Blue Monday

Nell’angolo in alto a destra del monitor lampeggiò il promemoria dell’appuntamento con Lamberto Menegatti.

Ettore temeva di conoscere già il motivo di quell’incontro; era indietro con la schedule, ma non era colpa sua. Gli assegnavano la stessa mole di lavoro di tutti gli altri mesi, senza tenere conto che febbraio aveva due o addirittura tre giorni in meno.

Sua moglie Carla si lamentava per le ore di straordinario a cui era costretto, più di così non sapeva che altro fare per mettersi al passo con le richieste dell’azienda. Di cambiare lavoro non se ne parlava proprio. Altrove lo avrebbero pagato molto meno.

Spinse indietro la sedia ergonomica e bloccò lo schermo del computer. Sistemò la cravatta, sorridendo ai suoi colleghi di cuccetta, e si avviò verso l’ufficio del capo. Bussò e la voce roca del Dottor Menegatti borbottò qualcosa.

«Posso… posso entrare?» Socchiuse la porta e sbirciò dentro.

«Vieni, Ettore, entra pure.» Se ne stava stravaccato sulla poltrona di pelle, con i gomiti appoggiati ai braccioli. Sul polso sinistro un orologio d’oro sbucava dal completo elegante.

Fece un passo all’interno e i vetri si oscurarono. Prese posto sulla sedia dall’altro lato della scrivania – un mobile massiccio di legno vero, non una riproduzione stampata in 3D – e appoggiò le mani in grembo. Non riusciva a tenerle ferme, continuava a grattarsi le cuticole del pollice.

«Dunque», il capo prese un respiro profondo e lo trattenne lì per quello che a Ettore parve il nuovo record mondiale di apnea, «questo mese le prestazioni sono decisamente inadeguate.»

Bene. Dritto al punto. «Dottor Menegatti, io–»

Quello alzò il palmo per fermare la sua giustificazione. «Febbraio è un mese difficile. Lo so bene.» Si alzò in piedi e infilò i pollici nella cintura di coccodrillo, come se fosse un cowboy. «Ma voglio rincuorarti, non sei l’unico in questa situazione», annuì convinto, «ed è per questo che la LSPF ha deciso di venire incontro ai suoi dipendenti… meno performanti con un’offerta imperdibile.» Si lasciò ricadere sulla poltrona, inchiodandolo con uno sguardo di pietra.

Ettore socchiuse la bocca. Era il suo turno di parlare? Non voleva interrompere il capo. Una goccia di sudore gli scese lungo la gola, nonostante la temperatura perfetta dell’ufficio.

«Ti starai chiedendo in cosa consista l’offerta», Menegatti lo levò dall’imbarazzo riprendendo il discorso, «ebbene, il progetto L00P, lungamente testato nel corso dello scorso anno, è pronto a cambiare il mercato del lavoro contemporaneo.» Premette una serie di tasti sullo smartphone e la parete alle sue spalle scolorì in una trasparenza opaca.

Un grosso macchinario simile a una bobina di Tesla, da cui saettavano lampi di energia, ronzava nell’altra stanza. Un uomo con un camice bianco, guanti dielettrici e occhialoni spessi da saldatore ne stava rivettando una placca metallica.

«Non voglio stare ad annoiarti con i dettagli tecnici, di cui ammetto di capire davvero poco», sorrise, «ma questa meraviglia è in grado di generare un loop che permette ai nostri dipendenti di ripetere la stessa giornata lavorativa più e più volte. Questo ti consentirebbe di recuperare il gap sul budget mensilizzato e aumentare la produttività.»

Ettore si massaggiò la barba sottile. Non sapeva cosa dire, sembrava una di quelle decisioni che la ditta aveva già preso per lui. Biascicò un timido: «Sembra incredibile» e incrociò le braccia al petto per trattenere l’acidità che gli stava riempiendo lo stomaco.

«Puoi dirlo forte.» Menegatti sfilò da un cassetto un contratto stampato su carta e glielo piazzò davanti. «Basta una firmetta qui», indicò con l’indice una riga, «e nella casella qui accanto devi scrivere per quante volte vuoi ripetere la giornata lavorativa. Si parte da un minimo di cinque.»

Qualche soldino in più in busta paga gli avrebbe fatto comodo. Francesco era al secondo anno di università, su a Torino, e la retta costava parecchio. Con un centinaio di giorni di lavoro ne avrebbe coperto due interi mesi e gli sarebbe anche rimasto qualcosina per un regalo a Carla… Cosa avrebbe detto, però, sua moglie? «È tutto straordinario, Dottore, ma avrei bisogno di confrontarmi con la mia consorte prima di decidere.»

«E perché mai?» Sembrava quasi offeso. «La tua signora non si accorgerà di nulla. Il macchinario che vedi qui dietro ti consentirà di ricordare ogni iterazione giornaliera, permettendoti di andare avanti con il tuo lavoro, ma le persone che avrai accanto non si accorgeranno di nulla, vivranno un singolo, monotono e improduttivo lunedì qualunque. Tu invece avrai la possibilità di generare business per la LSPF e migliorare il tuo tenore di vita senza sforzo.»

Be’, se la metteva giù così…

La mano tremolò, ma appose la firma sul documento e nella casella a fianco scrisse un uno seguito da due zeri.

***

«Ehi, amore, sveglia o farai tardi!»

Le mani di Carla gli scossero le spalle, ma lui si rintanò ancora di più sotto la trapunta termoregolante.

Era da quindici lunedì di fila che lavorava e già se n’era pentito. Non aveva calcolato l’assenza di pause tra un giorno e il successivo – e gli mancavano i weekend. Come gli mancava passare del tempo con sua moglie, andare a visitare suo figlio o esplorare una delle città-acquario recuperate dall’innalzamento dei mari, come Venezia.

E invece no, gli toccava andare in ufficio e usare quel poco di tempo libero che gli rimaneva la sera per comprare il necessario per la cena, cucinare e lavarsi. Dopo ciò, non aveva più forze per fare alcunché, neanche volendo.

Si trascinò giù dal letto, infilò le babbucce pelose e seguì la testa platino di Carla giù dalle scale del primo piano e fino alla cucina. Un forte odore di caffè si levava dalla moka borbottante sulla piastra a induzione. Prese una penna blu dal contenitore in mezzo all’isola, segnò una X sul calendario appeso alla parete – lunedì 25 febbraio 2121 – e poi crollò su uno degli sgabelli. La scatolina di fiammiferi nuova di pacca con cui ogni mattina, durante il tragitto alla LSPF, si accendeva una sigaretta catturò il suo sguardo: sulla superficie c’era disegnata una fiamma stilizzata racchiusa in una gabbia.

Fumare lo distraeva dalla fatica, dai soldi che scarseggiavano e dai taxi volanti che prima o poi – lo sapeva – gli sarebbero precipitati in testa.

«Tieni una brioche!» La moglie chiuse lo sportello della dispensa e gliela lanciò.

Nonostante la routine si ripetesse identica a se stessa da quella che pareva un’eternità, la prese per miracolo, spiaccicandola contro al pigiama. Rimosse la plastica e attese, con la merendina a mezz’aria, che Carla gli mettesse sul tavolo la solita tazzina fumante.

***

Finalmente era arrivato.

Gettò il mozzicone per terra e attraversò le porte scorrevoli per immergersi nell’ampio atrio caldo. La centralinista dietro al bancone l’avrebbe salutato di lì a poco, appena terminata la telefonata in cui era impegnata, quindi si preparò ad alzare la mano intirizzita.

«Buongiorno, Ettore!»

Ecco.

«Buongiorno a lei, Daniela!» Proseguì fino all’ascensore, scansionò il badge e attese che le porte si aprissero. Un collega ne uscì trafelato e quasi gli sbatté addosso.

Ma che cazzo?!

«Mi scusi, non l’avevo vista.»

Per forza, aveva gli occhi che schizzavano a destra e sinistra come se avesse troppi stimoli e non sapesse quale inseguire per primo. «Non si preoccupi.» Lo sostituì all’interno della cabina e pigiò il tasto dell’ottavo piano.

Nei quindici giorni precedenti aveva sempre trovato l’ascensore vuoto, come mai adesso invece c’era una persona? Che anche qualcun altro avesse aderito all’iniziativa? In effetti aveva senso. All’azienda sarebbe convenuto aumentare il numero dei partecipanti al progetto. E a lui un po’ di compagnia non avrebbe certo fatto schifo. Sua moglie, e sicuramente anche Daniela, erano copie incomplete del loro vero io e agivano sempre allo stesso modo. Ma magari c’era qualcuno, proprio come lui, che…

Le ante di ferro si spalancarono sulle decine di cuccette in cui era organizzata la sala. Molte erano già occupate, mentre altre erano ancora vuote.

Si diresse verso la sua, una piccola scrivania munita di computer, matite e taccuini vari decorata con un paio di piantine finte della Lego – i mattoncini colorati componevano dei fiori che si aprivano e chiudevano in base all’orario. Posato il giubbotto sulla sedia, accese lo schermo e attese che lo scanner facciale gli concedesse l’accesso all’account aziendale; c’era una meravigliosa tabella Excel ad attenderlo. Come facesse a rimanere aggiornata nonostante il loop, era un mistero.

La fissò per un tempo indefinito, senza riuscire a concentrarsi; gli occhi continuavano a cadere sulle postazioni circostanti, per cercare di distinguere chi avesse compiuto le medesime azioni nei giorni precedenti e chi no.

Un ragazzo dai capelli biondi si stiracchiò ed emise uno sbadiglio. Quando intercettò lo sguardo di Ettore, si affrettò a coprire la bocca e a fare un cenno del capo.

Lui! Lui faceva parte del progetto!

Ricambiò il saluto e mimò con le labbra: «Caffè?»

Il ragazzo annuì e si alzò, strisciando la seduta contro il pavimento lucido. Indossava, a differenza sua, una camicia elegante su cui era appeso un cartellino: “Marco T.”.

Ettore lo seguì fino alla macchinetta all’angolo dell’ufficio. «Allora? Come va, tutto bene?»

L’altro poggiò il telefono sul lettore contactless, pigiò il tasto per un caffè ristretto e si pettinò il ciuffo all’indietro. «Sono devastato, ma…», abbassò la voce e lanciò un’occhiata furtiva verso una delle telecamere che costellavano il soffitto, «finalmente domani tutto finirà.»

Tutto… intendeva il loop? E perché ne parlava come se fosse un segreto?

«Capisco. E da quanto tempo sei impegnato con questo… lavoro?»

Recuperò il bicchierino fumante dallo sportello. «Trenta lu– giorni.»

Trenta? Se ce l’aveva fatta Marco, ce la poteva fare anche lui ad arrivare a quella cifra. Peccato che, poi, la sua sofferenza non si sarebbe conclusa lì.

Con uno sbuffo, scelse anche lui la sua bevanda: un doppio shot di espresso.

Gli sarebbe servito.

***

Il ventitreesimo lunedì Ettore si addormentò sulla tastiera del PC.

La notte prima era rimasto a giocare con uno stupido videogioco fino alle quattro. Si era rifiutato di fare la spesa. Di cucinare. Di fare la doccia e anche di lavarsi i denti. Tanto ogni mattina il suo corpo ritornava identico al primo lunedì 25 febbraio 2121, qualsiasi cosa facesse.

Solo la sensazione di stanchezza, così come la memoria, permaneva.

Carla lo aveva svegliato con quella dannata frase che ormai non faceva altro che mandarlo in bestia, aveva preparato il caffè e gli aveva tirato la cazzo di brioche.

Tutto invariato, a parte i suoi nervi a fior di pelle.

Cominciava a non sopportarla più. Aveva un brufolo sul mento a cui non aveva fatto caso le prime giornate del loop. Ora non riusciva a smettere di guardarlo. Gli dava il voltastomaco.

Si alzò dalla scrivania e passò dietro a quella vuota di Marco.

Per fortuna che anche quel tizio strano, Gaetano, aveva aderito all’iniziativa. Lui lavorava al quinto piano e si incontravano sempre e solo in ascensore. Senza di lui si sarebbe sentito l’unico uomo in un mondo di manichini, partendo da Daniela alla reception e finendo con Carla, che ormai faticava a riconoscere come sua moglie.

Merda, ma come gli era venuto in mente di accettare cento giorni di quel supplizio?

***

«Carla, sto pensando di licenziarmi.»

Il piatto di pasta che lei aveva in mano si frantumò al suolo. Schizzi di sugo ricoprirono ogni mobile della cucina, così come pezzi di ceramica si sparpagliarono sul pavimento.

Ma porca puttana.

Ora non solo non aveva più una cena, ma avrebbe anche dovuto passare la serata a pulire quel disastro invece che rilassarsi.

«Non puoi farlo! Come ci manterremo?»

«Potrei chiedere un prestito, potrei…» Si massaggiò la fronte appiccicaticcia.

La moglie camminò in punta di piedi verso il mobile con gli stracci. «Cambiare lavoro?»

«No!» Alla vista della sua posa arrabbiata, con le mani sui fianchi, riformulò: «Cioè… Non lo so, forse. Mi farò venire in mente qualcosa.» L’idea di dover riniziare da capo in un’altra azienda, e magari avere uno stipendio minore di quello attuale, lo scoraggiava. Desiderava solo essere pagato per quello che faceva, con i suoi tempi, senza dover uscire di testa per raggiungere obiettivi impossibili. Era troppo?

Lei aprì il cassetto. «Non capisco da dove arrivi questo tuo atteggiamento. Anche io mi sveglio presto, vado in ufficio e torno a casa stanca, ma non ho mai pensato di mollare tutto.» Estrasse una pezza, la bagnò e prese a raccogliere gli spaghetti ormai immangiabili.

Lenta, troppo lenta. E lui aveva fame, troppa fame.

Si alzò dallo sgabello e riempì il piatto vuoto poggiato accanto ai fornelli con la pasta rimasta. La arrotolò intorno alla forchetta e…

«Invece di mangiare senza di me, potresti aiutarmi, eh?»

Un’ondata d’ira gli salì dallo stomaco fino al cervello. No che non poteva; era distrutto, ed era tutta colpa di quel loop. Di Menegatti che non lo lasciava andare, di lei. Schiantò un pugno contro il tavolo, facendo traballare i bicchieri, le posate e il contenitore con le penne.

Carla saltò dallo spavento e picchiò la nuca contro il bordo dell’isola.

Le rivolse giusto un’occhiata per assicurarsi che non fosse grave. Dov’è che aveva messo la scatola di fiammiferi? Nella tasca del giubbotto? Bene, perché aveva bisogno di fumare.

***

Spalancò gli occhi nella semioscurità con la bocca arida che sapeva di sigarette.

Strano che sua moglie non fosse ancora venuta a svegliarlo. Dalla cucina il profumo di caffè si spandeva fino alla camera da letto.

Ettore stiracchiò i muscoli e zoppicò giù dalle scale per raggiungere l’altra stanza. Possibile che gli facessero male le gambe? In teoria ogni giorno avrebbe dovuto resettare il suo corpo, ma non era più sicuro che funzionasse proprio così. «Tesoro, perché non mi hai chiamato?»

Lei stava scrollando il cellulare con i gomiti appoggiati al piano di lavoro. Volse lo sguardo all’orologio analogico appeso in cucina – chincaglieria anni duemila – e sollevò le spalle. «È ancora presto.»

Eppure gli sembrava fosse l’ora in cui ogni giorno lo svegliava, sempre alla stessa maniera. Le si avvicinò per darle un bacio, ma lei si spostò. «Denti, prima.»

Si era mai preoccupata del suo alito negli infiniti lunedì prima di quello? Non ricordava se avesse provato a baciarla altre volte. Gli tornava in mente solo la brioche lanciata, la scatola nuova di fiammiferi, la X sul calendario… Stupidaggini di nessuna importanza. «Se è per ieri sera, io… ti chiedo scusa, davvero. Non ero in me.»

Carla si girò con la faccia accartocciata in un’espressione interrogativa. «Non ti preoccupare se ti sei addormentato presto, lo so che il lavoro ti stanca, la finiamo stasera la puntata della serie.»

Che stupido, per lei la sera prima era domenica. Non ricordava il litigio. Eppure la sentiva così strana. Fredda. Lontana.

No, basta così.

Anche se lei non era d’accordo, doveva licenziarsi o lo stress del lavoro avrebbe distrutto la loro vita di coppia. Carla era più importante della LSPF ed era all’oscuro del guaio in cui lui aveva cacciato la loro famiglia. Lo avrebbe fatto quel giorno stesso.

***

Il capo gli puntò contro gli indici a mo’ di pistola. «Eccolo, il nostro impiegato modello.» Il tono graffiato di chi aveva un terribile mal di gola. «A cosa devo la visita?» Sorrise con quella sua faccia da culo fresca e riposata.

Come faceva? Doveva essere per forza all’interno del programma anche lui, ma sembrava addirittura più in forma del lunedì in cui tutto era iniziato.

Stavolta, però, Ettore non era in imbarazzo come allora. «Dottor Menegatti, io–»

«Chiamami Lamberto.»

Inspirò a fondo per mantenere la calma. «Lamberto, voglio uscire dal loop, non ce la faccio più.»

Il capo lo fissò come si fissa un cane che ti ha appena pisciato sui mocassini. «Ma come? E perdere questa occasione di guadagno extra per te e la tua dolce metà?» Scosse la testa, amareggiato.

«Mi accontento di quello che ho maturato fino ad ora.» Sarebbe stato uno stipendio quasi doppio rispetto al solito, ne era valsa la pena.

Menegatti bussò due volte sul legno massiccio. «Non è così che funziona.»

«Che intende?»

«Per avere il bonus in busta paga devi aver terminato il periodo scelto. Non è possibile lasciare il programma prima; non esiste alcuna clausola di risoluzione anticipata sul contratto.» Aprì il cassetto della scrivania e si mise a scartabellare tra i documenti cartacei. «Te lo mostro subito.»

Non ce n’era bisogno. Trattenne il respiro un istante. Per il bene di Carla aveva provato a non licenziarsi in tronco, ma come temeva non era servito a nulla. «Be’, in tal caso do le dimissioni.»

Menegatti si massaggiò il mento e alzò le spalle. «Perfetto. Hai tenuto conto dei trenta giorni di preavviso, come da policy aziendale, vero?»

No, in realtà non si era informato sulla parte burocratica, ma se era l’unico modo se lo sarebbe fatto andare bene. «Se la prassi è questa…»

«Il conteggio ovviamente parte da domani. E con domani intendo martedì.» Quello stronzo mostrò i denti nel classico sorriso di chi era riuscito a fregarti di nuovo. «Procedo?» Tenne in sospeso l’indice sul tasto “invio” come una spada di Damocle.

Ettore strinse i denti. Possibile che non esistesse un modo per terminare quella serie infinita di lunedì? «Fa niente, Dottore. Anzi, le chiedo scusa per l’interruzione.» Uscì dall’ufficio trattenendo un’imprecazione.

Che gran figlio di puttana! Ma avrebbe trovato un’altra via di fuga, aveva ancora settantasei giorni per pensarci.

Le porte dell’ascensore si spalancarono sull’atrio del piano terra e Gaetano sgranò gli occhi, arrossati per i capillari esplosi. «Oh. Non so cosa ti sia successo, ma oggi sei messo persino peggio di me.»

In effetti, quella notte aveva dormito ben poco. Era da giorni che rimuginava su come uscire dal loop ed era giunto a un’unica conclusione. «Morire è l’unica scappatoia.»

«Mori–» Si strozzò con la saliva. «Senti, vieni a farti un giretto con me e ragioniamoci insieme.» Indietreggiò contro la parete di ferro per fargli spazio e selezionò il tasto per il quarantesimo piano.

Buffo che avesse scelto proprio l’attico per parlare con un uomo che aveva appena ammesso di voler terminare la propria vita. La cabina prese a salire con un leggero tremolio e una vertigine si propagò lungo tutto il corpo di Ettore. «Gae, non c’è nulla su cui ragionare: se licenziarsi è impossibile, rimane solo un’opzione, per quanto brutta sia.»

«Non puoi farla finita così! Cosa ne sarà di tua moglie? E di tuo figlio?»

Farla finita. Quelle parole gli riportarono alla mente la conversazione avuta con Marco davanti alla macchinetta del caffè. Lui era l’unico che conoscesse ad esserne uscito. In effetti, forse, prima di suicidarsi avrebbe fatto bene a contattarlo. A meno che anche lui…

«Hey, mi stai ascoltando?» Gaetano aveva i capelli stretti tra le dita.

«Siamo in un loop. Se morissi qui, potrei rinascere nella vita vera senza causare alcun problema a Carla e Francesco.»

«Questo solo se il tuo piano dovesse funzionare. Altrimenti condanneresti la tua famiglia a faticare il doppio per coprire la tua assenza. Senza contare l’immensa sofferenza di perdere un marito e un padre.»

Purtroppo… c’era solo un modo per scoprirlo.

***

Dopo diversi lunedì passati a salire all’ultimo piano della LSPF con l’intento di gettarsi dal balcone, ma senza riuscirci, aveva capito che il problema era dovuto a un minuscolo pensiero annicchiato nella sua mente: e se, suicidandosi in solitudine, avesse bloccato Carla e Francesco nel loop privandoli della possibilità di uscire? Non poteva rischiare.

Doveva portarli con sé.

Ci aveva messo un bel po’ a convincere suo figlio a raggiungerli da Torino per la cena. Non lo biasimava; un viaggio aereo acquistato in giornata costava, e lui aveva ben pochi soldi da parte. Inoltre, c’erano cose più allettanti di una serata passata con i genitori. Aveva provato mille combinazioni diverse di parole facendo leva prima sul senso di mancanza, poi promettendo di cucinare il suo piatto preferito, poi ancora rifilandogli la storia del lunedì più triste dell’anno… Finalmente, però, aveva trovato quella perfetta, un misto di urgenza e disperazione: “Tua mamma sta male e il medico dice che è molto grave. Non so se supererà la notte. Ti pago io il volo, ma ti prego, stasera vieni a casa.”

Come dire di no?

Per mantenere in piedi la bugia, invece, a Carla aveva proposto di organizzare uno scherzo a Francesco. Per quanto di cattivo gusto, lei era sembrata entusiasta di rispolverare i trucchi che usava da giovane – ombretti di varie sfumature tra il viola e il verde, un vecchio fondotinta un po’ troppo chiaro per la sua carnagione e simili – per fingersi una malata sul letto di morte.

Il figlio era arrivato in aeroporto alle 19.30 ed Ettore era andato a prenderlo in macchina. Non lo vedeva da tanto e avrebbe voluto fargli un mucchio di domande sulla sua vita da universitario, ma si costrinse a rimanere in silenzio.

«Siamo a casa!»

Francesco si fiondò su per le scale, nella stanza della madre, mentre Ettore andò in cucina. Tirò fuori dalla tasca dei jeans il fidato pacchetto di fiammiferi e lo aprì: quella mattina, durante il tragitto in azienda, non era stato nel mood per fumare, quindi tutti gli stecchini erano ancora al loro posto. Ne prese uno e lo strisciò sul fianco della scatoletta. «Martedì, sto arrivando.»

Con un ultimo respiro, diede fuoco al calendario appeso alla parete, alle tende della cucina e del salotto, all’ammasso di legna posata accanto al caminetto, al tappeto che ricopriva i gradini verso la camera padronale. Ci si infilò all’interno come se nulla fosse, ma presto rivoli biancastri e odore di bruciato invasero l’aria.

Francesco fu il primo ad accorgersene. «Mamma, papà, dobbiamo andarcene!» Spalancò la porta della stanza e si affacciò, ma era tutto in fiamme. La richiuse e si precipitò alla finestra.

Non aveva calcolato che, effettivamente, il figlio avrebbe potuto sopravvivere a quel volo di quasi sei metri e uscirne, alla peggio, con qualche osso rotto. La paura strinse il petto di Ettore; se fosse fuggito, in realtà, sarebbe finito in una trappola ben peggiore. Non poteva permetterlo, eppure non se la sentiva di impedirglielo. «Lasciaci qui e vai a chiamare i soccorsi!»

Francesco strinse i pugni. «Neanche per sogno, dovete venire con m–»

Un’esplosione li travolse tutti e tre.

***

Un rumore di sirena, assordante. Forse stavano arrivando i pompieri.

Ettore sollevò la testa, non riusciva a capire dove fosse. Si stropicciò gli occhi arrossati dal fumo. Quella non era casa sua. La tastiera, il mouse, i taccuini e le piante Lego: era in ufficio.

Ma che cazzo?!

Le tempie pulsavano e la nausea per l’odore di bruciato gli rimestava lo stomaco.

Come aveva fatto ad arrivare al lavoro? Dopo l’incendio, dopo averla fatta finita, sarebbe dovuto uscire dal loop. Era stato così per Marco, no?

Gaetano gli passò di fronte senza degnarlo di un saluto.

«Ohi, Gae, aspetta!»

Il collega lo fissò e si rigirò qualcosa in bocca. Probabilmente un insulto, vista la faccia incazzata con cui lo squadrava. «Hai pure il coraggio di rivolgermi la parola?» Appoggiò le mani alla scrivania e si avvicinò tanto da spaventare Ettore. «E io che pensavo fossimo dalla stessa parte. Guarda che hai combinato, dovevi solo portare pazienza qualche altro giorno!»

«Ma che ti prende?»

Gaetano spalancò gli occhi spiritati. «Mi pigli anche per il culo?» Afferrò un portapenne vuoto e fece per scagliarglielo addosso, poi si fermò. «Ti avevo detto che la tua idea non aveva senso, ma tu no, hai voluto fare di testa tua. Sai cosa? Vaffanculo, Ettore.» Riappoggiò l’oggetto e si allontanò con le spalle irrigidite e il passo sostenuto.

Qualcosa doveva essere andato storto. Il loop non si era spezzato.

Ma perché si era svegliato in azienda e non nel suo letto come al solito? Afferrò il mouse e lo screensaver sul monitor lasciò il posto alla schermata di lavoro. Nell’angolo in alto a destra lampeggiava la notifica di una mail del Menegatti.

A tutti i collaboratori,

a seguito di alcuni inconvenienti non imputabili alla LSPF, la direzione ha deciso di modificare gli ambiti di applicazione del programma L00P.

Da oggi infatti l’orario di competenza sarà dalle 8.00 alle 18.00, eliminando il tempo superfluo impiegato all’esterno dell’azienda. Si ricorda che la pausa pranzo non può estendersi oltre i 30 (trenta) minuti e dovrà essere consumata alla propria scrivania, senza interazioni sociali con i colleghi dello stesso turno.

Questo eviterà interferenze extra lavorative che potrebbero inficiare sul rendimento.

Ci teniamo a ringraziare pubblicamente Ettore Farisi per aver mostrato i limiti del precedente sistema. È grazie a dipendenti ligi come lui che la LSPF migliora ogni giorno.

L’aria non raggiungeva i polmoni, si incastrava in gola peggio di un ingorgo. Come poteva essere andata a finire così male?

Merda, aveva bisogno di fumare.

Tirò fuori il pacchetto di sigarette e se ne infilò una in bocca. Tastò i pantaloni alla ricerca dei fiammiferi. Eccoli al solito posto, tasca sinistra. Aprì la scatoletta con l’immagine stilizzata della fiamma in gabbia e il cuore perse un battito.

Ne mancava già uno.


Lə autorə

Luca Fagiolo nasce nell’afosa estate del 19XX in provincia di Modena, dove cresce tra giochi di ruolo, manga, libri, cartoni animati… insomma, qualsiasi cosa sia in grado di raccontare una Storia. La sua età è un mistero irrisolto, c’è chi dice sedesse alla corte di Re Artù, chi lo ha visto veleggiare con Barbanera, chi lo ha sentito cantare su un palco a Woodstock. Lui smentisce tutte queste dicerie, ma ricorda con affetto i tempi in cui nutriva i draghi di Valyria. A luglio 2024 esordisce con il romanzo Robin Blood, edito da Acheron Books, ed è tra i finalisti dell’Urania Short. Prolifico scrittore di racconti, alcune delle sue opere brevi sono pubblicate su antologie e riviste curate da CE tra cui Gainsworth, Winter e Lumien oppure disponibili gratuitamente online. Lo trovate su Instagram come @fagiolo_scrive.

Samantha Parisi è nata nel 2000 in provincia di Bergamo, ha vissuto per tutta la vita nei dintorni di Milano e poi si è trasferita nella fredda Vienna. Lavora principalmente come editor e correttrice bozze, ma ha pubblicato diversi racconti in antologie come “Tutto in una giornata” (Biblion Edizioni), “Racconti dal Profondo: E State con Winter” (RdP e Winter Edizioni) e “Tutti gli Incubi di Pontederry” (Pontederry). La trovate su Instagram con il nome @bloqofsam e forse, in futuro, anche in libreria con il suo romanzo fantasy d’esordio.