Non ricordo più il mio nome. Forse l’ho dimenticato io, forse me l’hanno tolto. Quello che ricordo è il calore del pane appena sfornato, l’odore acre del lino macerato nei bacini dietro casa, e le mani di mia madre che mi insegnavano a riconoscere le erbe. Papaveri per il sonno. Artemisia per i dolori del ventre. Achillea per fermare il sangue. Avevo sedici anni.
Ero apprendista di Arsinoe da tre stagioni. Lei mi aveva presa dopo che mia madre si era spenta, un’infezione banale che le aveva divorato un braccio in quattro giorni. Arsinoe viveva sola in una casa di pietra ai margini del villaggio, dove il sentiero si perdeva tra i campi. Le donne venivano da lei quando i mariti non dovevano sapere, quando i figli non arrivavano o quando arrivavano storti. Io dormivo su un giaciglio nell’angolo della stanza principale e la svegliavo solo quando sentivo bussare nel cuore della notte.
Arsinoe diceva che ogni bambino nasce due volte: una volta dalla madre, una volta dalle nostre mani. Il nostro compito era stare sulla soglia, aiutare il passaggio. Nient’altro. Le donne come noi venivano chiamate solo quando qualcosa andava storto.
Un piede che si presentava prima della testa. Un cordone attorcigliato. Un bambino che non voleva uscire. Oppure uno che usciva morto.
Mi aveva insegnato a riconoscere i segni. Il colore delle acque. La posizione del ventre. Il ritmo del respiro. «Non guardare solo con gli occhi», mi diceva. «Ascolta. Annusa. Tocca. Il corpo parla sempre, anche quando la bocca tace.»
Quella sera ero seduta fuori, a sgranare fave in una ciotola di terracotta, quando vidi una figura avvicinarsi lungo il sentiero. Era un uomo giovane, forse poco più grande di me, con una tunica color zafferano che brillava nella luce del tramonto. Non del villaggio. Non aveva il passo di chi lavora la terra.
Non ci guardò negli occhi nemmeno una volta. Si fermò a tre passi dalla porta e disse solo:
«Il palazzo ha bisogno.»
Arsinoe uscì, si asciugò le mani sul grembiule e annuì. Non fece domande. Prese la borsa di pelle che teneva sempre pronta, quella con gli strumenti affilati, le garze pulite, i vasetti sigillati con la cera e mi fece cenno di seguirla.
Il cammino fu silenzioso. Il servo camminava avanti. Io portavo la cesta con le erbe fresche e le candele. Arsinoe camminava con lo sguardo fisso sulla schiena dell’uomo, le labbra strette. Quando tentai di parlare, mi zittì con un gesto della mano.
Il palazzo sorgeva su una collina, circondato da mura di pietra bianca che al tramonto sembravano tingere d’oro. Lo avevo visto solo da lontano, quando accompagnavo mia madre al mercato. Ora che lo stavamo attraversando, mi accorsi di quanto fosse diverso da come me lo ero immaginato. Più piccolo, più buio. Le pareti affrescate che avevo sentito descrivere nelle storie, tori che saltavano, delfini che danzavano, dee con i serpenti, sembravano sbiadite alla luce tremolante delle torce. E poi c’era un odore strano. Non di sporcizia, ma di chiuso. Come un sepolcro.
Incrociammo due guardie ferme ai lati di un corridoio. Fissavano il vuoto con gli occhi vitrei, le lance strette nei pugni. Un’ancella ci incrociò correndo, con un’anfora stretta al petto. Non fece alcun cenno del capo per salutarci. Nessuno parlava. Solo il rumore dei nostri passi sulla pietra liscia, e il crepitio delle fiamme.
Ci condussero attraverso una serie di stanze che sembravano tutte uguali con colonne dipinte di rosso, pavimenti decorati con spirali, porte basse che ci costringevano a chinarci. Poi un corridoio più stretto, più lungo, dove l’aria si faceva pesante e umida. Sentivo il cuore battermi nelle orecchie.
La stanza della regina era in fondo, nascosta dietro una tenda di lino grezzo. Quando il servo la scostò, l’odore ci investì. Sudore freddo, sangue vecchio, qualcosa di dolciastro che non seppi riconoscere. Le candele erano già accese, disposte in cerchio attorno a un letto basso coperto di stoffe color porpora.
La regina era giovane. Questo mi sorprese. Nella mia testa le regine erano sempre vecchie, con lineamenti duri come il bronzo, occhi giudicanti. Lei invece aveva la pelle liscia come cera d’api, i capelli neri raccolti con cura, le unghie curate e limate. Indossava una veste bianca che le copriva il corpo fino alle caviglie. Sembrava addormentata. Ma i suoi occhi erano aperti.
Erano aperti e fissi sul soffitto, senza battere ciglio. Azzurri come il mare d’estate, ma vuoti. Come se qualcosa li guardasse da dentro.
«Da quanto?» chiese Arsinoe, posando la borsa a terra.
«Due giorni» rispose una voce maschile dietro di noi. Non mi voltai a vedere chi fosse. Sentivo il peso dello sguardo sulla nuca.
Due giorni. Due giorni in travaglio senza gridare, senza sudare, senza muoversi. Arsinoe si avvicinò al letto, si chinò e toccò la fronte della regina con il dorso della mano. Poi il collo, i polsi. Le guardò la pupilla. Le aprì la bocca e annusò il respiro. Poi le scoprì il ventre.
Era gonfio, teso come un otre pieno. Ma non si muoveva. Niente contrazioni. Niente spasmi. Niente del ritmo naturale che precede la nascita. Arsinoe premette delicatamente con le dita sui lati, poi più in basso, cercando di sentire la posizione del bambino. Vidi il suo viso cambiare. Le rughe attorno agli occhi si fecero più profonde. Le labbra si strinsero in una linea sottile.
Mi fece cenno di avvicinarmi e preparare gli unguenti. Presi dalla cesta l’olio di oliva, quello di sesamo, le bende pulite. Lavorammo in silenzio. Lei massaggiava il ventre con movimenti lenti, circolari, cercando di stimolare le contrazioni. Io tenevo pronte le garze, cambiavo le candele quando si consumavano, bagnavo le labbra della regina con acqua e miele.
Le ore passarono. Fuori la notte si fece più nera. Sentivo i rumori del palazzo attenuarsi, voci lontane che si spegnevano, porte che si chiudevano, passi che si allontanavano. Rimanemmo sole con la regina. E con chi ci osservava dall’ombra oltre la tenda. Non lo vedevo, ma lo sentivo. Il respiro pesante. La presenza immobile.
Arsinoe non parlava. Continuava a lavorare con le mani, a premere, a tastare, a cercare un varco. Ogni tanto si fermava, chiudeva gli occhi, ascoltava. Poi ricominciava. Io vedevo il sudore colarle sulla fronte nonostante l’aria fosse fredda.
A un certo punto si voltò verso di me. Il suo sguardo era diverso. Spaventato. «Preparati», disse sottovoce. «Sta per succedere.»
Non ebbi il tempo di chiedere cosa. Poi accadde.
Non fu un grido. Fu un suono secco, bagnato, come quando si strappa della carne cruda con le mani. La bocca della regina si aprì. Non lentamente. D’improvviso. Si aprì più di quanto fosse possibile, più di quanto le mascelle umane dovessero permettere. Vidi i muscoli del viso tendersi, la pelle stirarsi fino a diventare traslucida. Le vene pulsavano sotto la superficie come vermi neri. Qualcosa premeva da dentro.
Arsinoe mi spinse indietro, mi allontanò dal letto con una forza che non le riconoscevo. Ma io vidi lo stesso.
La testa che usciva non era umana.
Era scura, lucida come il metallo bagnato, deforme. Troppo grande per quella bocca, troppo angolosa per essere carne. Il muso, perché era un muso, si allargava ai lati in una forma che non aveva senso. Gli occhi non si muovevano. Due sfere lattiginose, senza pupille, senza iridi, che riflettevano la luce delle candele come specchi opachi.
Arsinoe si mosse d’istinto. Cercò di afferrarla, di aiutare la fuoriuscita come avrebbe fatto con qualsiasi altro parto. Ma le sue mani scivolarono sul sangue e su qualcosa d’altro; un liquido denso, scuro, che puzzava di ferro e terra bagnata. La creatura, non saprei in che altro modo definirla, scivolò fuori tutta intera in un silenzio innaturale. Non pianse. Non respirò con affanno. Semplicemente uscì.
Quattro zampe con zoccoli neri che graffiarono le stoffe del letto. Un muso tozzo e largo, narici che si dilatavano e contraevano ritmicamente. Il corpo era sproporzionato; il torace troppo largo, le zampe anteriori più lunghe di quelle posteriori, la schiena curva in un modo che faceva male solo a guardarla. E continuava a muoversi anche dopo essere uscito, come se stesse ancora nascendo, come se quel suo arrivo nel mondo non dovesse finire mai.
La regina non morì. Questo fu forse l’aspetto più terribile di tutti. Si richiuse. La bocca tornò alla sua dimensione normale, senza strappi, senza ferite. Il ventre si afflosciò, svuotato, e il respiro tornò regolare; dentro, fuori, dentro, fuori, come se nulla fosse accaduto. Gli occhi rimasero aperti, fissi sul soffitto, vitrei. Ma era viva.
La creatura si alzò sulle zampe traballanti. Rimase immobile al centro della stanza, con la testa abbassata, il respiro pesante che sollevava il torace. Non cercò il seno. Non emise alcun suono. Si limitò a fissare Arsinoe. Poi me.
Quando quegli occhi bianchi guardarono nei miei, sentii qualcosa spezzarsi dentro. Non era paura. Era riconoscimento. Come se sapesse chi ero. Come se ricordasse.
Arsinoe si pulì le mani tremanti sulla veste, quelle mani che aveva sempre tenute ferme in ogni parto, anche nei più difficili, e disse sottovoce: «Andiamo.»
Non aspettò risposta. Mi afferrò per il polso e mi trascinò fuori dalla stanza. La tenda di lino si richiuse dietro di noi. Il corridoio era vuoto. Silenzioso. Camminavamo veloci, quasi correndo, i nostri passi non facevano rumore. Il sangue che mi pulsava nelle orecchie copriva tutto.
Raggiungemmo l’ingresso del palazzo mentre il cielo iniziava a schiarirsi. L’alba era grigia, fredda, senza colori. Ci stavano aspettando. Uomini in tuniche scure, senza segni, senza volti che potessi ricordare. Presero Arsinoe per le braccia. Lei non si oppose. Mi guardò una sola volta, negli occhi, e disse solo: «Non parlare. Mai.»
Poi la portarono via.
A me non toccarono. Mi condussero in una stanza piccola, senza finestre, con una porta di legno grezzo che si chiudeva dall’esterno. C’era solo un giaciglio, una brocca d’acqua, una ciotola. Nessuna luce tranne quella che filtrava sotto la porta. Mi sedetti nell’angolo e aspettai.
Tre giorni. Tre giorni in cui nessuno entrò tranne una mano che spingeva dentro un pezzo di pane secco e riempiva la brocca. Tre giorni in cui non seppi se era giorno o notte, se Arsinoe era viva o morta, se io sarei mai uscita. Tre giorni in cui l’unico suono era il mio respiro e, a volte, qualcosa di più profondo. Passi pesanti. Zoccoli su pietra. Provenivano da sotto. Da qualche parte sotto i pavimenti.
Quando la porta si aprì, la luce mi ferì gli occhi. Mi trascinarono fuori, lungo corridoi che non riconoscevo, fino a un cortile aperto. Il sole era alto. Il palazzo era cambiato.
C’erano canti, musica, riso. Servi che portavano vassoi colmi di cibo. Uomini e donne in vesti colorate che conversavano nei giardini. Come se nulla fosse accaduto. Come se tutto fosse normale.
C’era anche la regina.
Camminava lungo un sentiero di pietra bianca, circondata da ancelle. Indossava una veste bianca ricamata d’oro, i capelli sciolti sulle spalle, una corona di fiori sulla testa.
Sorrideva. Parlava con chi le stava accanto, indicava i fiori, rideva a qualcosa che qualcuno aveva detto.
Mi fecero passare accanto a lei. Credo apposta. Spinsero dolcemente con le dita sulla mia schiena ma con fermezza e mi ritrovai lungo il suo stesso sentiero, così vicina che potevo sentire il profumo di mirra che portava sulla pelle. Lei si voltò. I suoi occhi incrociarono i miei.
E non mi videro. Come se io fossi trasparente. Come se fossi già morta. Sorrise ancora, disse qualcosa a un’ancella, e si allontanò.
Della creatura nessuno parlò. Io non chiesi. Non osai. Mi diedero vesti pulite, cibo, e stavolta una stanza con una finestra che dava sul mare. Mi dissero di aspettare. E io aspettai.
La notte, però, sentivo passi pesanti su pietra bagnata. Come zoccoli che si trascinavano. Provenivano da sotto, sempre da sotto, da quel labirinto di cui avevo sentito parlare nelle storie. Il re Minosse lo aveva fatto costruire, dicevano. Per nascondere qualcosa.
E sapevo cosa.
Una mattina, vennero a prendermi insieme agli altri. Eravamo quattordici. Sette ragazzi, sette ragazze. Tutti giovani, tutti sani, tutti scelti. Ci radunarono in una grande sala decorata con affreschi. Un sacerdote con una maschera d’oro ci spiegò che era un onore. Un tributo agli dei. Una benedizione per il raccolto. Un modo per garantire prosperità a Creta.
Ci fecero indossare vesti bianche, fresche e pulite. Ci incoronarono di fiori. Ci diedero vino dolce da bere. Poi ci accompagnarono cantando attraverso le strade del palazzo, lungo un sentiero che scendeva, sempre più giù, fino a un’apertura nella roccia. L’ingresso del labirinto. Era buio. Umido. Sapeva di terra e di qualcos’altro. Di animale. Le pareti erano rozze, scavate nella pietra viva, senza decorazioni. Solo pietra, buio, e quel rumore. Quel respiro profondo che conoscevo.
Gli altri piangevano. Qualcuno pregava. Una ragazza si aggrappò a me, tremando. Io la tenni, anche se non la conoscevo. Anche se sapevo che non sarebbe servito.
Perché io sapevo cosa c’è là dentro. Farlo venire al mondo era stato il mio compito: stare sulla soglia e aiutare il passaggio. E quando mi troverà, quando ci troverà tutti, guarderà me per ultima.
Perché l’ho visto. Ho toccato quella pelle lucida e scura. Ho sentito quel respiro pesante nella stanza della regina. E certe cose non si dimenticano, né da una parte né dall’altra della soglia.
L’autrice
Ilaria Salvatori (1991) vive a Roma, dove si è laureata in Lettere e Filosofia – DAMS. Alcuni suoi racconti sono apparsi in riviste letterarie tra cui Crack Rivista, Carieletterarie, Racconticon e Quaerere. Nel 2016 un suo racconto inedito ha vinto il primo premio nella sezione racconti del Premio Letterario HOMBRES Itinerante del Comune di Rocca di Botte (AQ).
Illustrazione di Elisa Borghi
