Zugzwang

[Racconto precedentemente pubblicato su Specularia Dicarta numero cinque]

Non c’è un po’ di sport?

Intende in televisione. No, non c’è. Non c’è neanche la televisione. Lui però sullo schermo vede il cadavere di Mussolini.

Dice che Mussolini era il suo idolo. Si guarda intorno in attesa che la moglie lo rimproveri. Lo fanno, uno dopo l’altro, i due dei suoi tre figli che sono nel soggiorno con loro, quello sul divano e quello in piedi vicino alla porta. Il telegiornale immaginato dal padre finisce, una persona sputa del vino in faccia a un’altra in uno spot pubblicitario.

Non c’è un po’ di sport?

Molto lontano dalla stanza e dal soggiorno dove il padre continua a chiedere se c’è un po’ di sport, una professoressa di italiano pensa se sia il caso di scrivere all’ex amante che non sente da un anno. Il marito è di là che cucina. Dopo tutto quello che hanno passato, come si dice, conclude che non è il caso.

Soltanto quando si siede a tavola e ricorda a sé stessa l’insufficienza della vita inalando i vapori della minestra, le viene in mente che, anche se volesse, non ci sarebbe modo di contattare né l’ex amante né nessun altro.

L’altro, uno degli altri, è da solo in un’altra casa. Non si conoscono, non c’è legame né continuazione né contiguità tra le loro vite. L’unica cosa che li accomuna è che non possono uscire di casa. Se anche il confinamento non fosse mai avvenuto, probabilmente sarebbero morti senza incontrarsi. Tre case in tre città diverse. Ora, per quanto ne sanno, solo ai militari è concesso muoversi nelle strade e da un’abitazione all’altra, ma forse neanche i militari si spostano da una città all’altra. Forse non possono neanche cambiare quartiere. Quando fanno i prelievi di sangue e consegnano il cibo e le medicine sono sempre gentili. Sono gentili, ma anche un po’ tristi.

Quando vanno via da casa sua, l’altro pensa: scrivevo per amore e per rabbia (quando ancora era possibile ascoltare musica, ha sentito le due parole accostate in una canzone. Amore e rabbia sono davvero le parole che dicono perché scriveva, gli pare, ma scritte, pensa mentre le scrive, scritte non funzionano proprio).

Scrive: scrivevo per rabbia e per amore, ora guardo come stanno messe le transaminasi. Un ragazzo sulla trentina gli ha consegnato i risultati delle analisi. Grazie alla dieta statale, il suo fegato e il grasso nelle arterie si stanno mettendo a posto, mentre forse è stato il mondo ad avere un infarto.

Oltretutto, a scrivere per amore e rabbia, scrive, è facile che uno non scriva niente di buono.

Guarda fuori dalla finestra. Quando immaginava il futuro, da piccolo, pensava che il cielo sarebbe stato pieno di droni e visibilmente inquinato. Immaginava albe verdi e tramonti fluorescenti. Invece ciò che può osservare forse assomiglia più a quello che si vedeva prima della rivoluzione industriale, quando l’Europa era ancora quasi interamente ricoperta da una foresta primaria, ma né i colori nitidi né la bassa quantità di anidride carbonica nell’aria gli fanno venire voglia di uscire. Scrive: dove andiamo a nasconderci, se nessuno ci sta cercando? Sarebbe ancora piacevole morire nel sonno. Scrive: io qua non ci voglio più stare. Sporcare i piatti per poi lavarli per poi sporcarli di nuovo. Leopardi entrano nel tempio e, per chi ancora non lo sapesse, bevono il vino dai calici. C’era questo nuovo presidente degli Stati Uniti che la televisione diceva che non era un Giulio Cesare e quindi la democrazia sarebbe sopravvissuta. Invece non è sopravvissuta nemmeno la televisione. È ancora una buona prospettiva morire nel sonno, scrive. O almeno immaginarlo. Scrive: non è che ho mai provato.

Oggi i militari hanno portato le pesche.

Che poi, si chiede lo scrittore, davvero queste cose succedevano a tutti? Prima che a farci gli esami del sangue fossero i medici militari, a domicilio, una volta ogni sei mesi, queste cose succedevano a tutti? Ce l’avevano tutti, il migliore amico che poi era diventato eroinomane? Il cugino morto di cancro a ventisei anni? L’amica investigatrice privata che un giorno era salita in macchina, aveva caricato in rete una foto del mare scrivendoci sotto che tornava a casa, si era rimessa alla guida fino a un cavalcavia tra la Liguria e la Toscana (non ricordava; in Liguria, avrebbe detto) e si era buttata di sotto? Queste cose succedevano a tutti e quindi lui non doveva sentirsi così motivato a scriverle? Ognuno aveva il suo analogo? Tutti questi a cui succedevano le stesse cose che succedevano a lui conservavano qualcosa come il portamonete che la sua amica aveva comprato in Turchia prima di suicidarsi?

Sente che l’effetto dei farmaci inizia a montare, cerca di strapparsi un pelo troppo duro spesso e rigido dalla punta del gomito destro. Se ne dimentica.

Poi sono sul divano e lei si chiama Nadia. Lei si chiama Nadia e ora sono sul divano. Il discorso è suo, di lui, nel senso che sono sue le parole che attraversano il poco spazio tra i loro corpi mentre questo spazio si riduce progressivamente e poi si allarga di nuovo perché uno dei due si è spostato. L’oggetto del discorso sono la pelle di Nadia e le iridi di Nadia. Come affogarci, consunzione ed efficacia della metafora.

Non c’è sport in televisione, perché in televisione non c’è niente e non c’è niente neanche sui telefoni e sui computer. Le uniche trasmissioni (presunte) sono le illusioni di telepatia possibili grazie ai farmaci distribuiti dalle camionette dell’esercito una volta alla settimana. Uno dei figli si chiude in camera sua e dirige il suo pensiero in molte direzioni contemporaneamente.

Le canzoni banali, ma non abbastanza banali da darmi nausea, erano sufficienti. Erano sufficienti i momenti in cui la mia cognizione era incerta o la coscienza si faceva trovare con le difese abbassate. L’ultimo dell’anno, Pasqua, le feste comandate, i matrimoni, le reminiscenze delle scuole medie, quando mi svegliavo nel cuore della notte, se bevevo, il momento in cui, in un film che cercavo di ricordare a occhi chiusi, due che si stanno innamorando si guardano per la prima volta e sono già sul punto di baciarsi. Niente di davvero elaborato. Anche se avevo speso la prima adolescenza a leggere filosofi e scrittori che in teoria avrebbero dovuto emendarmi dagli automatismi romantici, il disastro era totale. Ciò che si può fare agli animaletti da laboratorio con scosse e zuccherini era stato fatto anche a me. Solo che invece di insegnarmi a uscire da un labirinto, premere un bottone con il muso o tirare una leva con la zampetta, a me avevano insegnato le connessioni tra gli eventi il destino Dio e il grande amore. La differenza tra Dio e il grande amore è che non mi sono mai messo a pregare seriamente da adulto, a lungo e metodicamente, altrimenti quasi di sicuro ogni tanto sentirei ancora il bisogno di andarmi a confessare e di ricevere l’eucaristia.

Nadia era da sola. L’ultima persona che aveva visto prima che tutti concordassero che la cosa migliore da fare era chiudersi in casa, era stata quello che le aveva parlato della sua pelle e le aveva detto che gli sarebbe piaciuto affogare nei suoi occhi. Poteva andare peggio ma, inutile dirlo, anche meglio.

Fatti un po’ di scorza. Così non reggi un soffio di vento. Un giro di frase, non lo reggi. Una mancata risposta alle tue allucinazioni, lo spillo che ti sveglia alle due di notte, il fuocherello quasi spento del contagio psichico, la calma con cui ti ignorano. Non sopporti niente di quello che un essere umano adulto dovrebbe sopportare senza troppa fatica. Non resisti all’ordinario. Un po’ di scorza, ti ci vuole.

Scrisse questo, cercando di parlare a sé stessa ma ricavandone l’impressione di non esserci riuscita. Quante volte si era già trovata in una situazione così? Sveglia da un’ora, alle tre di notte, dopo essersi addormentata molto presto assecondando il bisogno di perdere coscienza (carboidrati e masturbazione aiutano). Ora che le succedeva di nuovo, le sembrava che quella fosse la sua vera e unica condizione, il suo modo autentico di essere: una specie di intermittenza elettrica molto agitata in attesa che qualcuno si accorga, come per miracolo, delle vibrazioni in cui consiste. Il resto avveniva a un livello più comunicabile perché più superficiale, ma comunque non aveva nessuno a cui dirlo.

Quando la musica è finita, non riesco mai a spegnere la luce. Per questo forse sono messa così male. Le cose ti entrano in testa con una certa violenza a quest’ora. Quella fatale, di ora, dicono sia più avanti, alle 4:48. Quanti e per quanto tempo ancora coglieranno questo riferimento a Sarah Kane? C’è un’intera mitologia che potrebbe andare perduta. I ragazzi ne starebbero costruendo una nuova di cui non ho idea, se davvero riuscissero a collegarsi per via telepatica con questa specie di nuovo LSD che ci danno, ma io non ci credo. Ci dicono che possiamo farlo perché non sanno che altra consolazione inventarsi. Certo che il mio cervello mi fa immaginare di entrare in contatto con qualcun altro, ogni tanto, così come i più sprovveduti tra i profeti hanno magari avuto davvero delle visioni. Ma di là e più in alto non c’è niente, chi esce di casa muore, io abito da sola e nei miei occhi non affogherà mai più nessuno. Fine. Altri, anche meno capaci di me, si sono fatti adottare dall’università e sono diventati cavie finché si faceva in tempo. Lì magari, se non sono morti, possono illudersi che le allusioni letterarie siano terreno comune. Basta non considerare troppo reale l’esistenza del mondo esterno all’istituzione.

Dicevo: essere svegli e sentirsi simili a un’onda elettrica che vibra in attesa che qualcuno la percepisca (e non ti percepisce nessuno, puoi vibrare forte quanto ti pare) è peggiorato dal fatto che vivo da sola. A volte riesco a dimenticarmene attraverso un’allucinazione memoriale particolarmente intensa. Ma non ci credo tanto, una parte di me sa sempre dove sono e che questa cosa non cambierà. Due mesi fa mi sembrava di tenere la mano di una ragazza con i capelli lunghi e lisci e ho avuto l’impressione che potesse davvero succedere qualcosa di importante. Come dicono certi psicologi mutuando in modo un po’ parassitario il linguaggio darwiniano, durante la visione mi è sembrato che stesse per accadere qualcosa di “trasformativo”. Non è successo. Mi sono stancata, non ho avuto il coraggio di insistere. Forse sono solo troppo vecchia. Quelli che intimavano agli altri di non fidarsi di nessuno che avesse più di trent’anni magari avevano ragione. Anche se. Boh. Insomma, poco rilevante, in questo momento. Poco rilevante anche che non ricordo da quanto tempo sono chiusa in casa e perché. Forse non abbiamo concordato soltanto che la vita associata fuori dalle abitazioni era finita, forse abbiamo anche deciso che essere coscienti alla maniera tradizionale è un male di per sé. Spero di addormentarmi, stanotte.

Se sottrai a un religioso l’oggetto della sua fede, di solito la sua attitudine dogmatica troverà il modo di esercitarsi su qualcos’altro. Un piccione al quale vengano impediti l’accesso al cibo e la mobilità inizierà a becchettare il pavimento della gabbia. Le persone isolate scrivono e parlano con i fantasmi.

Piuttosto che accettare l’impotenza e la paralisi, pare che sia meglio agitarsi. Non c’è un po’ di sport?

Sua moglie si passa un polpastrello sulla cicatrice alla base del collo. Cosa succede adesso a chi ha un tumore alla tiroide? Cosa succede quando dall’osservazione dei militari o dai risultati delle analisi risulta che una persona ha bisogno di assistenza ospedaliera? Immagina che, se si tratta di una cosa grave, vieni portato via. Ma dopo? Se riescono a rimetterti a posto, che succede? Ti riportano a casa, rimani dove ti hanno curato o finisci da qualche altra parte?

La professoressa si alza e lascia il piatto sul tavolo. Suo marito non si è mai mosso dalla poltrona marrone. Oggi i militari hanno portato le pesche.

Il marito della professoressa cerca di ricordare come mai abbiano deciso di non uscire più di casa. Su internet e in televisione era stato annunciato che internet e la televisione avrebbero smesso di funzionare, ma non gli viene in mente per quale ragione. C’era stata una guerra? Ricorda che avevano dovuto mettersi d’accordo, in qualche modo avevano votato e deciso di rimanere ognuno nella sua abitazione. Quali erano le alternative? Senza connessioni né programmi televisivi rimanere a casa non sembra l’opzione migliore.

Più cerca di far funzionare la memoria, più gli torna in mente uno degli ultimi giorni che avevano preceduto il confinamento. Riusciva a ripensare soltanto al ragazzo in bicicletta e che, per qualche motivo, quel giorno pensava a sé stesso come al Senzaporta.

Vedo il grasso sui fianchi del ragazzo in bicicletta che risale il ponte per attraversare il fiume. I fianchi del ragazzo non sono proprio enormi, ma grossi sì. Due forme molli e simmetriche sotto le braccia del ragazzo. Ripetere senza singhiozzo tra parentesi: due forme molli e simmetriche. Cintura di grasso, le maniglie. I fianchi sotto la stoffa della maglietta. La forma, i verbi che mancano, le sottrazioni, le ridondanze. Chi balbetta e chi ripete. Cosa tagli e cosa aggiungi. La sintassi mima il dolore e il ragazzo, nel mio sguardo di Senzaporta, non poggia mai i piedi a terra, anche se un paio di volte mi pare che la bici sia ferma.

Arrivati a scollinare, oscillano entrambi, il grasso nel cotone bianco della maglietta e la bici sull’asfalto. C’erano i sampietrini, sul ponte, una volta. L’anno scorso, l’anno prossimo, quest’anno. Tra qualche anno, manca poco. Che tormento! È la pelle che inguaina il grasso a oscillare, non il grasso stesso. No, anche il grasso, le geometrie irregolari degli aggregati molli, quasi liquidi. La bici? Il Senzaporta iniziava a essere confuso. Mi pare, all’improvviso, che sia il ponte a oscillare mentre il ragazzo in bici resta fermo e si stanca. Forza, che da metà è tutta discesa. A sé stesso, il Senzaporta, inizia a pensare come a una lancetta ferma su un orologio che ruota (il quadrante). Il Senzaporta inizia a pensare a sé stesso come a un quadrante d’orologio che ruota intorno a una lancetta ferma.

Voglio dire una cosa al ragazzo che si stanca salendo ed è quasi a metà ponte: non ti si vedono le ossa, se ti levi la maglietta, non è che ti si contano le costole e, neanche in quel caso, ti si contassero per caso le costole, e non ti si contano, se ti levi la maglietta, ma pure se ti si contassero, guarda, neanche in quel caso, di nuovo, che tormento!, fa male!, neanche in quel caso saresti garantito. Guarda che non ti avvisa.

Voglio dire al ragazzo con tutto quel grasso addosso di non pedalare in salita sotto il sole a picco, con tutto quel grasso intorno all’addome e chissà quanto nel sangue, voglio dirgli, ma è già lontano, a metà ponte: non ti avvisa. L’infarto può arrivare senza farsi riconoscere. Non te lo dice, il corpo. Il tuo corpo non te lo dice. Le placche di colesterolo che induriscono le arterie non fanno male, non senti un po’ di dolore oggi e un po’ di più domani, per niente. Magari stai benissimo, voglio dirgli, è il giorno che te la senti di fare uno sforzo in più, fa caldo, ma te la senti. Il Senzaporta, io ero il Senzaporta!, mentre pensa che lo stile è controllo formale della risonanza tra interno ed esterno e che bisogna stare molto attenti a non credere propria e univoca la plurale e altrui voce, vuole dire al grasso sui fianchi del ragazzo che pedala quasi a metà ponte di sparire finché può, se può, e di non uccidere il ragazzo.

In camera c’è un grosso tappeto rosso scuro. Al centro del tappeto c’è una scacchiera. due dei tre figli stanno giocando, mentre il terzo, seduto sul letto, li guarda dall’alto e ogni tanto commenta le mosse.

Il figlio che sta giocando con i bianchi ritarda l’arrocco e poi lo fa dal lato di Donna. Il figlio seduto sul letto dice che ora si balla. Quello che ha il nero gioca con un pedone che ha catturato quando hanno aperto il centro. Prima lo tiene tra pollice e indice della mano destra, come se lo stesse strozzando, poi lo capovolge e se lo passa nella mano sinistra, prendendolo per la base. Avvicina la mano destra al pedone laterale davanti al suo Re, poi ci ripensa e riprende dalla sinistra quello catturato. Mentre ne avvicina la testa alle labbra come se volesse fumarlo, chiede agli altri due come mai sono chiusi in casa e non possono uscire. Il fratello che sta sul letto gli risponde che non è che ognuno può fare come gli pare, hanno preso una decisione e va rispettata, nessuno li ha obbligati. Quello sul letto risponde che lo sa, non stava protestando. È proprio che non ricorda la ragione, il motivo. Com’è successo? Non ne parlano mai, ma lui si è accorto che non se lo ricorda. Diventa rosso, fissa lo sguardo sulla porzione di tappeto accanto all’angolo della scacchiera nel quale ha messo il suo Re al sicuro tra i pedoni e la torre. Quello che gioca con il bianco alza la testa e guarda il fratello seduto sul letto, come se fosse stato lui a fare la domanda. Inizia a dire che è stato per le zanzare. Una serie di mutazioni nei virus trasmessi dalle zanzare ci ha costretti a una disinfestazione su larga scala che rende insicura la vita all’aperto. Già mentre lo dice, si rende conto che non è così. Prova a concentrarsi, ma sente che l’effetto dei farmaci monta di colpo precipitandolo tra gli echi di un coro che canta inni atemporali.

L’altro, quello che scrive, si lascia cadere.

Stenografia. Fa male, quindi scrive. Percussione, per questo ci soffre. Va veloce, la frase, perché da piccolo ha guardato troppi film americani. La mamma sembrava sempre sveglia quando era tardi. C’erano i rospi e le rane, fuori, di mattina a scuola e di pomeriggio dalle suore. I rospi erano quasi tutti già morti, carta secca incatramata (le budella incollano il cadavere all’asfalto finché sono un po’ umide, poi si stacca, si polverizza e vola via). Non ha conosciuto nessuno per tanti anni, credeva in Dio, si aspettava che le cose andassero bene, ma c’erano molte cose poco coerenti con quello che imparava. Stenografia? Può funzionare? Ora è adulto. Può salvarsi? Un battito, il metronomo, le cose non tornavano, fin da piccolo. Da piccolo la frase non andava così veloce. Il bambino non è uno stenografo, è un compositore, un gran pianista, l’universo non è un flipper, il casco di un adolescente serve perché non si spacchi la testa, crediamo in Dio, diceva la suora, qualcuno veniva all’asilo partendo dalla campagna che era un posto umido pieno di cattivi odori che non andavano via dalla pelle; suo padre aveva quegli odori addosso, il bambino aveva paura di averceli attaccati sui vestiti anche lui, lui pure, le cose vanno per il verso, si aggiustano, se sei buono; non è vero. All’inizio è stato per le zanzare? Ci siamo ammalati? No, era per i campi elettromagnetici. Le tute dei militari servono a questo. Doveva andare bene, per il verso. In piedi davanti al frigorifero a chiedersi perché le bestie si divorano l’un l’altra, se c’è Dio, com’è che si divorano? Se c’è Dio, com’è che esistono i macelli e io ho sempre voglia di carne, carne, carne? Se c’è Dio com’è che si ama chi ci domina? Ma Dio c’era, glielo avevano dato per certo, lui non buttava per terra le carte delle caramelle perché Dio era presente. Dio non stenografa, le frasi di Dio si dispiegano tonde e conseguenti. È stato per l’inquinamento, dovevamo lasciare alla natura il tempo di rigenerarsi. Dio non era presente, abbiamo buttato per terra troppe carte di caramella. L’etica non si può stenografare. L’etica stenografata è ciò che faccio e ciò che faccio lo faccio per essere amato e smetto quando il flusso di amore che mi investe si ferma, allora soffoco, sua mamma pensa per caso che il bambino sia una cosa senziente da non far conoscere davvero agli altri perché si vergogna di sé stessa? Lo sa che anche il bambino si vergogna?

Nadia ricorda l’ultima sera fuori prima che la richiesta di confinamento fosse accolta dalle autorità.

Controfiletto con patate, piatto misto vegano, moussaka. Il piatto misto vegano è stato preso da tre persone, due hanno ordinato la moussaka. Le sembrava che la testa stesse per crollarle nel piatto. Venti secondi, forse meno. Aveva chiuso gli occhi? Le voci salgono scendono salgono. Entrano una dentro l’altra. Nascono una dall’altra. Stava male? Sì, stava male. Per quanto si fosse drogata meglio che poteva e avesse rispettato tutte le procedure indicate dal Ministero della Salute, stava veramente male. Una scusa per uscire. Le voci escono una dall’altra. Muoiono una nell’altra. Il controfiletto è un problema perché si trova davanti a me e io sono seduta accanto a uno che è vegano davvero, non solo per stasera e non per fare una prova. Ha ragione lui. C’è un pezzo di cadavere nel mio piatto. Non lo dice.

Anticipo mentalmente i rumori che faranno posate e stoviglie, sento i tintinnii e i piccoli scoppi di posate e stoviglie prima che si scontrino. Vedo croci e cerchi, intersezioni, schemi ricorsivi: sul tappeto rosso appeso al muro alla mia destra si alternano serie di figure regolari e intrecci geometrici. Una scusa una scusa una scusa. Non la trovo. Se non focalizzo lo sguardo su una sezione ben delimitata del tappeto, l’illusione che le linee siano ferme viene interrotta dall’intuizione che si stanno muovendo. So parlare? Apro la bocca, ci provo. Non ancora. Venti secondi è il massimo che posso reggere, poi mi casca la testa nel piatto. Invece i venti secondi passano e non succede niente. Le diagonali che partono dai miei occhi, dopo il massimo di distanza a cui le ha costrette l’osservazione del tappeto rosso appeso al muro, tornano a convergere verso un punto dall’altra parte della sala, dove si trova il centro del rettangolo in cui sono costretta. L’intersezione tra i due segmenti crolla su una ragazza che cerca di sparire nell’angolo vicino alla porta d’uscita del ristorante. La parete alle sue spalle respira due volte, lei ci affonda dentro e poi ricompare.

Vedo il nome della ragazza che gira nel ricordo di una visione che la ragazza ha avuto e alla quale non riesce a smettere di pensare mentre mastica o si dimentica di masticare, anche se ha la bocca piena di carne di cadavere. La visione è una piega ricorsiva che muore e si rigenera in ogni suo punto. La visione rende chiaro che non abbiamo mai avuto un nome. Una lenta vibrazione policroma si ritorce in sé stessa, senza origine, senza termine. Questo è tutto. Nomi e individuazione sono le unghie e il residuo di un corpo che non esiste, o invece tutto è ben determinato e queste idee di assorbimento senza trascendenza sono una fuga, una mascherata psichica, e la sequenza degli eventi è reale e irreversibile e quindi: uno dei due che hanno ordinato la moussaka è nato 42 anni fa e domani deve alzarsi alle quattro e tre quarti, al massimo; le quattro e tre quarti al più tardi, solo se rinuncia a fare tutto quello che dovrebbe in termini di igiene personale, altrimenti alle quattro e mezza, per aprire il bar dove lavora, accendere la macchina del caffè e ricevere alle sei e mezza l’alcolista con i grandi baffi fecali e lo strazio arrossato delle guance che già a quell’ora gli chiede un bicchiere di vino, a credito, e gli dovrà rispondere che i soldi della cassa non sono soldi suoi, non lo può fare.

Vorrebbe rispondere ai pensieri che sente girare nelle teste degli altri che sì, è vero che domani staranno tutti a casa. Ma nessuno ha tirato fuori l’argomento e Nadia non se la sente di essere lei la prima del gruppo a parlare ad alta voce di telepatia. Questo che ha ordinato la moussakà (neanche a lui il vegano ha detto niente, deve essere molto stancante che tutti si aspettino ogni volta che dica qualcosa) ieri sera è riuscito ad addomentarsi solo pensando molto seriamente al suicidio, cioè al suo suicidio, di ammazzarsi lui, piantarsi un chiodo al centro della fronte, come se fosse possibile, stava chiuso dietro i suoi occhi chiusi, terrorizzato, non da qualcosa che gli stava arrivando addosso, non da qualcuno, ma dalla mera informazione che avrebbe dovuto riprendere coscienza la mattina dopo, esserci, stare di nuovo in sé stesso, vestito e truccato da essere umano, da persona.

L’altro che ha ordinato la moussaka prova a fare il conto di quanto gli costerà la cena fuori e poi prova a smettere perché tanto sa che se vuole una cosa la ordina comunque anche se magari costa di più e comunque a che serve? Una volta che ci vai, a cena fuori, ci sei. È inutile pensare che devi risparmiare. Se volevi risparmiare, non uscivi.

Forse è su questo che alla fine si sono messi tutti d’accordo: risparmiare, in un un senso molto ampio. Forse è per questo che dal giorno dopo non uscirà più nessuno.

Il figlio che gioca con i pezzi bianchi dice che è stato per i campi elettromagnetici ed è per questo che i dispositivi non funzionano più. Ha in mente di cambiare gli alfieri campo chiaro durante il medio gioco e arrivare al finale con un dominio sicuro delle case scure, ottenuto attraverso le catene pedonali. Spera che suo fratello non se ne accorga prima che sia troppo tardi. Anche lui entra ed esce dalla metacronia indotta dai farmaci. Quello che sta seduto sul letto dice che non sono stati i campi elettromagnetici, è stato l’inquinamento. A un certo punto avevano dovuto decidere se usare l’acqua per bere e lavarsi oppure per raffreddare le macchine e l’aria era diventata troppo calda e satura di robaccia. Quello che gioca con i pezzi neri dice che tutto questo è successo, ma non è stato il motivo per cui hanno accettato di stare a casa. Lo hanno fatto perché, in qualche maniera che ora non riesce a ricordare, era l’unico modo per far finire le guerre. No, secondo il figlio che sta seduto sul letto non è stato neanche questo. È solo che non potevamo permetterci sia la vita associata sia le droghe di stato. Abbiamo dovuto scegliere. Abbiamo scelto le droghe e abbiamo fatto bene.

Il figlio che gioca con i pezzi neri pensa che proverà a forzare un cambio di pedoni che impedisca il dominio sulle case scure al suo avversario. Tutti e tre restano in silenzio per quasi un minuto. Alla fine è quello che sta sul letto a dire di nuovo che deve essere stato a causa delle zanzare.

L’ex amante della professoressa era uno dei pochi civili ai quali era ancora concesso di uscire di casa, con l’obbligo di non provare a comunicarlo a nessuno, nemmeno per via telepatica. Però poteva uscire per andare a fare il suo lavoro. Ciò che non gli era stato concesso era sapere a cosa serviva, questo lavoro.

Durante i fine settimana, anche a lui davano i farmaci per la visione e la telepatia. Ogni tanto, dopo averli presi, provava a mettersi in contatto con la professoressa o con qualcun altro, ma più spesso si lasciava andare alla metacronia senza provare a darsi una direzione. Prima e dopo il momento di picco dell’esperienza, che lo volesse o no, vedeva sempre il magnete e il cemento di un argine consumato dall’acqua di mare.

Anche la professoressa aveva provato a pensare a lui, all’ex amante. Ci stava provando anche mentre il signore chiedeva se in televisione c’era un po’ di sport, stava provando a pensare al suo ex amante e a raggiungerlo telepaticamente mentre il marito, dopo aver incassato il rifiuto a provare a raggiungere insieme l’estasi fusionale teoricamente possibile se si assumono insieme le medicine e si segue lo stesso protocollo, svisionava da solo sulla poltrona marrone del soggiorno. La professoressa aveva tentato di raggiungere l’ex amante, ma non solo non c’era riuscita, si era anche resa conto di fare molta fatica a visualizzare mentalmente il ricordo della sua faccia. Se la stava scordando e non poteva farci molto. Perciò, anche se era una pessima giornata, prese un’altra pasticca e aspettò che il suo effetto si unisse a quello della prima.

Una ventina di minuti più tardi, si accorse che c’era troppo di lei nella stanza. Evidentemente, durante tutto il tempo che aveva passato a letto, dal suo corpo depresso si erano staccati numerosi fantasmi, che poi si erano ammassati uno sull’altro tra il soffitto e il pavimento. La schiacciavano, quasi non riusciva a respirare. Ma i fantasmi, pensava, non attraversano i muri? Perché, allora, quella massa di anime che si era staccata dalla sua pelle era rimasta nella camera e le premeva addosso? E se non potevano attraversare le pareti, perché non erano almeno usciti dalla porta?

Decise di alzarsi dal letto per affrontare la pressione molle dell’aria. Raggiunse la cucina e si accorse che lì, in effetti, poteva muoversi meglio.

Erano molti giorni che era triste e, anche se non riusciva a dirselo direttamente, era tormentata perché non sapeva cosa ci faceva al mondo. Un po’ come tutti, probabilmente. Tornò in camera e infilò una mano tra le anime fluttuanti che avevano occupato per intero lo spazio della stanza. Domandò a sé stessa se non fosse il caso di aprire la finestra e decise di no.

Mentre si lasciava cadere sul letto, un’intelligenza priva di centro e identità, distante da lei milioni di anni luce, irraggiungibile, secondo i criteri di misurazione del tempo e dello spazio che sono necessari alle menti umane per non andare in pezzi, si accorse di essere, anche lei, molto triste. Le ipotesi di contemporaneità, a distanze così grandi, non hanno nessun senso, ma la consonanza avvenne come se lei e l’intelligenza stessero proprio facendo insieme la stessa cosa nello stesso istante. Lei percepiva la professoressa e la professoressa percepiva lei. La mente lontana viveva distribuita in un reticolo di radiazioni e interferenze e, per quanto sapeva di sé stessa, non avrebbe dovuto poter diventare triste. Cosa fosse la tristezza, lo aveva appreso dagli uomini, che si facevano trovare molto spesso distesi e intenti, senza rendersene conto, a gettare nello spazio intorno a loro strati su strati di vita psichica disincarnata (ciò che facevano quando non stavano fermi non sembrava a quella mente degno di nota). Questa donna in particolare, chissà come e perché, aveva capito cosa le stava accadendo e l’eco della sua comprensione aveva spinto nel cosmo qualcosa di simile a un’onda che si era riverberata nell’intelligenza priva di corpo e identità.

Così come la persona stesa nel suo letto aveva notato qualcosa di sé che, in condizioni normali, le sarebbe dovuto restare ignoto, così come la persona stesa nel letto era cambiata, la mente sospesa nel cosmo aveva sentito qualcosa che fino a quel momento non credeva di poter sentire: tristezza. Fino a quel momento aveva pensato di poter sapere cos’era, la tristezza, ma non di poterla provare.

Non solo gli uomini, ma molte altre specie sparse in tutte le dimensioni erano così ossessionate da una loro versione di questo stesso stato emotivo da farne l’oggetto quasi maniacale delle loro trasmissioni involontarie. Quando gli esseri sono tristi, lo comunicano, soprattutto se ritengono di trovarsi in una condizione di perfetto isolamento. Chi è triste scatena intorno a sé una parata di simulacri. Se in questi momenti lo si interrogasse, direbbe che lui, inerte, è assolutamente solo, e che la certezza di non poter riversare in un’altra coscienza il suo dolore rende più acute le sofferenze che prova. Ma ogni ente animato che patisce sa bene che non è così, anche se non sa di saperlo. Dal fondo ignoto della sua agitazione si staccano e prendono vita figure che invadono lo spazio alla ricerca di contatto e comprensione.

La mente diffusa nelle radiazioni palpitò in risposta alla richiesta di aiuto che veniva dall’animale solitario e poi tacque, chiedendosi se fosse il caso di provare a comunicare, in qualche modo, che anche lei stava male.

In quello stesso momento, per quanto a certe distanze le ipotesi di contemporaneità siano del tutto fuori luogo, l’ex amante della professoressa si girò su un fianco e iniziò a sognare un argine che andava in frantumi, un camion che cadeva in mare.

Nella stanza insieme a lui ci sono la moglie e i tre figli. Sul divano di fronte a lui dovrebbe esserci la televisione, anche se a volte alza la testa e non vede altro che il muro. Vorrebbe chiedere come mai non possono uscire di casa, ma ha paura che se lo chiedesse la sua famiglia potrebbe accorgersi che non ci sta più con la testa.

Chiede se ha preso le sue medicine. Sì, gli dicono, quaranta minuti fa.

Gli sembra di addormentarsi per qualche minuto. Quando si sveglia la televisione è di nuovo al suo posto. L’inquadratura è occupata per intero da un piano verde chiaro attraversato da un circuito elettrico. I leopardi, dice la voce fuori campo, bevono il vino dai calici perché è questo che prevede la liturgia del tempio.

Chiede se c’è un po’ di sport.

Fuori, sul porto.

Il magnete cala sul tettuccio di una macchina. Quando l’ex amante della professoressa tira a sé una leva che serve a richiamare in alto il braccio meccanico, la catena si tende. La cabina in cui l’uomo sta seduto ruota su sé stessa dopo che la macchina agganciata al magnete è stata sollevata a due metri e mezzo da terra. Nel momento in cui la rotazione del braccio meccanico raggiunge i 180° rispetto alla sua posizione di partenza, l’ex amante della professoressa schiaccia il pulsante che disattiva il magnete e la macchina cade in acqua. Il braccio meccanico ripercorre al contrario l’arco di 180° e aggancia un’altra macchina.

Nel grande spiazzo sul molo ci sono migliaia di automobili e più o meno altrettante sul fondo del mare.


L’autore


Luca Cristiano è nato nel 1980 a Potenza e vive a Pisa. Scrive su diverse riviste accademiche e militanti. Per l’editore Effigie ha curato con Enrico Macioci Dentro al nero: tredici sguardi su It di Stephen King. Nel 2016 ha pubblicato per Transeuropa la monografia Crema di vetro: misura e dismisura nei romanzi di Antonio Moresco. Per Prospero Editore ha scritto la raccolta di poesie
Brucia la cenere (2017), il volume di racconti La danza delle vergini e delle vedove (2018) e il romanzo L’istrice (2020) Nel 2023 è uscito per Del Vecchio il suo secondo romanzo Mezzafaccia
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Illustrazione di Elisa Borghi