avvicinò la porta allo stipite.
Le posai una mano sulla spalla, prima che rinchiudesse Marco. «Che fai?»
«Niente.» La ragazza scosse la testa, come destandosi da un momento di confusione, e spalancò l’apertura.
Marco uscì blaterando imprecazioni incomprensibili. Si allontanò agitando le braccia come una marionetta manovrata a casaccio, giurandoci che era stufo di noi e delle nostre prepotenze.
«Seguiamolo.» Noemi si mise alle sue calcagna, osservandolo a debita distanza.
Ci vollero pochi minuti, il tempo che Marco arrivasse nei pressi del portone di casa sua, perché le lamentele si tramutassero in grida di gioia. Suo zio, a sorpresa, era venuto a trovarlo e aveva portato con sé un regalo. Una mountain bike nuova di pacca, rossa fiammante e lucida da levare il fiato, così alta che quando si mise a provarla nel piazzale a malapena raggiungeva i pedali.
Io restai lì, a fissarlo, sbalordito da questa nuova coincidenza.
Ma Noemi aveva già stabilito la correlazione, glielo si poteva leggere nell’espressione soddisfatta disegnata sul viso. Il locale caldaie toglie. Il locale caldaie restituisce una versione migliore.
***
Leonardo morì alcuni giorni dopo.
Fu uno spartiacque nella monotona vita del piazzale anche perché ebbe grosse conseguenze. Finì sul giornale, ci fu anche un sit-in di protesta e vennero i geometri del comune a promettere una manutenzione straordinaria delle case popolari.
In ogni caso fu un evento di cui si parlò a lungo, fino a diventare una sorta di leggenda tramandata dai ragazzi del quartiere. Ma io non avevo bisogno di farmela raccontare. Io avevo assistito.
Leo stava giocando da solo col suo pallone nuovo, tirando colpi sempre più forti sulla facciata del palazzo. Faceva caldo e si era levato la maglietta, le tettine adipose sobbalzavano a ogni tiro mentre ansimava come un suino per lo sforzo. Ma non sembrava intenzionato a fermarsi.
Un colpo più forte e storto degli altri rimbalzò e colpì il balcone sopra di lui.
Ricordo un enorme calcinaccio staccarsi dalla parte inferiore del balcone e volare giù verso la sua testa, ricordo il rumore simile a un vaso di coccio che si rompe e poi il corpo sformato, immobile e torto in una posa innaturale e la macchia rossa che si allargava sul cemento.
Le urla, la gente che si accalcava attorno a lui. Dì lì in poi non ricordo più molto bene.
La settimana successiva morì Marco ma la sua fu una morte più ordinaria, quasi banale. Oramai passava poco tempo con noi, preferiva sfrecciare per la città con la sua bici nuova.
Lo travolse un camion durante una delle sue pedalate. Quando, singhiozzando, i miei genitori mi diedero la notizia, ebbero la premura di informarmi che era morto sul colpo e non aveva sofferto.
***
Quella notte ero sveglio, come ormai mi capitava da tempo, incapace di dormire per via dei volti dei miei amici morti che mi apparivano ogni volta che chiudevo gli occhi. Sentii due colpi alla finestra.
Sapevo di chi si trattava prima ancora di alzarmi dal letto. Noemi era la sola che sfruttava la posizione della mia camera, al piano terra e con una finestra che dava sul marciapiede, per venire a chiamarmi. Ma non lo aveva mai fatto in mezzo alla notte.
Mi trascinai fin lì scacciando via dalle palpebre il peso di troppe notti insonni e mi affacciai.
«Che ci fai qui a quest’ora?»
«Ho bisogno di aiuto.»
Non l’avevo mai vista così seria. Ma non sembrava spaventata, né ansiosa, aveva una fredda lucidità dipinta sul viso. Non esitai neanche un istante, mi vestii in fretta e furia e sgattaiolai fuori stando ben attento a non svegliare i miei genitori chiudendo la porta.
La raggiunsi fuori e attesi che mi spiegasse cosa fosse successo.
«Seguimi», si limitò a dirmi senza aggiungere altro.
Attraversammo il piazzale in silenzio, raggiungemmo il suo palazzo e salimmo a casa.
Lei infilò la chiave nella toppa e aprì con cautela, come se lì dentro ci fosse qualcosa pronto a saltarci addosso. Ma dentro c’era solo suo padre riverso per terra come un enorme pupazzo di pezza. Non era morto, il petto si sollevava e abbassava al ritmo di un flebile respiro.
«Si è sentito male?», chiesi. «Dobbiamo chiedere aiuto?»
«No.» Noemi sottolineò il divieto con un gesto del braccio.
«Tua madre?»
«Mia madre se n’è andata.» Noemi strinse i pugni. «E lui non l’ha presa bene. Era furibondo, capisci? Si sarebbe sfogato su di me, mi avrebbe ammazzato. Ho dovuto farlo.»
Mi mostrò la scatola di sonnifero. Doveva avergliene rifilato un bel po’ per ridurlo in quello stato.
«E ora che vuoi fare?»
«Devi aiutarmi a portarlo fuori.»
Ancora non capivo dove volesse andare a parare, ma non potevo respingere la sua richiesta d’aiuto.
Eravamo due ragazzini e sollevare e spostare un uomo adulto non fu affatto una passeggiata. Lo trascinammo giù per le scale convinti che da un momento all’altro qualcuno si sarebbe svegliato e ci avrebbe sorpreso in quell’operazione.
Invece nessuno ci vide.
«Dove vuoi portarlo?», le chiesi mentre trasportavamo quel corpo inerte lungo il piazzale. Ma l’avevo già capito.
Arrivammo di fronte al locale caldaie e aprimmo la porta. Con un ultimo sforzo, Noemi infilò il corpo del padre in quello spazio angusto. Poi si lasciò scivolare a terra, esausta e sudata.
«Sei sicura di volerlo fare?»
Non riuscivo a capacitarmi che potesse arrivare a tanto. E se l’uomo fosse scomparso davvero? Sarebbe stato una specie di omicidio. Io sarei diventato suo complice.
«Non lo so.» La ragazza si portò le mani alla fronte, la bocca piegata dal dubbio.
In quell’istante suo padre emise un brontolio. Si stava per svegliare.
Noemi ruppe ogni indugio e si avventò sulla porta, chiudendo l’uomo dentro il locale caldaie. Poi si gettò sull’anta spingendo con la schiena, come a volerla barricare nel caso lui avesse provato a uscire. Ma da dentro non proveniva più alcun rumore.
Aveva funzionato? Avevamo davvero ucciso suo padre? L’unico modo per scoprirlo era aprire la porta ma nessuno di noi aveva il coraggio di farlo.
«Sollevami», disse infine lei dopo qualche minuto di angosciosa attesa. «Voglio guardare da sopra.»
Intrecciai le dita in modo che potesse usarle come gradino e darsi una spinta fino alla parte superiore della porta dove la lamiera si era torta abbastanza da creare uno spiraglio. Lei avvicinò la faccia alla fessura e sbirciò dentro. Il viso si contrasse in una maschera di terrore.
«Via, andiamo via!» Noemi si spinse indietro e ci fece caracollare entrambi a terra.
Si rialzò in piedi in un attimo e mi tese una mano perché facessi altrettanto. «Scappiamo!»
Attraversammo a corsa il piazzale fino a raggiungere casa mia. Solo a quel punto mi voltai, convinto che suo padre ci stesse inseguendo. Ma non c’era nessuno dietro di noi.
«Che cosa hai visto lì dentro?»
Lei scosse la testa. «Posso dormire da te? Ti prego.»
Era inutile chiederle altro, non me ne avrebbe parlato. La feci entrare a casa e le lasciai il mio letto.
Io stesi un lenzuolo sul pavimento e mi sdraiai lì. Tanto ero certo che, per quella notte, non avrei più chiuso occhio.
***
Il padre di Noemi non si fece vedere mai più, ma fra le case popolari nessuno se ne preoccupò più di tanto. Ero un bastardo, tutti lo sapevano, chi poteva stupirsi nel venire a sapere che aveva abbandonato la famiglia?
La madre, invece, tornò il giorno dopo insieme a quello che di lì a breve sarebbe diventato il suo nuovo compagno. Un uomo attraente, con gli occhi azzurri. La prima volta che gli parlai, mi sembrò una persona gentile e sorridente.
Noemi lo adorava. Io no.
Non mi piacevano quegli occhi, né quei sorrisi che sembravano finti. E non mi piaceva come la fissava e come la accarezzava.
Io e la mia amica parlammo una sola volta di ciò che era successo quella notte.
Eravamo sul nostro muretto, solo noi, e lei si voltò di scatto verso di me.
«Ha funzionato», mi disse.
«Che cosa?»
«Il locale caldaie. Mi ha tolto qualcosa e me ne ha restituito una versione migliore.»
Schiusi appena la bocca, per proporre quella che temevo essere la correlazione successiva. Ma non dissi niente. Se non lo pronunciavo a voce alta non era reale.
***
Della notte in cui morì Noemi ricordo poco. Ricordo, il giorno dopo, le urla e le sirene della polizia. Ricordo quell’uomo trascinato fuori in manette con la camicia, le mani e la bocca imbrattate di sangue. Ricordo che, anche in quel momento, sorrideva.
I miei genitori decisero che dovevamo andarcene da lì e pochi mesi dopo ottennero un cambio alloggio in una casa popolare più piccola e molto lontana.
Sono ritornato nel piazzale anni dopo, quasi per caso. Mi sono trovato a passare lì vicino con la macchina e un senso di profonda nostalgia mi ha preso lo stomaco. Ho parcheggiato e mi sono trascinato a rivedere i luoghi dove avevo trascorso la mia infanzia.
Era tutto esattamente come lo ricordavo, forse solo un po’ più piccolo perché nei ricordi di un bambino sembra sempre tutto enorme, ma per il resto ogni cosa era ancora al suo posto. I quartieri popolari a volte riescono a sfuggire allo scorrere del tempo.
C’era ancora il muretto dove Noemi si nascondeva a fumare, il lampione a cui Marco legava la bici e il palazzo su cui Leo tirava pallonate.
Ma il locale caldaie no.
L’ho cercato per un po’, ma non sono riuscito a trovarlo.
L’autore
Giuliano Cannoletta è nato nel 1986 a Pisa, dove vive tuttora. Alcuni suoi racconti sono stati premiati in diversi concorsi (Urania Short, Terni Horror, Termini Book Festival, Premio Oblivion). Molti racconti brevi sono sparsi nel web, soprattutto sul sito minuticontati.com. Nel 2024 è uscito il suo primo romanzo, Marionette, vincitore del Premio Kipple. Fa parte del collettivo letterario Pontederry.
Illustrazione di Elisa Borghi
