Voodoo Child

Il KT 35 Volkswagen bianco accostò davanti al cinema, sotto la pioggia battente di una sera dʼottobre. Quel gioiellino isotermico vantava quattro piastre eutettiche a -33 gradi e sui fianchi portava il nome della ditta, “Le goût de la glace”.
A differenza di quello usato da Benôit per le consegne dei surgelati, quel furgone lo guidava soltanto Denis “D-Ice”, il titolare. Lʼaveva personalizzato con dei sedili in alcantara e una coppia di dadi gialli di peluche che ciondolavano dallo specchietto retrovisore.
Lì svolgeva la sua attività principale, il contrabbando di tempo.
I pochi agenti in quella nicchia di mercato erano stretti attorno a un cartello e un unico principio: il tempo è di chi lo detiene e soltanto egli può disporne.
Il Professor De Vermandois, suo mentore accademico, di tanto in tanto gli procacciava dei clienti. Quella sera gli aveva mandato la bionda che aspettava sotto lʼinsegna spenta del cinema.
La donna era sottile, avvolta in un golfino di cachemere e una gonna a tubo. D-Ice le fece cenno di sbrigarsi e spalancò i battenti posteriori. La spinse a bordo usando entrambe le mani, poiché i vestiti stretti le impedivano i movimenti. Lui si aggiustò gli occhiali da sole sul naso e raccolse la décolleté che le era scivolata dal piede. Gliela lanciò nel furgone prima di sbatterle le portiere in faccia.

Sei barre a LED illuminavano il vano carico di una luce aliena.
Un ragazzo creolo affondava a gambe larghe in una Chesterfield, diteggiando sui braccioli la base trip-hop in filodiffusione. Una seconda poltrona, in microfibra sbiadita, era vuota.
La donna infilò la scarpa recuperando lʼequilibrio e il contegno. Era una che ci teneva, al contegno.
«Compratempo, otto ore?» tuonò D-Ice dalle casse.
«Ce lʼha con te» fece il ragazzo.
Lei serpeggiò tra i cavi sul pavimento fino a sedersi sulla poltrona libera.
«Sì, otto ore.»
«Venditempo, accetti?»
«Ho alternative?»
Uno sbuffo attraversò le casse.
«Se avete assunto le fiale, applicatevi gli elettrodi.»
Il creolo la vide disorientata e indicò il grappolo di placche appeso alla testiera della poltrona.
«Mantenete il contatto visivo.»
Lei era certa che il tempo trasparisse dalla pelle. Da quando avevano ricucito la faccia a suo fratello Élie vedeva gli eventi impressi sui loro volti. Allo specchio le sembrava che le rughe intorno agli occhi la rimproverassero di ridere e che la linea sulla fronte segnasse lʼintensità delle sue preoccupazioni quotidiane. Le sopracciglia erano asimmetriche perché per anni le aveva pinzate male e i denti erano dritti, messi in riga dai giri di vite dellʼapparecchio fisso. Il buchetto sullo zigomo destro le ricordava la varicella avuta a otto anni, il cheloide sul naso lʼinfezione al piercing a sedici. Sul bordo delle occhiaie, infine, si cullava nelle sempre più ricorrenti notti in bianco.
Benché le avessero spiegato che esagerava, lei aveva continuato a spalmarsi di fondotinta per nascondere quei fatti.
La nudità dei suoi occhi, fissi in quelli del Venditempo, e il freddo metallico degli elettrodi sulla faccia, le suggerirono che le sue certezze sarebbero state messe a dura prova.
Il trip-hop riprese a disegnare frattali immaginari nel furgone e il creolo ammiccò. A quel punto le Compratempo gli sorridevano eccitate come a un primo appuntamento.
Lei inchiodò le pupille alle sue e trattenne uno sbadiglio.

D-Ice teneva una mano sul volante e una sul cambio.
A ogni semiruota dei tergicristalli lo sciacquio della pioggia sbalzata oltre il parabrezza si mischiava al beat. Quando maneggi il tempo devi scegliere il ritmo, rispondeva a chi gli chiedeva perché non spegnesse mai la musica mentre guidava.
Monitorava lʼinterno del vano carico su uno schermo da dieci pollici. Il cliente tipo si rivolgeva a lui allucinato come uno a cui avessero svaligiato casa. Quei due in poltrona invece gli avevano parlato del tempo in modo anomalo, senza attaccamento.
Li vedeva intorpiditi, con le palpebre aperte e le pupille dilatate. Occhi negli occhi, in fase di aggancio. Le lacrime ‒ indotte stimolando una ghiandola modificata geneticamente dal liquido nelle fiale che gli aveva fornito sei giorni prima ‒ si stavano allungando nello spazio tra di loro. Si sarebbero unite in un filamento unto e D-Ice ci avrebbe fatto scivolare il tempo come sabbia in una clessidra.
Chi avrebbe immaginato che il fallimento del progetto sul mental uploading avrebbe portato alla scoperta del time uploading? Il team di ricerca del quale aveva fatto parte era riuscito a isolare le informazioni e trasmetterle da un individuo allʼaltro. La materia si era rivelata talmente instabile da distruggersi appena raggiunto lʼarchivio del destinatario. De Vermandois aveva usato la metafora di una bolla di sapone che esplode, e allo stesso modo le sue speranze erano svanite in un pok.
Finché un volontario della sperimentazione aveva raccontato di essere andato a zonzo per lʼIstituto per ben due ore, mentre il suo corpo era rimasto senza coscienza per soli quindici minuti.
Le ripetizioni dellʼesperimento e i test di robustezza confermarono i risultati. I ricercatori cambiarono i volontari, modificarono i tempi del trattamento, avviarono controlli incrociati per analizzare il fenomeno.
De Vermandois adattò la sua metafora sostenendo che fosse come far soffiare tempo da un soggetto allʼaltro. Mentre il primo si vedeva sottrarre ore di vita, il secondo le consumava in una dimensione parallela, una bolla di sapone tutta da studiare.
Il furgone si fermò a un semaforo.
Lo scambio di tempo era stato dichiarato illegale tre giorni dopo il brevetto. Il Governo aveva confiscato il laboratorio e i ricercatori erano stati estromessi dai test. Per continuare a sperimentare, e per pagarsi lʼaffitto di casa, D-Ice aveva iniziato a operare in nero.
Una Toyota si affiancò al KT 35. Lʼuomo al volante gli fece cenno di accostare.
D-Ice lo riconobbe e lasciò la frizione ignorando i segnali che faceva con i fari. Correre più forte non sarebbe bastato a seminarlo, doveva cercare un diversivo.
Una Ford arrivava in velocità in senso contrario dalla corsia opposta. D-Ice interruppe lo scambio di tempo e appena la doppiò sterzò a sinistra, colpendone la ruota posteriore con il muso del furgone. La Ford finì di traverso. La Toyota non ebbe tempo di frenare, la centrò in pieno e affondò il cofano nellʼabitacolo.
D-Ice allungò una mano e bloccò i dadi gialli che barcollavano nel vuoto. La pioggia alzava una nebbiolina sul parabrezza oltre la quale il mondo gli appariva grigio e dai contorni ondulati. Nemmeno stavolta lʼavevano fermato.
Nel monitor vide i due clienti che si stavano risvegliando. Ordinò: «Staccatevi e preparatevi a saltare.»
Il creolo gattonò fino alle portiere e la bionda lo seguì con le scarpe in mano. Il via libera arrivò improvviso.
«Adesso, Jo-Zé!»
Il ragazzo sganciò il fermo e tirò un calcio alle portiere. Si tuffò e sparì nel buio di un tunnel.
D-Ice aspettava che lei, accucciata sul bordo del furgone, facesse lo stesso. Non vedendola muoversi calcò il piede sul pedale centrale e inchiodò.
La frenata la sbalzò fuori. Atterrò su un fianco, in mezzo alla corsia.
Poi un abbaglio, una tromba bitonale. Sentì che la tiravano per il braccio sinistro e rotolò su se stessa.
Si ritrovò bocconi sullʼasfalto ruvido e dal margine della strada vide un camion che usciva dal tunnel. Fosse rimasta dovʼera lʼavrebbe schiacciata come una lattina di birra. Era stata salvata di nuovo?
Corse verso il bordo della carreggiata. I piedi pizzicavano, le gambe si piegavano a ogni passo. Gli occhi perdevano il liquido oleoso delle fiale che aveva assunto e cʼera puzza di carbone misto a benzina.
Vomitò a quattro zampe contro una colonna di cemento.
Toc toc. Il creolo batté i tacchi delle décollété a terra, accanto ai succhi gastrici appena emessi.
«Le stavi perdendo di nuovo.»
Di nuovo.
A quelle parole scoppiò a piangere. Lacrime vere, di spavento, che sciolsero il trucco e le sfigurarono il sorriso in una smorfia bagnata di saliva amara.
Dania era una che ogni tanto lo metteva via, il contegno.

Appena riprese colore tornò in piedi e si rassettò la gonna.
«Ci avrà mica truffati, quel Denis? Lʼho perfino pagato in anticipo.»
Il creolo si stupì del cambiamento. Lʼimprevedibilità gli piaceva come il suo aspetto?
«Devono averlo inseguito.»
«Chi?»
«Sai che quello che stavi facendo è illegale?»
Lei si piegò per sistemare i collant.
«Lo so, conosco il time uploading. Che si fa?»
«Aspettiamo.»
«Cosa? Ho degli impegni, io!»
«Dovevi stare nel furgone altri venti minuti, dunque hai appena guadagnato venti minuti.»
Lei aveva appena visto sfumare otto ore e lʼidea la sfiancava.
Lui restava ironico.
«Ti ho spostato dalla traiettoria del camion proprio per evitare di farti perdere tempo in ospedale.»
Perdere tempo in ospedale. Chiuse gli occhi e liberò la risata che le solleticava la gola. Era tanto che non capitava.
«Hai programmi per cena?»
«Dove vorresti andare, sporca di catrame?»
«A casa. Mi aspettano e non voglio fare tardi.»

Aveva smesso di piovere e il petricore si combinava allo smog. In quella bolla mefitica loro due avanzavano come fiammiferi bagnati.
I collant di Dania erano smagliati dalla caviglia al ginocchio e Jo-Zé aveva una manica strappata. Entrambi erano inumiditi di pioggia e di un liquido oleoso.
«Per quanto continueremo a lacrimare?» domandò lei tamponandosi le guance.
«Che ne so, sei tu che conosci il time upholding.»
«Time uploading. Me lʼha spiegato De Vermandois.»
«Chi?»
«Un genetista dellʼospedale. È stato lì che ho deciso di provare.»
«Eri contraria?»
«Per mio fratello è lʼennesimo strumento di sfruttamento dei poveri. Crede che un giorno istituiranno una casta di schiavi ai quali succhiare via le ore.»
«I Compratempo finora mi sembrano innocui. Hanno bisogno di studiare o di fare ginnastica. Tu cosa devi fare?»
«Dormire.»
Lui inclinò la testa.
«Faccio lʼostetrica, ho turni ventiquattr’ore su ventiquattro e i parti non hanno durate prestabilite. Sai, i neonati sanno essere imprevedibili. A casa poi devo stare dietro a mio fratello perché ha avuto un incidente. Pensa che aveva appena preso la patente per le ambulanze ed era stato convocato per un posto. Se non prenderà servizio entro il mese prossimo assumeranno qualcun altro e lui ancora non cammina bene, figuriamoci guidare! Un fisioterapista privato costa caro, mi occupo io della sua riabilitazione. Il tempo corre tra lavoro, casa ed Élie. Sono esausta e da settimane sogno di dormire otto ore di fila.»
«Fai tipo la medium, compri il mio tempo per passarlo a lui.»
«Non ho tempo per lʼesoterismo, Jo-Zé.»
Lui aspettò in corridoio mentre lei era chiusa in una stanza dalla quale proveniva del vecchio rock. Dopo qualche minuto si affacciò con una tuta sportiva e i capelli annodati.
«Vieni, ti presento mio fratello.»
«È necessario?»
«Su, dai!»
Un uomo calvo e magro, seduto a letto, si mangiava lʼunghia del dito medio. La mano davanti alla bocca lasciava scoperta una metà del cheloide che gli attraversava la mandibola.
«Da dove vieni?»
«Haiti.»
«Sta facendo un visiting in ospedale da noi e il capo reparto mi ha chiesto di portarlo un poʼ in giro. Questo diluvio ci ha sorpresi e siamo venuti qua» intervenne Dania.
Suo fratello sembrò non ascoltarla.
«Hm. Ho visto un documentario sulla ricostruzione del Palazzo Nazionale di Port-au-Prince dopo il terremoto. Va per lunghe.»
Jo-Zé infilò le mani in tasca.
«Da noi il tempo scorre lentamente.»
«Anche qui.»
Dania si portò una mano alla fronte.
«La puntura, me la stavo dimenticando!»
Scappò in cucina lasciandoli soli.
«Questa canzone è infinita» riprese Jo-Zé.
«È un vecchio disco di papà.»
«A tuo padre piace Jimi Hendrix?»
Élie staccò il medio dalla bocca.
«Quanti anni hai? Sembri giovane per uscire con mia sorella.»
«Ventinove» mentì il creolo, per risultare credibile come medico. Ventidue era l’età corretta.
«Lei ne ha trentaquattro. Quanti ne dai a me?»
«Trentasei.»
Il fratello di Dania gli mostrò un tesserino accanto allʼabat-jour: aveva soltanto ventinove anni.
«Per mia sorella il tempo scorre troppo veloce.»
«Mi pare una che lo sa tenere sotto controllo.»
«Mah. Stringilo o tiralo, quello troverà una compensazione. Ti ha già raccontato dellʼincidente?»
«Il tuo incidente?»
Élie annuì tenendo le unghie fra i denti.
«Il mio incidente. Bene, un giorno lei era in ritardo a lavoro. Prima voleva accompagnarmi alla metropolitana in macchina perché pioveva, come stasera. Quando ha tagliato la strada al taxi ho capito che non sarei mai sceso dallʼauto con le mie gambe. Lei invece è uscita quasi illesa. Voleva risparmiare qualche minuto, sai quanti ne sta sprecando in questa situazione?»
«Li hai contati?»
«Sono zoppo, mica ossessivo.»
«Dedicarti tempo è una sua scelta.»
«Si chiamano sensi di colpa.»
«Comunque non è uno spreco.»
«Hm. Allora non offenderti, se le mancasse tempo per ricucirti quella manica strappata. Ha detto che lo farà, non è così?»
Il creolo si sentì punto sul vivo.
«È difficile che accada. Ho io il tempo che le serve.»

Jo-Zé sedeva al tavolo della cucina mentre Dania tagliava i funghi.
Lei usa lo scambio di tempo per restituire la vita a qualcuno, io per sottrarla a qualcun altro, pensava. Ed entrambi non se lo meritano.
Si accorse delle occhiaie e del disegno dietro lʼorecchio.
«Perché ti sei tatuata un veve voodoo?»
Lei accese il gas.
«Mi piaceva la forma. Come lʼhai riconosciuto?»
«Mia madre era devota a Erzulie Freda.»
«Il loa che protegge i bambini?»
«Già. Sperava proteggesse me.»
«Da cosa?»
«Chissà. Peccato che mia madre è morta di un virus simile alla zika e un gruppo di fanatici ha dato fuoco alla nostra casa per purificarla. È bruciato tutto tranne lʼaltarino di Freda.»
«Mi dispiace.»
«Dalla rabbia ho strappato la sua fotografia.»
«Io in un momento di crisi ho tolto i santini dal portafoglio.»
«Dopo lʼincidente?»
Lei annuì.
«Il tuo Dio si è risentito?»
«Non credo se ne sia accorto.»
«Freda invece mi perseguita.»
La fiamma del gas si spense in un sibilo.
«In che senso?»
«Nel 2010 ero in un bar. Una ragazza che aveva una collana di perle rosa, come lei nella fotografia, mi ha chiamato per nome e la terra ha iniziato a tremare. Nonostante sia fuggito da Haiti, Freda mi trova ovunque. Si manifesta allʼimprovviso e la realtà si deforma, lʼaria si fa gelatinosa. Il peggio è che le donne che usa per perseguitarmi muoiono vittime della sua possessione.»
«Scherzi?»
«No. Per questo vendo il tempo: prima lo esaurirò, prima smetterà di inseguirmi e uccidere. Ho provato a farla finita e Freda mi ha sempre sabotato. Mi sto accorciando la vita un pezzo per volta senza che lei se ne accorga. Sembra funzionare.»
«Che storia eccezionale.»
«Sono un uomo eccezionale.»
Stavolta Dania sorrise, pur sentendo che le si spezzava il respiro. Aprì la finestra in cerca dʼaria e le venne un colpo.
Il KT 35 era parcheggiato sotto casa.

«Deve essere qui per noi!»
Avvertì Élie che doveva uscire. Imboccò le scale e raggiunse il furgone per prima.
«Le goût de la glace. Che nome di straschifo!»
Jo-Zé trovò buffa quella caduta di stile.
«Perché?»
«I gelati devi mangiarli appena scartati sennò si sciolgono, ma riesci a gustarli soltanto trattenendoli sulla lingua. Capisci? È un gioco contro il tempo. Dove sarà D-Ice?»
«Non qui, mancano i dadi gialli.»
Un ciccione con un berretto e le chiavi in mano si avvicinò con lʼaria seccata.
«È il furgone di D-Ice?» domandò Dania senza preamboli.
«No, è il mio.»
«Avete fatto uno… scambio
«Io sto facendo le consegne.»
«Tratti la stessa… materia
«Non ti capisco. Guarda il catalogo dei prodotti sul sito senza che perdiamo tempo.»
«Bravo, parliamo di… tempo
«Si può sapere che cerchi?»
Jo-Zé lo colpì alla testa e quello franò a terra. Lei gli rubò le chiavi e corse al posto di guida. Il creolo la raggiunse.
«Che fai?»
«Che ne so, lo rubiamo? Tu lʼhai messo ko per questo, no?»
«Lʼho messo ko perché gli stavi raccontando del time upcoding!»
«Time uploading
«Quello lì doveva essere Benôit. Lui non ne sa niente.»
«Benôit?»
«È il socio di D-Ice, la sua copertura. Lui trasporta surgelati» e indicò lo schermo dieci pollici accanto alla leva del cambio. Niente poltrone, elettrodi o garbugli di cavi a terra.
Cʼerano scatole di cartone in pila, la più vicina allʼobiettivo portava la scritta “fior di limone”.
Dania ingranò la prima.
«Dove vuoi andare?»
«Da De Vermandois.»

Jo-Zé sudava freddo.
«Vaʼ piano.»
«So come andare.»
«Hai sonno.»
«Rilassati. Quando sono salita sul furgone di D-Ice avevi lʼaria di uno che si era fatto di morfina.»
Questa se lʼaspettava, Jo-Zé. Non si aspettava il posto di blocco alla fine della strada.
«Ci stanno facendo segno di rallentare.»
«Che ho fatto? Sono sotto il limite di velocità.»
«Guidi un furgone rubato uguale a quello di D-Ice.»
«Quindi non rallento?»
«Dobbiamo sparire.»
Dania si stropicciò le palpebre, poi sterzò di colpo. Sgusciò in un dedalo di stradine secondarie illuminate dal riverbero delle televisioni negli appartamenti.
Abbandonarono il KT 35 dietro a una fila di cassonetti e vagarono per lʼisolato sotto le prime gocce di pioggia. Si allontanarono dallo gnaulio delle sirene della polizia e scesero sotto la metropolitana.
Lei aveva lʼespressione vacua di un sonnambulo.
«Vaʼ a dormire.»
«De Vermandois ci dirà dovʼè D-Ice e io avrò le otto ore di sonno che ho pagato.»
«Vaʼ a riposarti.»
«Élie mi aspetta per la cena. Devo ancora finire di cucinare, dobbiamo fare gli esercizi e a mezzanotte attacco un turno in ospedale. Se mi fermo ora non farò nulla.»
«Farai tutto male.»
«Mio fratello non può farcela da solo, capisci?»
«Ragiona.»
«Non fai che scappare e dici a me di fermarmi?»
«Io fuggo da un pericolo!»
Dania puntò i piedi e lo guardò negli occhi.
«Freda ti protegge, sei sopravvissuto grazie a lei. Arrenditi, Jozaphat-Zénobe: tu sei figlio del voodoo.»
Un treno si addentrò nella galleria. Le porte automatiche si aprirono con un soffio caldo e potente come il respiro di un demone.
Una cascata di palline saltellarono sulla banchina ma lui neanche le guardò, poiché, ne era certo, si trattava di perle rosa.

«Lascialo stare.»
«Lascialo stare tu.»
«Lʼhai messo in pericolo.»
«Tu sei il pericolo.»
«Io lo proteggo.»
«Ti sembra al sicuro?»
«Crede che tu sia la soluzione. Digli che non è vero.»
«In te, invece, non crede affatto.»
«Di me ha bisogno come di una madre.»
«Quindi, cosa vuoi?»
«Non devo chiederti niente.»
«Se vuoi salvarlo devi trattarmi con il dovuto riguardo.»
«Per quanto?»

D-Ice guidava ascoltando trip-hop, con i dadi gialli che si ninnavano tra di loro appesi allo specchietto.
Dania si stava applicando gli elettrodi davanti alla Chesterfield vuota. Dallʼimmaginazione le fiorirono geometrie stilizzate simili a veve voodoo in movimento.
Quella musica ispessiva il suo torpore e la riportava nella galleria della metropolitana.
Mentre fissava il creolo lʼaria aveva fatto resistenza contro il suo corpo e una voce lʼaveva invasa. Era la sua o di unʼaltra? Germogliata dietro al suo ombelico le aveva palpitato nello stomaco, rimbombato nel petto, riempito la gola e risalendo in bocca le aveva spezzato il respiro. Chi era? Cosa chiedeva?
Dania si era svegliata sul sedile di un treno in corsa. Ansimava e sentiva le gambe intorpidite. Per giorni si era trascinata tra ospedale e casa. Sfinita, sembrava aver perso vitalità. Travagli, aborti e operazioni chirurgiche: nessuna nascita era stata registrata mentre era in turno. Élie aveva ripreso a camminare e lei gli aveva pagato delle lezioni di scuola guida per recuperare scioltezza.
Jo-Zé era sparito.
De Vermandois lʼaveva ricontattata dopo due settimane per ripetere lo scambio. Sarebbero ricorsi a un altro Venditempo, disse, perché il creolo aveva smesso.
La sera stessa in cui era tornata a casa dalla metropolitana Dania se lʼera trovato sotto casa. Era stupito che lei fosse ancora viva e felice perché all’improvviso si sentiva libero. Sarebbe voluto rientrare ad Haiti e lei scherzò dicendo che avrebbe comprato ore da D-Ice per trovare il tempo di andarlo a trovare.
Per tutta la durata della conversazione Jo-Zé le aveva fissato le occhiaie e lei aveva seguito il labiale. “Donʼt be late, donʼt be late”,lʼaveva salutata prendendo in prestito un verso della canzone che aveva sentito in camera di Élie.
Quando le portiere del furgone si aprirono qualcuno zoppicò fino alla poltrona vuota. Dania riconobbe il suono dei passi incerti: era suo fratello.
Il trip-hop si interruppe.
«Compratempo, staccati gli elettrodi che devo resettare il misuratore.»
La donna aveva iniziato a sudare freddo e il cuore aveva accelerato i battiti.
Élie si mangiava unʼunghia guardandole i tacchi.
«Sono senza lavoro, vendo il tempo per soldi. Tu che ci fai qui? Credevo ti fossi vestita bene per uscire con quel tipo di Haiti.»
D-Ice alzò la voce.
«Compratempo, il tuo conto ore sta precipitando, cʼè unʼemorragia in corso!»
Lei abbassò le palpebre.
La prima cosa che le aveva detto De Vermandois quando le aveva spiegato il time uploading era che il tempo risiede sul fondo degli occhi. Funziona così: le immagini si imprimono sulla retina e stratificano. Il contenuto informativo viene elaborato dal cervello mentre il resto collassa allʼimbocco del nervo ottico. Assumendo il liquido nelle fiale si scioglie quella materia grezza: il tempo è la carta fotografica di milioni di Polaroid scolorite.
Le lacrime indotte iniziarono a scenderle sulle guance. Sul buco della varicella, accanto al naso. Unsero il mascara, il fondotinta, il rossetto.
Il tempo che le era rimasto colò in rivoli traslucidi secondo un ritmo aleatorio, tra una bestemmia e lʼaltra di D-Ice.
«Levati subito quei cosi dalla testa!»
La donna capì quali fossero le sue parole in metropolitana e di chi fossero le altre. Capì che era rimasta viva perché era lʼunico modo per riavvicinare Jo-Zé a Freda.
Ora che Élie era tornato sulle sue gambe, toccava a lei lasciarlo andare.
«Dania, vuoi che te li tolga io?»
La risposta fu tassativa.
«Per cortesia, non farlo di nuovo


L’autrice

Ilaria Petrarca ha comprato una bolla di tempo nella quale scrive racconti finora apparsi in raccolte miscellanee e riviste. Contribuisce al blog Donne Difettose e dichiara che nessun Venditempo è stato maltrattato durante la stesura di questo racconto.

2 pensieri su “Voodoo Child

I commenti sono chiusi.