Il paradiso degli sciocchi

[Racconto già pubblicato su Specularia Dicarta numero due]

Dopo cinquanta chilometri di sabbia, sabbia e ancora sabbia, smetto di guardare il paesaggio e comincio a trovare interessante il mio viso, riflesso nel finestrino schermato del Carro a Vento.

Credevo che la sofferenza lasciasse un segno, un marchio, invece tutto è stato imballato e messo in cantina. Ai piani alti si continua a vivere. Sto per compiere duecento anni.

I sedili del Carro a Vento formano un cerchio, sono gomito a gomito con gli altri anziani compagni di viaggio. L’uomo seduto alla mia destra è Maharan Santorini, il poeta.

“Robaccia infame!” esclama, e scaraventa il vassoio col pasto sul pavimento.

Gli assistenti di cabina accorrono costernati.

“Aria secca, sedili scomodi, e mal di mare! Siete un branco di incapaci!”

“Il rollio è normale… “ inizia un assistente.

“Normale un cazzo! Viaggiavo sui Carri a Vento prima che tu nascessi e continuerò a farlo dopo che tu sarai diventato merda di lombrico!”

Gli assistenti di cabina aspirano le stoviglie e i resti del cibo.

Duanne Choi, la donna alla mia sinistra, porta il nome stampato sulle maniche dell’abito. Me l’ha detto lei, appena abbiamo preso posto, “così non lo dimentico.”

Duanne ha la pelle fragile, i capelli grigi, le labbra rugose delle trecentenarie. Si è tolta le scarpe e rimira le linee azzurre del tatuaggio a spirale che risalgono dagli alluci ai polpacci.

Gli altri due passeggeri portano sulla fronte il cerchio dorato delle coppie sposate, solo i giovani ci tengono a mantenere le apparenze del matrimonio. Hanno passato gran parte del tempo a leggere un libro virtuale, sospeso in aria davanti agli occhi. Habitat delle Cypripedioidee per uno e Vita di Sir Richard F. Burton per l’altro.

La sfuriata di Santorini ha rotto la concentrazione. Entrambi chiudono i libri con un movimento delle dita. Il ragazzo coi capelli bruni guarda fuori dal finestrino.

“Lo scorso anno ho attraversato a piedi il Deserto Rosso” dice.

Affrontare il deserto che stiamo attraversando fa parte delle imprese che alcuni Lungoviventi compiono per scuotersi di dosso la noia.

Lui continua a parlare, descrivendo il modo in cui si è preparato e quale attrezzatura ha portato. Il marito annuisce distratto, fingendo un interesse che non prova. Io invece lo ascolto e lui decide di presentarsi al suo pubblico.

“Sono Sandip Elgamal.”

“…e sono troppo giovane per andare dove stiamo andando” aggiungo.

“Oh no” sorride. “Ho duecentoventitrè anni.”

Non ne dimostra cento. Dev’essere la mescolanza di geni asiatici e africani.

“Ho attraversato il Mare Verde su una zattera. Mi sono arrampicato a mani nude sulla Vecchia Elefantessa, la sequoia più alta del mondo, e ho volato con un deltaplano dalla Costa Blu alle Tancarie in due ore e trentotto minuti.”

“Buffonate” commenta il poeta a denti stretti.

“Sono tutti record mondiali” aggiunge Sandip, sereno come un cielo estivo.

“Non ti resta che incontrare te stesso” concludo.

“Lucas documenterà l’avvenimento girando un filmato.” Il marito conferma accennando un sorriso rassegnato.

Gli assistenti annunciano che siamo arrivati. Dobbiamo prendere il bagaglio e spostarci in una capsula di trasbordo. Veniamo sparati fuori dal corpo centrale del Carro a Vento e proseguiamo su cingoli. Una parete della capsula è completamente trasparente, ci permette di osservare la struttura liscia e metallica dell’acceleratore, che si fa sempre più vicina e si innalza al nostro sguardo, come antiche mura ciclopiche.

“È fermo” dice Santorini.

“Forse aspettano noi, per metterlo in funzione” rispondo.

“Ho pagato una cifra vergognosa e mi aspetto che tutto funzioni.”

La capsula aderisce a una costruzione prefabbricata che si trova ai piedi dell’acceleratore. La paratia trasparente si solleva, un’aria calda e viziata ci accoglie. Il piccolo gruppo di scienziati che ci aspettava si rimescola emozionato, allineandosi come un picchetto d’onore.

“Ernan Larousse” si inchina il primo della fila. “Sono il coordinatore responsabile.”

Siamo tutti perplessi, tranne Santorini, che oscilla la testa, pieno di sussiego.

“Benvenuta signora Meir” continua la seconda della fila, anche lei si inchina più volte. “Sono Yada Wu, direttrice dell’acceleratore. Io e i miei colleghi siamo onorati di poterla conoscere e ringraziare di persona.”

“Ah!” esclama il poeta, strizzando le palpebre mentre mi fissa.

Sono talmente imbarazzata che non so cosa rispondere. Stringo la mano a tutti e l’ultima scienziata, giovane e con un lampo di furbizia negli occhi, mi trattiene fra le sue dita dicendo:

“Ecco un gesto che eviterà dentro la Trottola, signora Meir.”

“La Trottola?”

“L’acceleratore” spiega Larousse. “Noi lo chiamiamo così. Signore e signori, un attimo di attenzione per favore. Vi darò qualche informazione per rendere il vostro soggiorno più semplice e più piacevole.

“Alla buon’ora” borbotta Santorini.

“Vi faremo entrare da quella parte.” Indica l’imboccatura di un tunnel, in fondo alla stanza. “Ci sono tre camere di compensazione e dovrete restare dentro ciascuna fra i cinque e i dieci minuti, per abituarvi al movimento dell’acceleratore. Nella prima potreste avere una certa nausea viscerale, nella seconda potrebbero esservi capogiri e dolori al timpano. Vi sentirete spinti verso destra dall’effetto di Coriolis, assecondate il movimento, non opponetevi. Nel terzo ambiente tutto tornerà normale e non vi accorgerete più dell’accelerazione.”

“Quando avverrà l’incontro?” domanda Sandip.

“L’acceleratore ha un diametro di cento chilometri. Da questa parte, prego.”

Larousse ci invita a entrare nel tunnel. Duanne si incammina per prima dietro allo scienziato, forse si è dimenticata dove stiamo andando, e noi la seguiamo come tante pecore.

Mi avvio, stringendo in una mano la borsa e nell’altra il biglietto che mi ha dato la giovane scienziata.

***

“Regola numero uno: ci si aiuta a vicenda. Sempre. Se qualcuno vi chiede una mano per svolgere un compito, non potete rifiutarvi” dice Flores Temmerman.

“Regola numero due: non esiste proprietà privata” dice Megumi.

“Che razza di legge sarebbe?” obietta il poeta. “Anche nel mondo esterno non esiste la proprietà privata.”

“Il nostro precetto si riferisce a oggetti di uso personale” interviene Ariel Soerensen, che sembra essere il capo della trinità al comando della Trottola. “Se qualcuno vi prende il pettine, non fate storie.”

“Avete scarsità di pettini?” chiedo.

“Qui abbiamo tutto” replica Megumi.

“La condivisione è la cosa più importante” sottolinea Flores. “E siccome non ci sono Breveviventi che lavorano per noi, dobbiamo cavarcela con le nostre forze.”

A qualche passo dai tre tiranni, dietro di loro, si trova la piccola comunità della Trottola, una trentina di persone, uomini e donne. Hanno tutti l’aria coriacea e robusta di chi è abituato a faticare sotto il Sole e ci osservano con blanda curiosità.

“Questo ci porta alla regola numero tre” annuncia Soerensen. “Se sapete aggiustare un motore, costruire un meccanismo di ventilazione, progettare un impianto elettrico, seminare fagioli o anche soltanto cucire un bottone, dovete insegnarlo agli altri membri della comunità.”

“Nessuno ci ha informato.” Santorini trattiene la collera fra i denti. “Nel contratto che ho firmato non c’era una riga sulla presenza di un governo, che avrebbe controllato le nostre vite.”

“Le regole dentro la Trottola le facciamo noi” ribatte Megumi.

“È un abuso!” grida il poeta. E poi, rivolto al cielo: “Voglio uscire da qui! Mi sentite? Voglio andarmene!”

“La Trottola non è un gioco sado-maso” dice Temmerman. “Non c’è una parola d’ordine che ti liberi prima dello scadere dei dodici mesi.”

“Andate al diavolo!”

Santorini lancia uno sputo da campione, che arriva a sfiorare i sandali di Soerensen, e si allontana lungo uno dei sentieri lastricati, scomparendo dietro gli alberi da frutta che circondano la piazza.

“Tornerà” dice Temmerman, sicura del fatto suo.

La dispotica trinità ci dà il permesso di cercare una casa e ci intima di presentarci al refettorio per il pasto serale.

La riunione si scioglie. Solo ora mi accorgo che manca Duanne Choi. Raccolgo la borsa, mi guardo intorno e scelgo il sentiero che risale la collina.

Mondo Trottola è molto piacevole. La temperatura si mantiene intorno ai venticinque gradi, il cielo è sempre terso, l’aria pulita. Nell’opuscolo informativo ho letto che la parte superiore dell’acceleratore è costituita da lamelle orientabili che riflettono i raggi del Sole. In fondo, anche il cielo esterno è un’illusione azzurra creata dall’addensamento dell’ossigeno.

In cima alla collina trovo una casa ombreggiata da un boschetto di pioppi. Lo stile riproduce le abitazioni di duecento anni fa, linee curve, materiali ecologici, finestre ampie. Mi avvicino e scorgo una bambina acquattata tra i cespugli. Mi guardo intorno, aspettandomi di vedere i compagni che la cercano, e quando riporto lo sguardo su di lei è svanita.

La porta della casa è aperta, l’interno arredato in modo semplice. Mi tolgo le scarpe, appoggio la borsa su una mensola e finalmente leggo il biglietto che mi ha dato la scienziata. Diffida di chiunque è nella Trottola da poco tempo.

“Ti hanno consegnato le istruzioni?”

Sul pavimento di fibra vegetale del soggiorno, a gambe incrociate, è seduta Duanne Choi.

“Io non so bene come comportarmi” continua, fissandomi con intensità. Fa un leggero cenno di assenso, come se solo ora mi riconoscesse. “Ho una lente, nell’occhio sinistro, che memorizza e identifica le persone, ma è tarata male, impiega trenta secondi a fornirmi le informazioni. Soffro di demenza giovanile.”

“Giovanile?”

“Ho novantaquattro anni.”

Solo ora mi accorgo che la pelle increspata è un sofisticato camouflage. I giovani Lungoviventi si divertono a imitare la decrepitezza.

“Nella richiesta di ingresso per la Trottola ho scritto una commovente storia sulla necessità di recuperare i miei ricordi perduti.”

“Ed è il tuo obiettivo?”

“Il mio obiettivo è svanire il più velocemente possibile dall’elenco dei viventi e reincarnarmi in una vongola.”

Duanne sorride, mostrandomi i denti scuri.

“Ho deciso di stabilirmi in questa casa per un po’. Mi farebbe piacere se restassi anche tu.”

***

Orari rigidi e severe prescrizioni scandiscono il tempo della comunità. Devono avere un gran senso dell’umorismo: l’hanno chiamata Strabiliante.

A Strabiliante si lavora nei campi come se fossimo tornati al medioevo. La vicinanza delle altre persone è corredata di tutti gli annessi: odori, puzze, gomitate, respiri profondi, canzoni.

Sì, i Trottoliani cantano mentre lavorano. Raccolgono le pesche e intonano una nenia triste, sarchiano l’orto e modulano i colpi di zappa su una melodia solenne. Temmerman dice che la musica li ha resi più felici.

A fine giornata si mangia nel refettorio, ascoltando Megumi che legge brani da un testo sui motori a elastico. Il giovedì si guarda tutti insieme un film Cinquesensi, gentilmente fornito dagli scienziati. Sandip si è adattato senza protestare. Lucas è abituato alla sopportazione. Duanne prende posto sul sedile facendo spallucce.

“Chi se ne frega. Tra mezz’ora avrò scordato trama, attori e odori.”

Sembra di essere tornati ai tempi del Nido, manca solo che ci mettano in fila per due e ci facciano cantare O Terra, Terra mia, bel pianeta verde e azzurro.

Appena si spengono le luci mi defilo e vago solitaria per i campi coltivati. Scruto l’orizzonte, aspettando di vedere una figura umana venirmi incontro, una donna del tutto simile a me. Sfiorarci durerebbe un attimo. E poi più nulla. Niente pensieri, non più ricordi, nessuna afflizione. La chiamo, la desidero, ma lei non si presenta.

Si fa vivo, invece, Maharan Santorini. Lo intravedo nascondersi dietro alcuni cespugli e poi avanzare quatto verso la dispensa. Appoggia qualcosa per pochi secondi sopra la serratura e la porta si spalanca. Santorini entra, fa incetta di cibo, richiude e se ne va. I poeti sono pieni di risorse.

***

“Tu cosa sai fare?” mi ha chiesto Temmerman.

“So pensare idee rivoluzionarie.”

“Ti piacerà intrecciare cesti, allora.”

Un impassibile quattrocentenario, lento come una chiocciola, ci fa vedere quali giunchi raccogliere al ruscello, come asciugarli nel forno e in che modo intrecciarli.

“Le Stamperie sono guaste?” chiedo perplessa. Qualunque oggetto si può ottenere dalle stampanti 3D.

“Fabbricare gli oggetti ci fa riscoprire le nostre qualità umane.” mi rimbrotta Temmerman.

“Quelle neolitiche, senza dubbio.”

Tra gli aspetti umani di Strabiliante c’è l’appello a ogni adunata. Mi chiedo quando ci tatueranno il numero di matricola sul braccio. All’inizio credevo che le assemblee servissero per organizzare il lavoro e parlare di noi. Poi mi sono accorta che chiamarci a raccolta è una strategia dei tre dittatori per rimarcare il loro potere, perciò decido di non presentarmi più e convinco anche Duanne a lasciar perdere.

Prendo un cesto, segno tangibile della mia umanità, fabbricato con le mie mani umane, e ce ne andiamo a spasso in cerca di funghi. Ogni tanto Duanne si incanta ai piedi di una quercia.

“Funghi. Dobbiamo raccogliere funghi!” E sollevo un esemplare di porcino edule.

Ridiamo come matte.

Un pomeriggio ci spingiamo fino alla collina accanto e scopriamo, vicino a un ruscello, una piccola casa stile vecchio oriente, nascosta da una macchia di pini.

Le pareti scorrevoli ci consentono di vedere Santorini chino su un tavolo, circondato da un turbinio di fogli elettronici fluttuanti. Scrive con uno stilo, rilegge e poi strappa tutto, insoddisfatto. Getta gli elettroni appallottolati sulla veranda che circonda la casa. Un gatto rosso, acciambellato sulle assi, fa un balzo e si sposta poco più in là.

La sera, al refettorio, la quantità di cibo per me e Duanne è dimezzata, ma né io né lei siamo affamate. A casa ci siamo spanciate di funghi trifolati.

***

Una mattina trovo Sandip e Soerensen che discutono con animazione davanti al progetto di uno scafandro, proiettato sulla parete del granaio.

“… spessa cinque centimetri!” insiste Sandip.

“Troppo rigida!” obietta Soerensen. “Sarai impacciato nei movimenti, non potrai fuggire.”

“Ma io voglio…”

“Ascolta, testone, ho incontrato l’altro, diversi anni fa, e ti garantisco che a un certo punto devi scappare!”

“Dove l’hai incontrato?” intervengo.

“Ero andato a esplorare il bosco di querce a nord. Ho visto un uomo che si avvicinava con un’andatura incerta e i peli della nuca mi si sono sollevati. Mi sono paralizzato e lui avanzava. Trenta metri, venti metri, dieci… ci siamo guardati negli occhi. Io ho preso fiato e le mie gambe si sono mosse. Ho volato in mezzo ai cespugli, mi sono graffiato, ho sbattuto contro un ramo basso, mi sono rimesso in piedi e ho ripreso a correre. Lui mi tallonava. Poi una casa! Ho sprangato la porta un istante prima che lui ci finisse contro. Il mio corpo si è schiacciato contro il battente, catturato da un’attrazione invincibile.”

“Desideravi abbracciarlo?”

Soerensen scuote la testa e si sfrega le guance.

“Era come se mi mancasse un braccio o una gamba e volessi riaverli. Sudavo, tremavo, lo sentivo respirare col mio stesso fiato, dall’altra parte.”

“Quanto era spessa la porta?” interviene Sandip, per nulla turbato dal racconto.

“Almeno dieci o dodici centimetri.”

“Cialendra a solidificazione progressiva!” conclude Sandip. “Rigida a contatto con l’aria, flessibile all’interno della tuta, grazie al calore corporeo.”

Soerensen solleva gli occhi al cielo.

“Possiamo produrla modificando la catena peptidica della cellulosa” insiste il cacciatore di record. E comincia a scrivere sullo schermo, accanto all’immagine dello scafandro, una lunga formula chimica.

Soerensen tira fuori una fiaschetta da una tasca della tunica e butta giù due sorsi veloci. L’odore dell’abbardente mi punge le narici.

“Com’è finita con l’altro?”

Mi guarda, gli occhi umidi, venati di rosso.

“Gli ho gridato di andarsene e di non cercarmi più. Lui a nord, io a sud. Il giorno dopo ho aperto la porta ed era scomparso. E così continuiamo a vivere. Separati.”

Separati e infelici, aggiungo io.

***

Smetto di presentarmi ai turni di lavoro e alla mensa. Insieme a Duanne, raccogliamo le erbe, i frutti del sottobosco, i virgulti teneri.

Mi piace stare con Duanne. Non c’è bisogno di parlare in continuazione, stiamo bene così, sazie, sedute su un tronco, a godere il tepore del Sole sulla pelle e il cinguettio degli uccelli.

Un pomeriggio ritrovo la bambina incontrata il primo giorno. Coglie margherite nel prato di fianco alla casa, canticchia fra sé. Solleva gli occhi e mi guarda. Sorride, mostrando i dentini da latte e si mette l’indice sulle labbra.

Il cuore mi martella il petto. La supero a passi lunghi per rientrare in casa e chiudermi la porta alle spalle, tutta tremante. Dopo qualche minuto riprendo fiato, esco e la affronto.

“Buongiorno. Giochi da sola?”

“Non sono sola, sono con te.”

Discorriamo per qualche minuto di sciocchezze. Mi chiede di farle una ghirlanda con il mazzolino di fiori che ha raccolto. Quando me lo porge sto attenta a non sfiorarla, ma non sento alcuna attrazione invincibile.

“Con chi parli, Hecate?”

Duanne si sporge dalla porta finestra del soggiorno, la bambina le dice ciao, agitando una mano. Io sono concentrata a intrecciare gli steli, mi sta riuscendo piuttosto bene, a dimostrazione che la cestineria avrebbe potuto essere il mio campo.

Duanne fissa la bambina per diversi secondi, come fa ogni volta che incontra qualcuno, in attesa che il sistema di riconoscimento delle persone le comunichi chi è. Poi annuisce.

“Raccontami di te.”

“Quando avevo otto anni e vivevo nel Nido c’erano diversi Curatori che si occupavano di noi” attacca la bambina. “Io volevo bene a Reis.

Reis ci dava da mangiare, ci aiutava a lavarci e a vestirci. Costruiva dei giochi per noi usando cartone e legno. Ci raccontava delle storie. Le sue storie erano più divertenti di quelle degli altri Curatori.

A trent’anni la legge mi obbligò a lasciare il Nido. Il mio cuore piangeva e non potevo mostrarlo. Reis detestava i piagnoni.

A sessant’anni sono tornata a cercarlo. Era invecchiato, come invecchiano i Breveviventi, non aveva più la forza di occuparsi dei bambini. Aveva cambiato lavoro: rilegava libri di carta per i collezionisti.

Sono diventata la sua apprendista. Ho imparato a compattare le pagine, a incollare i dorsi con la garza, a farli asciugare nella pressa. Reis a volte mi prendeva in giro per la mia goffaggine.

Ricordavo sempre la volta in cui mi aveva spinta sull’altalena. Accompagnava ogni slancio dicendomi: vola, Duanne, vola! Mi girava la testa. Dopo essere scesa ero corsa ad abbracciarlo, ma lui mi aveva respinta, dicendomi di andare a giocare con gli altri. Il momento più bello della mia vita era diventato anche il più brutto. Riparavamo i libri fianco a fianco e io stavo attenta a non sfiorare Reis neppure per sbaglio. Il mio cuore si era raffreddato. O almeno, così credevo.”

“Sì” dice Duanne. “È andata proprio così.”

Sento un brivido scendermi giù per la schiena.

“E poi Reis è invecchiato ancora” riprende la piccola sconosciuta. “La sua schiena era dritta, continuava a leggere e a lavorare, ma diventava sempre più debole. Una sera si è addormentato e non si è svegliato più.”

La bambina mi toglie la coroncina dalle mani e se la mette in testa con la serietà di una regina che assume le funzioni ufficiali. Le margherite formano un’aureola di luce intorno ai suoi capelli scuri. Duanne è uscita in giardino, la piccola si allunga verso di lei, le sfiora una guancia con un bacio. Sbatto gli occhi, come accecata da un flash, e mi guardo intorno, aspettandomi di vedere qualcuno che ci fotografa, ma ci sono soltanto io, accanto al muretto che separa la strada dal prato della casa.

***

Voglio andare via da qui!

Adesso! Subito!

Raduno in fretta le mie poche cose e corro a bussare da Santorini. Tempesto i vetri della casa come una disperata finché non si accende una luce e il poeta compare, arruffato di sonno.

“Dammi la chiave della dispensa.”

Tergiversa, stordito.

“So che hai un duplicato. Dammelo! Te lo riporto.”

Mi consegna una tessera magnetica.

Le lamelle del cielo si stanno chiudendo per simulare il crepuscolo, il momento ideale per confondersi con le ombre e riempirmi lo zaino. Niente roba pesante, solo buste di liofilizzato, frutta secca e concentrati proteici. Restituisco la chiave a Santorini.

“Questo posto si sta rivelando un pessimo affare” mi dice. “Zero idee, zero ispirazione.”

Povero fesso. Da un cespuglio balza fuori il solito gatto. Mi accompagna fino al sentiero e resta sul ciglio della strada, a guardarmi andare via.

Cammino in direzione nord per gran parte della notte. Quando l’umidità diventa insopportabile mi avvolgo nella termocoperta e cerco di addormentarmi sotto un albero. Ora so come funziona. E comprendo il messaggio della scienziata: diffida di chiunque è nella Trottola da poco tempo. Avrei dovuto chiedere a Temmerman se c’era una bambina, tra loro. Mi giro su un fianco e le lacrime traboccano dagli occhi.

Riapro gli occhi a mezza mattina. Riprendo la marcia mentre mangio una barretta energetica. I campi sono ricoperti di erba alta, le siepi invadono il percorso, gli alberi si sbracciano in tutte le direzioni. A differenza del mondo esterno, qui non ci sono giardinieri meccanici.

Le dolci ondulazioni delle colline mi rasserenano ma ogni tanto ripenso a Duanne. Mi chiedo se è morta felice, dopo aver riavuto un pezzo così importante della sua memoria.

Qualcuno dice che i Breveviventi ci detestano, odiano segretamente il privilegio genetico della nostra lunga vita, perciò sarebbe meglio continuare su binari paralleli, senza mescolare le nostre vite. Io non ci ho mai creduto. Neppure Sil ci credeva.

Mi fermo per riposare accanto a una fontana. Al tramonto riprendo il cammino. Dopo qualche chilometro intravedo la luce di una casa mimetizzata nel verde.

La curiosità è più forte della prudenza. Sbircio da una finestra e vedo Lucas intento a preparare la tavola. Rassicurata, busso alla porta e quando viene aperta mi trovo davanti Sandip. Lui impiega qualche secondo a riconoscermi.

“Hecate! Che piacere vederti! Accomodati.”

Dal soggiorno spunta Lucas, ha un’espressione seccata e colpevole.

Più tardi, a tavola, Sandip è sempre sicuro di sé ma in modo pacato, senza tracotanza. Quando Lucas gli descrive l’esemplare di ophrys fusca che ha scovato sul pendio della collina, ascolta con sincero interesse.

Al termine della cena Sandip sparecchia e Lucas mi invita a vedere il giardino.

“Come l’hai capito?” mi chiede.

Mi stringo nelle spalle.

“Il vero Sandip non sparecchierebbe mai. E poi c’è qualcosa nell’aspetto fisico, uno scostamento minimo ma percepibile.”

“Per questo mi piace di più” sospira Lucas. “Ci svegliamo ancora entrambi all’alba. Facciamo sempre delle lunghe partite a scacchi, ma lui non mi fa sentire un idiota se faccio una mossa stupida. Qualche volta anche lui commette una sciocchezza e ci ride sopra. Ridiamo insieme.”

“Quando l’hai incontrato?”

“Due giorni dopo il nostro arrivo. Sono andato a nuotare al lago di Strabiliante ed era lì. Sapeva tutto di me, si ricordava di noi, però era anche come se ci stessimo incontrando per la prima volta.”

“Sa che c’è un altro se stesso in questo mondo?”

“Ricorda la vita di un altro Sandip, ma in modo frammentario e vago, come se l’avesse sognata.”

“A Strabiliante ora c’è l’altro Lucas.”

È sorpreso.

“Un motivo in più per non tornare” concludo.

***

Nel sonno cammino su arbusti spinosi. All’alba vado via senza salutarli.

Il sentiero mi sembra più faticoso da percorrere. Nella fretta ho dimenticato il cappello e il Sole della Trottola mi opprime. Mi inoltro nel bosco in cerca d’ombra. Dalla terra sale l’odore umido di foglie marce, humus fresco, erbe succose. Sprofonda nelle cose disfatte, vecchia incapace, è il tuo posto.

Alle mie spalle la foresta si chiude in una cortina sempre più fitta. Accendo la torcia e gli animali si zittiscono. Niente più frulli d’ali e ronzii. Gli alberi si affollano contro una zona buia, piccole felci crescono in orizzontale, risalendo un costone. Allungo una mano e tocco qualcosa di ruvido e tiepido. Non è roccia, non è terra. È la parete del toro. Sono arrivata al confine della Trottola.

Toccare il confine spazza via tutti i miei pensieri, giusti o sbagliati che fossero. Con i confini si possono fare solo due cose: o si superano o si torna indietro.

Uscire dal bosco diventa un affare complicato.

Ora le piante mi afferrano l’orlo dei calzoni, si aggrappano ai lembi della tunica, strappano, trattengono. Lasciatemi andare, bestie verdi! Non voglio diventare il vostro nutrimento.

Finalmente sbuco sul sentiero, ansimante e lacera. Mi siedo carezzando il materiale elastico di cui è fatto. La sua consistenza artificiale mi rassicura, è l’unico segno umano nei dintorni.

Svuoto la borraccia in pochi sorsi, mi stendo sulla schiena e fisso il cielo. L’uniformità dell’azzurro ha lasciato il posto a una cortina di nuvole scure. Qualche rada goccia mi colpisce, è il preludio a un vero acquazzone.

Rimango sdraiata a pancia in su e mi lascio inzuppare. La pioggia trascina via desideri, malinconie, paure, tutto se ne va in piccoli rivoli. Ripulita dall’acqua, resta soltanto una semplice verità: quando muore una persona che hai amato non puoi fare a meno di vivere ancora di più. Di vivere per due.

Una lieve brezza sposta le nuvole, il Sole risplende più caldo di prima. Cammina, vecchia babbea, hai bisogno di un tetto sulla testa. E magari anche di un bagno.

All’orizzonte, in cima a un bastione roccioso, appaiono delle cupole verdi. Costruzioni moderne!

Cammino più spedita. Sono talmente concentrata sulle cupole da non accorgermi che i campi intorno a me sono cambiati. Spighe di grano si sono sostituite all’erba e, più avanti, filari ordinati di mandorli.

“Buonasera” mi saluta una voce maschile.

Soerensen è in piedi sul bordo dell’appezzamento e sta manovrando un raccoglitore automatico col telecomando.

“Appena arrivata?” mi chiede.

“Sto cercando un posto dove stare.”

Mi invita a unirmi al suo gruppo.

“Puoi stare tranquilla” aggiunge, “non c’è nessuno che ti somigli.”

I suoi modi affabili lo rendono molto diverso dal Soerensen di Strabiliante. C’è in lui una serenità, una fiducia che l’altro Ariel non conosce.

Ci spostiamo con un Transit a batteria e lungo il tragitto posso ammirare le macchine coltivatrici che curano i campi, innaffiano, spargono insetti antiparassiti. È uno spettacolo che mi scalda il cuore.

“Siete ben organizzati, qui.”

“Dopo cinque anni di permanenza, vorrei ben vedere!”

Arriviamo alla zona delle cupole. Soerensen posteggia il Transit nella cupola dove sono custoditi i macchinari agricoli.

“Scegliti una casa.”

Mi aggiro per le cupole, scoprendo che contengono una mensa, una biblioteca, una sala concerti, una palestra e una ludoteca. Nella palestra ci sono alcune persone impegnate in esercizi a corpo libero, nessuno di mia conoscenza. Nella biblioteca intravedo Megumi a una postazione, assorta nello studio di un libro elettronico, dalle immagini direi che si tratta di motori.

Su un terrapieno trovo una casetta di pannelli imbottiti con le finestre tonde. All’interno non vi sono tracce di abitanti. Lascio andare la borsa sul pavimento e mi sento a casa.

“L’abbiamo chiamato Buona Vita perché ci siamo subito trovati tutti bene” mi racconta Soerensen, qualche giorno dopo.

Non posso dargli torto. L’aria è leggera, la natura florida, le attrezzature ottime.

“Avete stampato tutto voi, anche le abitazioni?”

“Abbiamo contrattato con quelli di Strabiliante. C’è una fontana, al confine fra il nostro e il loro territorio, dove ci lasciamo i messaggi. Megumi e altri hanno costruito i primi attrezzi agricoli e ora scambiamo una parte del nostro cibo con oggetti o abbigliamento.”

A differenza di Strabiliante, però, qui si vive senza obblighi, come nel mondo esterno.

Ho contato dodici persone, me compresa.

Flores Temmerman si occupa della progettazione degli oggetti. Megumi dei motori, esattamente come fa la sua sosia a Strabiliante.

I Buonavitiani conservano la cattiva abitudine di stare in gruppo, ma lo fanno in modo simpatico. Un pomeriggio qualcuno ha truccato Ariel, disegnandogli sul volto linee bianche e rosse alternate e allora anche gli altri hanno voluto farsi fare dei mascheroni simili.

Li ho guardati giocare a nascondino, mentre oziavo sulla veranda della casa. Mi commuove la capacità dei Buonavitiani di buttarsi anima e corpo in queste occupazioni. Nel mondo esterno abbiamo perduto la voglia di giocare.

Qualche volta mi lascio coinvolgere e mi ritrovo a gridare e fare il tifo per la mia squadra.

A Buona Vita potrei trascorrere i prossimi mesi senza preoccupazioni. Tranne il pensiero che l’altra venga a cercarmi.

Se è davvero uguale a me, desidererà stare in pace e da sola. Ma, essendo il mio opposto, vagherà inquieta per la Trottola… che poi è quello che ho fatto io. Che confusione!

In certi momenti dubito della mia identità. Sono davvero arrivata nella Trottola dal mondo esterno o mi sono materializzata qui dentro e ricordo di provenire da fuori perché ho la memoria della mia me stessa?

***

“Ci avete pensato?”

“Ci abbiamo pensato” risponde Temmerman.

“Allora?”

“A me sembra un sacrificio inutile” interviene Megumi.

“Qualunque persona ragionevole si renderebbe conto del vantaggio di una simile azione per Buona Vita.”

Segue un silenzio pieno di rimprovero da parte del gruppo e di vergogna da parte di Soerensen, Temmerman e Megumi.

Si sono riuniti in una radura del bosco attrezzata con sedie e tavoli per pic-nic. Io stavo rientrando dalla mia passeggiata notturna e ho visto la lampada da lontano. Mi sono avvicinata silenziosamente e ho scoperto che alcuni Buonavitiani vorrebbero appropriarsi delle Stamperie. Il piano prevede che il trittico despota di Strabiliante sia eliminato grazie all’abbraccio mortale dei loro opposti.

Una missione suicida.

Avrei dovuto ricordare che ogni paradiso contiene il suo inferno.

“Ci ricattano” insiste un buonavitiano. “Ogni volta che abbiamo bisogno di stampare qualcosa pretendono sempre più frutta e verdura.”

“Dobbiamo ristabilire l’equilibrio” aggiunge un’altra voce.

“Siamo nelle loro mani.”

“Mai veramente liberi.”

Soerensen si incurva sotto il peso delle recriminazioni. L’altro Ariel li avrebbe messi in riga con due parole secche. Temmerman prova a difendersi con argomenti razionali e Megumi li fissa con disprezzo.

Utilizzo un Transit per tornare velocemente a Strabiliante.

***

Prima di arrivare alla piazza voglio dare un’occhiata alla casa in cui ho abitato con Duanne. Tutto è rimasto come l’ho lasciato. Sono delusa ma non so bene cosa mi aspettassi. Quando scompari non resta neppure la soddisfazione di aver ottenuto quello che desideravi, perché tu non sei più qui a provarla.

Richiudo la porta alle mie spalle e mi ricordo di Santorini.

La casa orientale è silenziosa, la porta scorrevole aperta. Sulla scrivania giace una pila di fogli elettronici, su ognuno è scritta una poesia. La notte, si intitola la prima. Mi siedo a leggerle e, mentre procedo, la descrizione della notte diventa sempre più suadente, morbida, felina.

Sollevo lo sguardo e sul portico noto due ciotole, una per l’acqua e l’altra per il cibo. La raccolta termina con un breve poemetto sulla prima legge dell’amore: è inevitabile amare chi ti ama. Guardo nuovamente le ciotole. Il poeta si china a carezzare il suo silenzioso compagno, il gatto gli porge la testa, pronto alle fusa, e poi il lampo dei raggi gamma, più rapido di un battito di ciglia. E poi più nulla.

Siamo entrati in questo luogo con passo leggero. Sapevamo che qui dentro sarebbe potuta avvenire la nostra esecuzione ma non ci abbiamo creduto. Soltanto gli scienziati possono credere davvero che esista l’anti materia.

La piazza di Strabiliante è vuota. Il proiettore di film cinquesensi smontato. La porta della dispensa spalancata. Nel refettorio c’è Sandip che beve un tè e sfoglia annoiato una rivista. Mi rivolge un’occhiata di odio e poi volta le spalle.

“Dove sono gli altri? Soerensen? Megumi?”

Altro sguardo torvo.

Possibile che i Buonavitiani siano arrivati prima di me?

Esco e sulla porta mi viene gettata addosso una rete.

“Presa!” esclama Temmerman.

Megumi e Soerensen mi sollevano di peso e mi sbattono dentro una carriola.

“Cosa sta succedendo? Ariel! Flores! Siete impazziti?”

Temmerman solleva la carriola e si avvia giù per il sentiero. Gli altri due ai lati.

“Siete in pericolo! I residenti di Buona Vita vogliono eliminarvi.”

Megumi scambia un’occhiata con Soerensen. Lui risponde con un gesto, come a dire “ci penseremo poi”.

Siamo arrivati davanti a un edificio lontano dal centro di Strabiliante. Ha le finestre a feritoia, la porta blindata, le linee rozze di una costruzione che risale a qualche secolo fa.

Temmerman inserisce il codice di apertura nella tastiera di fianco alla porta, il battente scorre, una zaffata di aria umida e stantia ci investe. Mi scaraventano oltre la soglia, rovesciando la carriola.

Riesco a liberarmi dalla rete ma la porta si è già richiusa. La tempesto di pugni, grido. Dalle feritoie, chiuse con uno spesso cristallo trasparente, vedo i tre che si allontanano.

Sono stata messa in carcere.

Qualche secolo fa, quando il mondo dentro l’acceleratore si era già formato, alcuni cittadini avevano proposto di usarlo per rinchiudervi i criminali. Erano state costruite la prigione, gli edifici da lavoro e alcune case. Una serie di obiezioni politiche aveva rallentato la procedura e, poiché per i Lungoviventi il tempo è un dettaglio ininfluente, quando finalmente si era giunti alla risoluzione definitiva il crimine si era estinto.

I miei occhi si sono abituati alla penombra. Nel vestibolo ci sono tre porte. Provo le due laterali, sono bloccate. Mi accosto a quella centrale e il battente scorre cigolando sui binari.

Dall’altra parte c’è una stanza rettangolare vuota. Le lampade del soffitto sono spente, tranne una che sfarfalla a intermittenza lampi di luce bianca. Sbatto le palpebre, infastidita. L’altra estremità della camera è occupata da un lungo banco squadrato che sorregge tre specchi. Deduco che si tratta di specchi perché intravedo una figura umana che si muove in quello centrale. Avanzo di qualche passo e mi accorgo con orrore che i suoi movimenti sono diversi dai miei.

È una donna; ha i capelli tinti di rosso fuoco come i miei, ma li porta raccolti in un elaborato chignon; il naso è arcuato, gli occhi distanziati, la fronte alta. Mi fa cenno di avvicinarmi con un sorriso ironico sulle labbra.

Come ipnotizzata, cammino fino al suo cospetto.

Un vetro opaco di polvere ci separa. Io nella stanza, lei in un cubicolo completamente chiuso, dal quale si accede attraverso una porta alle sue spalle. Faccio un altro passo e dal pavimento emerge uno sgabello. La donna è già seduta e mi fa cenno di prendere la cornetta dell’antiquato telefono appeso a lato. Mi accomodo e, con un leggero ritardo, sollevo la cornetta mentre lei, dall’altra parte, fa lo stesso.

“Ce ne hai messo di tempo” mi dice. La sua voce è modificata dall’apparecchio, un po’ roca, un po’ spezzata, vibrante di uno strano trionfo.

La donna dall’altra parte del vetro mi somiglia come potrebbe somigliarmi una sorella più giovane. Gli occhi sono luminosi e beffardi, gli angoli della bocca all’insù, il mento fiero. Fisicamente è più robusta di me. Le spalline della canottiera si tendono sotto i muscoli possenti e ogni respiro allarga un petto da sibilla.

“Ti aspettavi una gemella?” continua. “I positroni sono creativi: qualche volta seguono la legge di parità, qualche volta no.”

Si ferma, aspetta una mia replica ma io sono occupata a osservare il corpo di fronte a me. Sulle braccia ha una serie di cicatrici, come se anche lei avesse affrontato boschi spinosi, tuttavia le sue mani sono pulite e affusolate, il telaio dei tendini disegna forme aristocratiche, da pianista. La materia mi dimostra che può essere me e può essere anche lei. Ho perso la mia unicità.

“Guardati” scuote la testa. “Senza avidità, senza coraggio. Invece di essere la regina degli inferi sei una brava cittadina. Presenti progetti di legge al Consiglio Ecumenico per estendere le cure mediche ai Breveviventi.”

“Ci ho provato.”

“Oh, lo so. E mi vergogno al posto tuo.”

“Mi sono battuta per la giustizia.”

“Ti sei battuta per Sil. E ti sei degradata perché hai dato il tuo cuore a una Brevevivente.”

Provo a ribattere ma lei mi ferma con un gesto.

“Conosco ogni tuo sentimento, anche il più vergognoso. Amare un essere inferiore può essere erotico, ma qualche volta il tuo orgoglio di Lungovivente si ribellava. C’erano momenti in cui avresti voluto strappare le catene della tenerezza e andartene per la tua strada. Sil ti aveva ridotta a un mollusco. E quando è morta, perché i suoi ridicoli geni erano incapaci di contrastare la malattia, ti sei sentita annegare nel senso di colpa e sei venuta qui.”

“Tu dimentichi che Sil aveva soltanto undici anni. Un’insignificante particella di tempo, rispetto alla nostra vita.”

“Ho il cuore lacerato. Perché non ti spari un colpo in testa, carina?”

Un’idea repentina mi provoca un sussulto di gioia crudele.

“Se io muoio, anche tu scompari.”

“Ah! Non è detto. Ciò che è creato, è creato. In ogni caso, sono disposta a rischiare. Nel frattempo, farò quello che mi piace di più. Oh, vedo che cominci a capire. Sì, dopo che te ne sei andata – o dovrei dire scappata? – sono arrivata io e ho buttato giù dal trono il re e le regine del paradiso degli sciocchi. Soerensen ha provato a opporsi, Temmerman ha cercato di ragionare con me, ma gli altri, le scimmie obbedienti, si son fatte venire un dubbio: loro sono tre e noi molti. Perché dobbiamo fare quello che ci dicono?”

“C’è stata una rivolta!”

“Io ho soltanto esposto le mie idee. Volete essere approvati o volete vivere? Avete davvero bisogno di qualcuno che vi dica cos’è giusto e cos’è sbagliato? Siete integri o vi manca il sale in zucca? Il primo a darmi retta è stato Lucas. Povero ragazzo. Non ne poteva più di fare da valletto al marito, così lo ha mandato al diavolo e se n’è andato. Credo voglia catalogare la vegetazione spontanea della Trottola.”

Ora capisco l’ostilità di Sandip.

“Non affannarti a riflettere. Il resto è venuto da sé: le scimmie hanno scardinato la porta delle Stamperie, della dispensa e degli altri locali chiusi. A Soerensen hanno fatto fare un bagno nel lago, Temmerman e Megumi si sono fatte da parte, troppo razionali per intromettersi.”

Mio malgrado, sono piena di ammirazione.

“Però ti hanno catturata e rinchiusa qui.”

Scuote la testa e appoggia disinvolta un braccio allo schienale della sedia.

“Credere a quello che si vede, la prima legge di Hecate Meir. Ho manomesso la serratura posteriore della prigione appena arrivata a Strabiliante. Non so quanto mi fermerò ancora qui, vorrei farmi un giro di Trottola.”

“Allora perché…” inizio, ma subito capisco. Allungo una mano e sfioro il vetro che ci separa. Dodici centimetri di cialendra indurita e trasparente.

Voleva conoscermi. Desiderava parlarmi, prendermi in giro, farmi sapere che mi ama come non potrebbe amarmi nessun altro.

Mi sorride, appagata dal mio stupore, e riappende il telefono. Si alza, si allontana verso la porta. Vorrei chiamarla, vorrei dirle: resta ancora! Mi hai conquistata. Sei piena di vita, di forza. Sei uno spirito libero. Sei come la piccola Sil. Lei mi lancia un’ultima occhiata ed esce, richiudendo la porta dietro di sé.

È svanita da qualche secondo e già sento nostalgia di lei. La luce all’interno del cubicolo si è spenta e posso vedere il mio riflesso sul cristallo sporco. Sopracciglia aggrottate, bocca semiaperta, collo teso, sono io. Sono proprio io, la donna che ha vissuto con Duanne, che si è persa nel bosco, che ha amato Sil ed è stata felice.

Mi alzo in piedi. Una potente energia mi scorre nelle vene. Sono anche quella che si è ribellata ai tre capi di Strabiliante, quella che si oppone ai progetti omicidi di Buona Vita e vuole essere ancora felice. Sono la regina della mia morte e della mia vita.


L’autrice

Clelia Farris è nata a Cagliari nel 1967. Ha vinto il premio Fantascienza.com nel 2004 con il romanzo Rupes Recta; nel 2010 ha vinto il premio Odissea con il romanzo Nessun uomo è mio fratello. È arrivata finalista al premio Urania Mondadori nel 2016 con il romanzo Necrospirante. Ha pubblicato i romanzi La pesatura dell’anima e La giustizia di Iside con la casa editrice Future Fiction. I suoi racconti sono stati tradotti per diverse riviste negli Stati Uniti, in Spagna, in Giappone, Norvegia e Cina. Nel 2020 è uscita negli Stati Uniti una sua antologia di racconti dal titolo Creative Surgery per l’editore Rosarium Publishing. Nel 2022 il racconto La consistenza delle idee è stato pubblicato nel secondo volume di The best of world science fiction. Il suo ultimo romanzo edito da Future Fiction, I vegumani, si ispira alla corrente Solarpunk della fantascienza.

Illustrazione di Benedetta Baroni