[Racconto precedentemente pubblicato su Specularia Dicarta numero quattro]
La prima volta che vidi un escort in azione avevo sei anni ed ero su un 18 con mio nonno. Mi direte, luogo abbastanza curioso per un servizio del genere, non foss’altro che è molto difficile eseguire il lavoro senza sporcare in giro e poi tocca all’escort sobbarcarsi tutta la pulizia, se non vuole passare dei guai col Collegio. Già. Non una cosa semplice, in effetti, visti gli anfratti tipici dei selfbus, coi sedili, i finestrini, i rivetti e tutte quelle fessure e guarnizioni da riportare alla decenza, al punto che uno dovrebbe pensarci due volte, prima di farlo. Io stesso, dopo essermi ripreso dal colpo, perché nonostante tutta la gratitudine che suscitò tra i presenti fa pur sempre un certo effetto, mi ripromisi che se da grande mi fossi mai trovato in una situazione analoga ‒ allora non potevo sapere che avrei intrapreso quel mestiere, anche se mestiere non è la parola giusta ‒ avrei sempre evitato di farlo in un luogo chiuso. Meglio una spiaggia, un parco, un prato o un bosco, un luogo insomma dove il Mondo può occuparsi da solo di raccogliere, recuperare e rimettere in circolo ciò che viene seminato in giro. Decisamente più in linea anche dal punto di vista dell’Evidenza, no? Certo. Ma non sempre si può fare.
Devo dire che i miei non mi tennero mai al riparo da tali spettacoli, ma
converrete anche voi che la prima volta non è una cosa che si dimentica tanto facilmente. «La vita è quello che deve essere» diceva mio padre. «Quando vuole essere» specificava mia madre, la quale non perdeva occasione di mettere i puntini sulle i. Giusto per farvi capire quanto erano affiatati quei due e quanto lo saranno nuovamente quando anche mia madre passerà di là. E quello fu un tipico caso, giacché lo stesso servizio offerto dalla Corporazione degli Accompagnatori si basa necessariamente sul principio del caso. Per dire, quando scendemmo da quel selfbus mio nonno mi raccontò che la sua prima volta era stata quando di anni ne aveva ventuno, quindi ben dopo il suo ingresso nel Consesso, cosa che gli aveva dato più di qualche problema. Aggiunse infatti che ero stato fortunato, perché più da piccoli vi si assisteva e più se ne assimilava la normalità e la responsabilità.
Quel ricordo, che non mi aveva mai del tutto abbandonato ‒ come mai avrebbe potuto? ‒ ritornò a galla come il rigurgito di un neonato esattamente nel momento in cui vidi il pacchetto che i miei mi porgevano con tanti auguri il giorno dei miei diciotto anni, carta in tinta sfumata in verde e azzurro, come il Mondo visto dallo Spazio, e un nastro rosso che, formando una piccola cascata di fiocchi sanguigni, invitava anche me all’inevitabile ammissione al Consesso.
Non era una sorpresa, naturalmente, del resto sono un’esigua minoranza coloro che non si ritrovano a maneggiare un simile pacchetto nel giorno del raggiungimento della maggiore età, ma certamente riceverlo dalle mani dei miei genitori, come in una sorta di investitura ufficiale, mi animava di una aspettativa altalenante tra il senso di aver raggiunto ciò che a lungo avevo atteso, e ciò che significava anche solo ipotizzare di poter davvero esercitare (ma anche, forse ancora di più, subire) il potere del contenuto di quel pacchetto. Non c’era alcun obbligo da parte mia, ovviamente, nessuno ne ha, nemmeno gli escort, ma le mie dita indugiavano su quel nastro, tanto che per la prima volta immaginai di essere quell’escort incontrato su quel selfbus che a distanza di tanti anni non avrei saputo riconoscere, ma del quale ricordavo tante altre cose. Per esempio il fatto che, come in una specie di gioco di magia durato un battito di ciglia, senza che io fossi riuscito a vedere cosa c’era prima (ma sapevo bene che cos’era), nella sua mano destra era comparsa l’impugnatura dello spruzzino d’ordinanza. Nello stesso momento era partito l’applauso generale, seguito da una quantità di sorrisi e ringraziamenti da tutti i passeggeri del selfbus. Con una mano lui aveva chiesto silenzio e sobrietà, mentre prima estraeva alcuni stracci dallo zainetto e li imbeveva di detergente e subito dopo procedeva con la chiamata a corredo dei suoi obblighi.
Ricordo ancora che, dopo aver attivato con due dita il collegamento sul com al polso sinistro, iniziò a bisbigliare al vuoto come in una preghiera e io provai a immaginare la voce dall’altra parte. Sulle prime fantasticai che l’escort parlasse direttamente con dio, poi preferii raffigurarmi una specie di call center spaziale che presiedeva i Passaggi e che nella mia mente era un open space senza fine popolato di creature alate dotate di auricolari wireless. Cosa non è capace di fare l’immaginazione di un bimbo di sei anni!
Per chi non lo sapesse, non rivelo nulla di segreto se vi dico che nei casi regolari – giacché negli altri ovviamente non c’è alcuna chiamata – il risponditore del Centro d’Informazione Passaggi è un’IA di Terza Gerarchia che, una volta acquisiti tutti gli elementi del caso, si occupa di aggiornare la pagina dei Passaggi col nome del soggetto e di segnalare l’evento alla sua famiglia per le celebrazioni del caso. Ma domandarsi dove sia o come sia fatto credo non abbia molto senso.
Così, se da un lato l’applauso mi aveva fatto venir voglia di essere come quel tale, vederlo mentre sfregava via da sedili, vetri, sostegni e pavimento il sangue e gli altri residui ossei e flaccidi derivati dall’esplosione della testa dell’accompagnato aveva diminuito decisamente la sua desiderabilità, a dispetto del fascino non indifferente di poter parlare con un’IA di Terza. Ma si sa che più alti sono gli onori, maggiori sono gli oneri, quindi se state pensando di intraprendere anche voi questa carriera, questo non è certo il punto che dovreste considerare. Piuttosto il fatto che i tempi sono evidentemente cambiati e io ne sono la dimostrazione.
All’epoca essere escort era ancora qualcosa di nobile ed epico. C’era l’orgoglio di entrare a far parte di una corporazione esclusiva, avvolta da un’aura di sacralità e mistero, una sorta di gilda più amata che odiata, più invidiata che temuta. Se siete della mia generazione, come pure di quella precedente, anche voi da piccoli avrete giocato coi pupazzetti-escort. Ma se siete più giovani, è probabile che non sappiate neanche di che cosa parlo.
Inoltre, questione non del tutto trascurabile, il corrispettivo per ogni Passaggio, ancorché simbolico per il disturbo – perché quello dell’escort è un servizio che non si sceglie mai di svolgere per interesse – era più che dignitoso, in considerazione del compito di grande responsabilità che attendeva chi voleva assumersi quel peso sulle proprie spalle. La maggioranza degli e delle escort che ho conosciuto, me compreso, hanno sempre vissuto una vita assai morigerata, e il corrispettivo era loro sufficiente per vivere. Oggi molti si lamentano che non è più così e hanno ragione.
Andava da sé che a quell’epoca i battitori liberi, gli illegali, i convinti che si potesse fare a meno della licenza e agire semplicemente ‒ come piace loro dire ‒ secondo natura, fossero di fatto inesistenti. Solo qualche raro cane sciolto per lo più animato dalla voglia di farsi giustizia da sé e che per questo sovente presentava tutti gli elementi per giustificare il suo stesso accompagnamento alla prima occasione. Adesso invece, è giusto che lo sappiate, la situazione si è quasi rovesciata, al punto da rendere questo servizio ormai quasi impossibile da prestare, almeno in maniera ufficiale.
Mala tempora currunt è il modo di dire che più ricorre oggi tra noi, sia tra chi ha deciso di stringere i denti e restare nella Corporazione, sia tra chi ha deciso di passare tra gli illegali. E il mio caso, lasciatemelo dire, è emblematico.
Ma andiamo con ordine. Dicevo del pacchetto.
Mio nonno era lì, mentre lo scartavo con meno voglia di quello che mi sarei aspettato. Ovviamente non potevo avere ancora la licenza, né sapevo se ne avrei mai voluta una. Lasciate che ve lo dica, non ci si può improvvisare escort, sebbene tutti si sappia che nel caso dei cosiddetti Perfetti, ci si può permettere di favorire un Passaggio anche se non si ha la licenza senza correre il rischio di avere problemi col Collegio. Altrimenti perché si dovrebbe girare armati, anche se non si è escort? Qualcuno sostiene l’importanza dell’effetto della deterrenza all’interno della società. Altri perché gli escort sono sempre troppo pochi rispetto alla popolazione. Altri ancora perché in ogni momento della nostra vita adulta quel peso nello zaino funge da monito continuo e necessario, simbolo dell’Evidenza e della meravigliosa nuova vita che ci aspetta di là. In ogni caso di certo serve molta cautela, perché non è detto sia sempre facile individuare un Perfetto nel poco tempo richiesto per intervenire. Non è un caso infatti che spesso sia la mancanza di cautela a essere contestata agli irregolari, accusati di favorire Passaggi con troppa leggerezza. E mentre tagliavo il nastro, mio nonno sapeva di non aver bisogno di dire nulla, perché le parole che contavano me le aveva già dette quando, scesi da quel selfbus, ci stavamo incamminando verso il campetto dove giocavo a calcio.
«Vedi Guido, una parte di te crede di avere appena assistito a una violenza, fa parte della nostra natura di creature fatte di carne e sangue, perché il colpo è stato forte e improvviso e ti ha spaventato, senza contare l’impressione della materia biologica sparsa un po’ ovunque, ma forse ancora di più l’odore… in effetti a mio avviso da un lato l’escort è stato un po’ avventato, perché forse avrebbe potuto attendere che il tipo scendesse dal selfbus per fare un lavoro più pulito e discreto, dall’altra il suo colpo è stato accorto perché non ha sporcato nessuno dei presenti. Dal canto suo mi è parso un Perfetto. L’accompagnato ha inequivocabilmente dimostrato il suo dolore e rimesso a disposizione la sua permanenza nel Mondo quando ha sfilato il telefono dalla borsa di quella signora, per caso proprio davanti agli occhi dell’escort. Dunque non è stata una vera violenza. Quello che hai visto è stato un gesto di compassione. Quel ragazzo ora è di là e i suoi genitori, fratelli e sorelle o amici e amiche, se ne ha ancora da questa parte, saranno grati all’escort e potranno solo invidiare la nuova splendida condizione del loro figlio, fratello, amico, che ora sta vivendo una vita piena di felicità e amore.»
Al che io avevo chiesto: «Ma di là c’è la cioccolata?»
E lui: «Ovviamente. L’Evidenza lo dimostra. Di là è come di qua, ma come nel livello superiore di un videogioco.»
«Ma allora perché non andiamo subito tutti di là?» avevo chiesto io. Ero piccolo, ma il cervello lo sapevo far funzionare.
A quel punto, davanti al cancello del club sportivo, il nonno mi aveva fermato con una mano sulla spalla, e si era accosciato per arrivare alla mia altezza e potermi guardare dritto negli occhi. Poi aveva fatto un piccolo sorriso indulgente. «Perché l’essere umano teme i cambiamenti, perché i cambiamenti richiedono sempre un salto a occhi bendati dentro qualcosa che, per quanto bello e desiderato, non si conosce, almeno non del tutto. È come fare un tuffo nel mare senza sapere quant’è profondo. Inoltre, perché accelerare l’inevitabile, quando si può fare esperienza anche di quello che sta di qua?»
«Per il dolore?» avevo osservato io, prendendo per la coda il primo dei tanti pensieri che sgomitavano nella mia mente di bambino congestionata da un traffico di idee assai più grandi di lui.
Al che mio nonno si era illuminato e mi aveva puntato l’indice al petto con una lieve soddisfazione. «Tu ne farai di strada, caro mio, eccome se ne farai.» E lo avevo seguito mentre imboccava il vialetto che costeggiava la rete del campo dove giocavo a pallone due volte a settimana. Ecco, gli rividi quell’espressione sul volto quando, una volta spogliato il pacchetto del nastro e della carta, rimasi lì immobile con la scatola sigillata tra le mani e la scritta .38 Special.
Se da una parte il genere del regalo era scontato, per lo meno rispetto alle idee della mia famiglia, lo era molto meno il tipo. E i miei avevano voluto fare le cose in grande. La maggioranza dei miei amici che avevano già compiuto i diciott’anni si erano visti regalare una .22, il miglior compromesso tra prezzo e prestazioni, e io mi aspettavo lo stesso trattamento. Una .38 era decisamente un gradino sopra e, mentre i miei genitori mi guardavano girare la scatola (ancora chiusa) tra le mani nella consapevolezza dell’irreversibilità della sua apertura, la loro fierezza e il loro orgoglio nei miei occhi si trasformavano in aspettative e ansia, anche perché mio padre, mia madre e mio nonno avevano tutti una .22. Perché allora io avrei dovuto avere una .38, se non si fossero aspettati qualcosa di più da me?
Oggi è difficile dire in che misura la loro fu una manipolazione meditata e consapevole, oppure una piccola spinta involontaria dettata dalla naturale ambizione per il proprio figlio e nipote verso una strada di cui a dire il vero aveva già trovato almeno una mappa dentro di me. Difatti non mi è mai passato per l’anticamera del cervello di rifiutare quel regalo, ma non perché non volevo deluderli, bensì perché se da un lato la presenza di un’arma a portata di mano mi spaventava, dall’altra mi stuzzicava l’idea di andarmene in giro con una pistola nello zaino. In ogni caso ci tengo a dire che non attribuirò mai loro la colpa di quanto è venuto dopo, perché senza dubbio la mia scelta di diventare escort è stata del tutto libera e personale e mi ha permesso di dare il meglio di me e realizzarmi, aiutando tante persone e famiglie a liberarsi da fardelli pesanti da sopportare, accompagnandole verso la luce della felicità e dell’amore senza fine. Dunque le ragioni della mia scelta di uscire dalla Corporazione dovrebbero evidenziare com’è cambiato lo scenario in cui noi escort operiamo e quali sono le pesanti implicazioni che questo potrebbe avere nel prossimo futuro per tutti noi.
Così, dopo aver ricevuto la .38 che, come capita per tutti, trovò un posto sicuro dentro il mio zainetto e divenne una compagna silenziosa e inseparabile delle mie giornate, tutto proseguì come previsto. Voglio dire, non è che l’ingresso nel Consesso mi avesse cambiato granché, e questo la dice lunga, credo, su come i miei genitori, la scuola e la comunità mi avevano preparato a quella nuova fase della mia vita. So che non per tutti è così, e c’è chi vive la nuova situazione tenendo sempre di fronte a sé la possibilità di essere accompagnato di là, cosa che può diventare una fonte, come minimo, di tensione. Sapete cosa si dice, no? Se il Consesso ti tormenta, il Passaggio già ti tenta. Nel mio caso invece devo dire che la vissi con quell’orgoglio dell’essere finalmente adulti e una serena consapevolezza di poter essere accompagnato di là in qualunque momento. Al di là del ruolo di escort, ufficiali o abusivi che siamo, non è forse questa la più meravigliosa eredità che ci hanno tramandato le IA con la loro Evidenza?
Qualche mese dopo cominciai a frequentare l’università. Mi interessava la giurisprudenza, l’etica, capire come l’umanità aveva deciso di discriminare ciò che era bene da ciò che non lo era alla luce dell’Evidenza. I miei storsero il naso. Mio padre mi disse che la trovava una facoltà inutile, che quello ormai era un mestiere totalmente affidato alle IA. «Al massimo roba da escort» aggiunse mia madre, quasi incidentalmente, seguendo quello che è un po’ un luogo comune, sebbene possa confermarvi che gli studi da escort non affrontano minimamente la giurisprudenza. Del resto forse i genitori sanno che, storcendo il naso, non fanno che confermare le scelte dei loro figli, no?
La cosa strana e non facile di quel periodo, sarà forse capitato anche a voi, fu abituarsi a girare armati sapendo che anche molti, se non tutti, intorno a voi lo erano. Le possibilità di quello che poteva accadere erano una vibrazione latente che si rinnovava ogni volta che, per sbaglio, sfioravo il freddo metallo dentro la borsa. Ma, devo dire, non vidi mai nessuno estrarre un’arma. Mia madre me lo aveva detto chiaramente, quando alla fine l’avevo tolta dalla scatola e l’avevo soppesata nel palmo della mia mano, accettandola. «Adesso mettila via e non tirarla fuori davanti a nessuno che non sia un Perfetto.» E posso dire di non aver mai disatteso questo suo ammonimento. Ma non posso nemmeno dire di essermi comportato sempre bene e non per colpa di quelle sue parole. Se quel giorno lei invece mi avesse detto: «Adesso mettila via, ma non temere di tirarla fuori davanti a un Perfetto» forse oggi non sarei qui. E questo merita una spiegazione, anche perché è stata certamente una delle svolte della mia vita.
Era un sabato sera ed ero andato coi soliti tre o quattro amici a bere e ballare in un locale per armati. All’epoca giravano voci in base alle quali fossero luoghi più tranquilli. Ricordo che all’ingresso il metal detector aveva suonato, ma non c’era stato bisogno di mostrare la .38. Ne avevano visto il profilo nero sullo schermo dentro la mia giacca e mi avevano lasciato entrare, contrariamente a Gerry, il mio migliore amico dell’epoca, che l’aveva dimenticata nella borsa del tennis e per questo lo avevano tenuto fuori. Ma lui lo faceva sempre quando non aveva voglia di ballare e voleva la scusa per ritornarsene a casa. Per farla breve a un certo punto un tale si mise a rompere le scatole a una ragazza di fronte ai bagni.
Io ero appena uscito da quello dei maschi e non avevo potuto evitare di notarlo. Lui aveva provato a baciarla e sulle prime lei aveva evitato il contatto cercando di dargli una sberla, senza però riuscirci, perché lui l’aveva fermata prendendola per il polso e l’aveva trascinata nello stretto corridoio cieco tra i servizi. Lei scalciava e gridava, ma nel frastuono della musica non sentivo niente, vedevo solo la sua bocca spalancata.
Allora mi immaginai di estrarre la .38 dalla tasca, andare alle spalle del tizio, puntargli la canna alla tempia per evitare che, se fosse uscito dalla parte opposta del cranio, il proiettile colpisse la ragazza, proprio mentre lui era impegnato a tirarsi giù la cerniera dei pantaloni, e infine premere il grilletto. Non era forse quello un Perfetto? Ci sono escort che favoriscono Passaggi per molto meno dolore.
Invece sono rimasto a guardare.
Non ho fatto niente.
Forse per il timore di essere convocato dal Collegio? O per paura che dentro quel tipo non ci fosse abbastanza dolore da giustificare la mia azione? Eppure, anche senza aver studiato da escort, tutti sanno cosa dice l’Evidenza su quanto la violenza fisica sia la manifestazione di un dolore che merita sempre di essere alleviato, no?
Per settimane non riuscii a togliermi di dosso l’immagine della bocca spalancata della ragazza che chiedeva aiuto e dopo un minuto usciva dal corridoio, piegata in due, ma a passo svelto, benché tremolante sui tacchi, il mascara rigato sulle guance e le mani a riaggiustarsi la gonna. Ricordo, o almeno credo di ricordare, che allontanandosi incrociò il mio sguardo per un attimo come per dirmi era un Perfetto, avresti potuto dargli un Passaggio, perché non hai fatto nulla? Ebbene, sono convinto che questo sia stato il fertilizzante col quale nutrii quel piccolo seme dentro di me, questo fu il punto di svolta dal quale cominciai a prendere sul serio in considerazione la decisione di diventare escort.
Ero stato un codardo e non volevo mai più sentirmi così.
Quel pensiero poi maturò definitivamente nei mesi successivi grazie a due altri eventi, il primo dei quali fu l’incontro con Grazia.
Nel Consesso molti credono al luogo comune secondo cui il mestiere di escort è qualcosa per il quale i maschi sono più portati, ma credetemi per esperienza e per tutte le conoscenze che ho avuto, se vi dico che non è così. Le persone che non approfondiscono le prerogative di questa vocazione, e io stesso ero una di quelle, si soffermano soprattutto sull’arma, il gesto fisico, la manualità per la quale ritengono che un maschio possa svolgerlo con maggior coraggio e determinazione.
Falso.
L’errore di valutazione sta, appunto, nel concentrarsi sull’azione, ciò che sta sotto gli occhi di tutti, il sangue, la materia grigia, il foro di proiettile, e non su tutto ciò che viene prima e dopo, che è molto più importante e decisivo nell’economia di questo mestiere. La sensibilità. E fu proprio Grazia a rivelarmelo.
Fu presentata alla nostra compagnia dall’amica di un’amica, la quale una sera ci aveva parlato della sorella maggiore, che avrebbe voluto cercare di fare uscire un po’, giacché non faceva una gran vita sociale, chiedendoci se avrebbe potuto portarla in uno dei prossimi appuntamenti.
«Però… è una escort» aveva aggiunto alla fine, come se si fosse sentita in dovere di avvertirci. «È un problema?»
I nostri sguardi erano vagati intorno incrociandosi dentro un respiro lasciato a metà. Da un lato certamente non lo era, come avrebbe potuto essere un problema? Eravamo già tutti abituati alle armi e una in più non avrebbe fatto alcuna differenza. Tanto più che quello era un aspetto su cui, all’età che avevamo raggiunto, ormai nessuno faceva più caso. Dall’altro però quello dell’escort era un ruolo che poteva suscitare qualche turbamento. C’era chi non voleva avere niente a che fare con costoro, perché temevano di essere vittima dei loro poteri, non tanto per la paura di essere oggetto di un Passaggio, quanto per il timore di quello che potevano leggere dentro di te. Una sorta di pudore o di vergogna nei confronti di sé stessi, l’incapacità di ammettere che qualcosa potesse non andare e meritasse il loro salvifico intervento.
Nel nostro caso credo che prevalse invece il senso dell’occasione di poter parlare con qualcuno che faceva qualcosa di importante, solenne e anche un po’ misterioso per il Consesso, una cosa che certo non capitava tutti i giorni. C’è chi trascorre una vita intera senza aver mai incontrato un escort, con la consapevolezza di averlo fatto per lo meno. Così, quando in ordine sparso rispondemmo più o meno con un: «Ma no, figurati, anzi…», credo che alla fine ciò che ci animò fu soprattutto la curiosità.
Ora sapete bene anche voi che quella dell’escort è un’attività che richiede tanto rispetto quanta discrezione. Come membri della Corporazione degli Accompagnatori non ce ne andiamo in giro in divisa, non abbiamo un cappello, un distintivo o un fazzolettone tipo gli scout. La forma dell’arma non dovrebbe mai trapelare dalla superficie delle nostre giacche e in genere teniamo sempre lo spruzzino dentro un sacchetto o lo avvolgiamo in un grande panno, in maniera che, anche quando apriamo lo zaino per prendere qualcosa, non si veda la presenza di un detergente che potrebbe rivelare il nostro ruolo. Dunque non solo non abbiamo bisogno di farci riconoscere, ma ci viene esplicitamente richiesto dalla Dottrina di restare nell’ombra. Si sa che siamo in mezzo a voi ed eseguiamo il nostro servizio come agenti del caso e tanto deve bastare.
Le statistiche, e anche qui non rivelo nulla di segreto, dicono che attualmente il numero di escort si aggira in uno ogni ventimila persone, che non è proprio ottimale. Ai tempi d’oro della Corporazione, una generazione dopo l’Evidenza, il numero era di circa uno ogni diecimila cittadini, ma all’epoca non c’erano irregolari. Qualcuno sostiene infatti che se sommiamo i regolari agli irregolari, il numero attuale dovrebbe restare più o meno lo stesso, il che significherebbe che il numero di irregolari dovrebbe equivalere a quello dei regolari. Ma la verità è che il numero degli irregolari non lo sa nessuno, quindi tanto vale non considerarlo.
Comunque, dicevo di Grazia. Si presentò una tiepida sera di tarda primavera mentre cazzeggiavamo nel giardino di casa di Gerry, facendo la cosa che più piaceva a Gerry, ovvero bevendo e raccontandoci storie. Era con l’amica dell’amica, magra, dentro una tuta scura come il cielo di notte, scarpe da ginnastica azzurre, lo sguardo timido di due occhi scuri e i capelli bruni raccolti da un elastico in una coda che le sfiorava le spalle. Nessuno guardandola avrebbe mai pensato a una escort. Invece io che lo sapevo, appena la vidi comparire dal cancelletto mi chiesi che arma portasse con sé e, soprattutto, dove fosse, giacché sotto quella tuta così aderente proprio non si capiva dove potesse tenerla senza che si notasse. Naturalmente aveva uno zainetto in spalla, ma in caso di bisogno non sarebbe stato così rapido tirarla fuori. Disse un «Ciao» a mezza voce, come se avesse paura di disturbare, mentre la sorella la presentò con un sorriso e lei prese posto, indovinate un po’?, vicino al sottoscritto, ovviamente.
Quella sera parlammo delle solite cose, ma con una verve insolita, quasi forzata, accentuata, in cui le risate, gli aneddoti, le storielle, le battute, suonavano come alterate dalla presenza di qualcuno che avrebbe potuto leggerci dentro e valutare le nostre cicatrici e i nostri dolori vivi o vissuti, accettati o negati. Lei non spiccicò una parola, né io gliene rivolsi. Però all’occasione successiva, a dispetto dell’appunto che poi la sorella ci rivolse, cioè che avremmo potuto essere un po’ più calorosi con lei, e delle scommesse che facemmo sul fatto che non si sarebbe più fatta vedere, ritornò, stavolta al pub. Qualcuno giocava a freccette, la birra scorreva. Un piccolo gruppo animava la serata con canzoni folk sottolineate dalla voce di un violino. Lei, sempre dentro la stessa tuta e con lo stesso zainetto, si ritrovò di nuovo vicino a me e cominciai a illudermi che non fosse casuale.
«Come mai sei tornata?» le chiesi a un certo punto. «Non è che ti abbiamo considerata molto la volta scorsa.»
Lei sollevò lo sguardo e mise i suoi occhi dentro i miei, aprendo l’anticamera di un sorriso e mi rispose: «Mi piace approfondire le vibrazioni positive.»
Sapevo che l’addestramento cui erano sottoposti i candidati escort era tale da metterli in condizione di leggere dentro il prossimo in un modo che taluni scambiavano addirittura per telepatia, anche se, almeno ufficialmente, non era una vera e propria lettura della mente, bensì solo una sensibilità fuori dall’ordinario, mescolata a un’elevata dose di capacità intuitive ed empatiche. Ma non mi era mai capitato di esserne oggetto, per lo meno in maniera consapevole ed esplicita. Eppure mi piaceva. Quella sera e nelle successive, lei non parlò mai del suo lato-escort, come poi avrebbe cominciato a chiamarlo con me, con una certa autoironia, quando il rapporto tra noi salì di livello e quella barriera fu abbattuta (anche se non fui io ad abbatterla, ma le circostanze). Però mi fu piuttosto chiaro fin da allora che, tra i componenti del gruppo, quello che sollecitava il suo interesse ero io e a me, devo dire, andava bene così.
Le cose cambiarono una sera d’autunno. Eravamo fuori da un ristorante dove avremmo dovuto cenare e stavamo aspettando qualche ritardatario, quando sentimmo alcune urla provenire dalla piazza vicina. Grazia scattò con una prontezza quasi sovrumana, come un medico di fronte a un’emergenza. Io non riuscivo a starle dietro. C’era una rissa di fronte ai resti della cattedrale che ormai da mezzo secolo nessuno frequentava più. Due tizi. O meglio uno che ne inseguiva un altro, sulle pietre del selciato, il quale cercava di ripararsi con le mani, il volto sanguinante e tumefatto, e provava a urlare, ma gli usciva solo un gorgoglio, mentre subiva altri calci e pugni.
Una manciata di passanti si era fermata a guardarli a una certa distanza e io mi domandai se tra loro ci fosse qualcuno che stava riflettendo se fosse stato il caso di intervenire, giacché l’aggressore aveva tutti i contorni di un Perfetto. Dal canto mio, io mi sentii in una condizione di vantaggio perché sapevo di Grazia e non avevo il problema di dover prendere una decisione, perché sapevo che c’era qualcuno molto più competente di me pronto a farlo. Ma a dispetto della sua iniziale rapidità di reazione, adesso di fronte ai due Grazia pareva esitare, mentre il pestaggio non accennava a fermarsi, tra insulti, oscenità e mugolii. L’uomo sul selciato era ridotto molto male e veniva da pensare che ancora qualche colpo e non ci sarebbe stato più niente da fare.
Allora vidi Grazia infilare una mano in una tasca dello zaino con la lentezza di chi si è accorto di aver bisogno di un fazzoletto, mentre tra coloro che si erano fermati a guardare, una ragazza minuta si staccò dalla linea degli osservatori e si avvicinò all’aggressore senza che questi, preso dalla foga dei colpi, se ne accorgesse. Quindi estrasse da una borsetta una piccola pistola, la puntò alla testa dell’uomo e, chiudendo gli occhi, sparò. L’aggressore crollò a terra come un sacco. Subito seguì qualche urlo di soddisfazione da parte dei presenti e qualche applauso sgranato, mentre l’aggredito cercava di tirarsi in piedi barcollando, ma restava in ginocchio, gli occhi socchiusi dalle tumefazioni sanguinanti, congiungendo le mani di fronte alla ragazza, la quale aveva già riposto l’arma e gli tendeva una piccola mano pallida per aiutarlo a rialzarsi. Fu allora che Grazia le si avvicinò ringraziandola, dicendole che era tutto a posto, che era un Perfetto e dunque non avrebbe avuto problemi con il Collegio, che non doveva preoccuparsi perché ci avrebbe pensato lei a segnalare il Passaggio, che l’uomo era animato da un grande dolore e lei era stata compassionevole e coraggiosa e generosa.
Attesi con lei l’arrivo della Squadra di Smaltimento e Riciclo, e quando mezz’ora dopo ci ritrovammo al ristorante a ordinare bistecca stampata al sangue con patatine, ricordo che le chiesi: «Perché non sei intervenuta prima della ragazza?»
«Perché è importante che chi non è escort abbia coraggio. Non potremo mai fare tutto da soli. Quelli come lei sono un esempio per tutto il Consesso e dobbiamo incoraggiarli.»
«Ed è difficile farlo?»
E lei: «Cosa? Incoraggiarli?»
«No, fare l’escort.»
Lei scosse la testa e, masticando, rispose col motto della Corporazione: «Impegno, dedizione, attenzione, ascolto, compassione, amore.»
Due settimane dopo ci baciavamo sul molo del lungomare e la mia voglia di fare l’escort subì una prepotente impennata.
Il secondo evento fu quando a casa la situazione precipitò. A mio padre venne diagnosticata una malattia neurodegenerativa fulminante della quale nemmeno le Med-IA riuscivano a capirci nulla. Alla prima settimana si dimenticava le cose e sembrava solo stanchezza. Alla seconda cominciò a balbettare. Alla terza le ginocchia presero a tremare. In tre mesi si ritrovò inchiodato nel letto. In sei muoveva solo gli occhi e non serviva essere un escort per vederci dentro due pozzi di dolore. Un pomeriggio mia madre attese che io tornassi. Non disse nulla. Non era certo una situazione da temere una convocazione del Collegio. Mio padre era Perfetto. Mia madre estrasse da un cassetto della libreria la sua .22 e mi chiese di seguirla in camera.
Lo accarezzammo. Lo baciammo. Gli dicemmo: «Ci vediamo di là». Poi mia madre gli posò delicatamente la canna della pistola al centro della fronte. Allora mi parve che gli occhi di lui assumessero una piega felice, come non li vedevo da mesi. Mia madre rimase ferma qualche istante, non perché titubasse, ma perché aspettava me. E io lo capii. Misi la mia mano sopra la sua, il mio indice vicino al suo, posato sul grilletto. Il colpo che seguì fu anche la mia impronta digitale sul modulo per la richiesta di entrare nella Corporazione.
Per quanto io ormai ne sia fuori e sia questa una situazione dalla quale so di non potere tornare indietro, non posso comunque rivelarvi i dettagli su tutto ciò che sta dietro le quinte dell’addestramento escort. Benché il Collegio mi abbia ufficialmente revocato la licenza e inserito nella lista degli illegali, sento ancora un legame di affetto e rispetto nei confronti degli altri e delle altre escort, come pure verso coloro cui mi capiterà di prestare eventualmente il mio servizio. Anche se credo che mi limiterò ai Perfetti, se il caso vorrà che incrocino la mia strada. Non è nelle mie corde ritrovarmi a essere chiamato giustiziere dai media solo perché sono un abusivo. Posso dirvi però come, alla prima sessione dell’addestramento, il nostro Primo Maestro ci presentò l’insegnamento, perché è qualcosa che non mi abbandonerà mai.
«Fare l’escort è un servizio che richiede silenzio, contemplazione, meditazione, osservazione e ascolto di tutto ciò che è Mondo, dedizione completa di sé stessi e uno studio totale e incessante dell’Evidenza. A ogni nuova sessione di corso c’è sempre qualcuno che si presenta qui, credendo che, in qualità di escort, avrà la disponibilità di chissà quali avanzate tecnologie che gli conferiranno chissà quali mirabili poteri. Sbagliato. Fare l’escort è una questione di poesia, non di tecnologia.»
Così sono iniziati i miei cinque anni di dedizione monacale ad apprendere tutto il necessario ed esercitarmi per servire al meglio la Corporazione e il Consesso. Sono stati cinque anni intensi e meravigliosi, il primo dei quali nella clausura assoluta e meravigliosa dell’eremo sulle impervie pendici del Queen Mary’s Peak di Tristan da Cunha, il luogo più isolato al mondo, andatelo a cercare sulle mappe, come pure lo sono stati i vent’anni che sono seguiti, fino al mese scorso.
Non posso parlarvi dei Passaggi che ho favorito in tutto questo tempo di onorato e privilegiato servizio, come vi dicevo la discrezione è sempre d’obbligo, ma posso assicurarvi che sono stati moltissimi, intensi, pieni di comprensione, compassione e amore. Tutte le sere tornavo a casa e mi ritrovavo con Grazia. Come coppia di escort avevamo il precetto di non parlare mai degli eventuali Passaggi che avevamo favorito nel corso della giornata e mai lo facemmo. Ricordo però lunghe chiacchierate sull’Evidenza. Cercavamo di immaginarci la bellezza dell’essere di là, fantasticavamo – a volte anche un po’ troppo – sulle sensazioni delle percezioni sottili, sulla materia lieve, su com’era possibile conciliare il mutamento con l’assenza di Tempo, su come sarebbe stato bello reincontrare chi era già passato di là, su come a tutti noi era capitato almeno un paio di volte di considerare di saltare subito di là. Ricordo una sera particolarmente fredda, in cui avevamo aperto (e finito) un’intera bottiglia di Nebbiolino, quando a un certo punto Grazia si fece seria, mi squadrò e mi disse: «E se le IA ci avessero ingannato e l’Evidenza fosse una truffa?» Era calato un silenzio viscoso, come se fosse necessario per soppesare le implicazioni di quell’assurdità. Poi eravamo entrambi scoppiati a ridere. Una delle caratteristiche di Grazia che avevo imparato ad apprezzare era il suo meraviglioso senso dell’umorismo, che però dimostrava solo con chi aveva in confidenza.
Negli ultimi tempi i nostri discorsi si orientarono su come vedevamo cambiare le cose all’interno della Corporazione, sulle diminuzioni dei compensi, la crisi di vocazioni, lo scadimento della qualità dei nuovi candidati, e di conseguenza, gli interventi sempre più frequenti del Collegio che non di rado comminava sanzioni, espulsioni o addirittura Passaggi Obbligati nei confronti di escort che avevano semplicemente applicato la Dottrina.
È così che il dubbio ha iniziato a diffondersi come un micelio che avvolge sempre più le radici della Corporazione e il primo effetto è stato che le pistole hanno cominciato a rimanere sempre più spesso nelle tasche delle giacche, per non rischiare dispute col Collegio, naturalmente, ma aumentando in questo modo la presenza e il livello di dolore all’interno del Consesso, con tutto quello che significava in termini di conflitti, violenza e tristezza.
Va da sé che le vocazioni più autentiche e profonde sono state spinte a lasciare la Corporazione per iniziare ad agire da sole. Grazia ha resistito fino a oggi e anch’io lo avrei fatto, se non fosse stato per l’ultimo Passaggio. Di questo non dovrei parlare, ma visto che la mia faccia è finita su tutti i media e mi è stata ufficialmente ritirata la licenza, ormai non violo più alcunché, perché non faccio più parte della Corporazione. Del resto, che io sappia, in quasi un secolo di attività degli escort, questa è stata la prima volta in cui un Passaggio è stato portato all’attenzione dell’opinione pubblica e sono certo che si sia verificato dietro esplicita istanza delle IA di Terza, altrimenti non sarebbe avvenuto affatto, e questo a mio avviso dà la misura definitiva su come ormai questo servizio si possa fare solo da battitori liberi.
Visto dunque che i media hanno dato la loro versione infrangendo la regola della discrezione, permettetemi di dare in breve qui oggi la mia, anche perché potrebbe essere la mia ultima possibilità.
Che poi alla fine a ben vedere non è stato niente di che. È stato solo un Passaggio come tanti. Non è la prima volta nella storia della Corporazione che l’oggetto del servizio è un personaggio molto in vista. Ma fin da subito si è capito che la questione era più complessa del solito. Dopo il colpo in testa, ho estratto subito spruzzino e stracci dallo zaino sotto gli occhi soddisfatti del barista (cos’avevo detto sul non farlo nei posti chiusi?), e intanto ho fatto partire la chiamata al CIP. Dopo aver descritto le circostanze del Passaggio secondo il protocollo, l’IA di Terza mi ha detto testualmente con la sua classica vocina strana, leggermente monocorde: «Sei impazzito?»
«E perché?» ho fatto io, senza rendermi conto di non aver mai sentito dall’IA di Terza una simile risposta.
«Non era un Passaggio giustificato e non hai applicato con rigore il principio del caso, lo hai cercato di proposito, non ti sei imbattuto in lui, inoltre hai applicato un pregiudizio.»
Sorpresa, delusione, vergogna. Il mio cuore ha perso un battito, ma ho respirato e cercato di placare la marea. In effetti molti nel Consesso sostenevano, alcuni anche platealmente, che se ci doveva essere un Passaggio da favorire, era quello, cosa che ovviamente non significava nulla, perché gli escort non si fanno influenzare dalle opinioni a ruota libera, nemmeno se sono della maggioranza. In fondo non contavano gli stupri conclamati, le corruzioni, le frodi, le evasioni fiscali, i soprusi, i furti e le violente liti familiari per cui la magistratura aveva applicato l’immunità nei confronti del Presidente. Contava da dove venivano. Così risposi che una volta di fronte a lui, avevo percepito nella sua anima un dolore profondo, un dolore che veniva da lontano, acuto, mai sopito, un dolore che meritava di essere finalmente alleviato e solo in quel momento avevo deciso di agire. «Era un Perfetto» conclusi. «E non l’ho cercato, l’incontro è stato rigorosamente fortuito.» Ci tengo a dirlo anche a voi. Erano circa le dieci del mattino, passeggiavo in centro senza una meta precisa e a un certo punto mi sono reso conto di aver bisogno di andare in bagno. Così sono entrato nel primo bar che mi pareva dignitoso e lì ho trovato il Presidente al banco che sorseggiava un caffè in compagnia della sua scorta. Potete immaginare qualcosa di più casuale?
«Inoltre non hai applicato il principio della discrezione» aggiunse l’IA di Terza. «Ti sei fatto risconoscere prima del servizio.»
Questa in effetti è stata l’unica accusa fondata, perché in una simile straordinaria circostanza, ho ritenuto che, insieme alla pistola, sarebbe stato opportuno estrarre anche lo spruzzino d’ordinanza, nella speranza che, manifestandolo, il mandato della Corporazione sarebbe stato riconosciuto e valutato superiore a quello della scorta. E in effetti così è stato, perché la scorta mi ha lasciato fare e credo che questa sia stata una gran bella attestazione di rispetto nei confronti della Corporazione.
La mia sommaria difesa telefonica fu seguita da qualche attimo di silenzio dove, lo ammetto, mi sono immaginato di sentire lo sferragliare di rotelle dentro un cervello meccanico. Quindi l’IA di Terza ha detto: «Non concordiamo, sei convocato subito al Collegio.» Inutile dire che non ci sono andato. Ho chiuso la chiamata e una volta terminata la pulizia, in mezzo a due ali di gente entusiasta, mi sono allontanato meritandomi una quantità di ringraziamenti e pacche sulle spalle anche dagli uomini della scorta.
Nel percorso verso la periferia della città ho chiamato Grazia per raccontarle cosa era successo e dirle che non mi pareva giusto tornare a casa, esponendo anche lei all’inchiesta del Collegio. Le ho assicurato che avevo fatto tutto come doveva essere fatto e che quanto successo confermava che stava accadendo qualcosa alle funzioni obiettivo delle IA, qualcosa che stava mettendo a repentaglio tutto quanto.
Le ho detto che non sapevo se ci saremmo rivisti, almeno da questa parte, e lei ha capito.
«Se mai ci vedremo di là» mi ha detto.
«Sempre che l’Evidenza non sia stata una loro bugia» ho commentato io ricordando le parole di quella sera, ma stavolta ero sobrio.
«Non è possibile» ha ribattuto lei.
«Dopo quello che è successo oggi riesci a esserne sempre così sicura?»
Poi le ho detto che se mai mi capiterà di incontrare un escort sono certo che percepirà in me abbastanza dolore. «Nel caso» ho aggiunto, «spero solo che sarai tu a trovarmi.»
È seguito un silenzio come un’improvvisa calma di vento e io ho temuto che non l’avrei più sentita. Invece la sua voce è tornata. «Fino a ieri eravate abusivi o illegali e poco fa per la prima volta i media vi hanno definiti ribelli» mi ha risposto come una folata fredda. «Ma ti prometto che quando ti troverò cominceranno a chiamarci partigiani».
L’autore
Alessandro Vietti nasce giusto in tempo per esserci alla conquista della Luna. Ingegnere,vive e lavora a Genva nel settore dell’energia e si occupa di divulgazione scientifica e speculative fiction. Ha esordito nell’aprile del 1995 sulle pagine dell’Eternauta e da allora ha pubblicato svariati racconti per Mondadori, Zona42, Bietti, Delos Digital e Future Fiction, e i romanzi Cyberworld (1996), Il codice dell’invasore (1999), Real Mars (2016), Il potere (2018) e Cosmopedia (2023). Il suo sito è http://www.alessandrovietti.it
Illustrazione di Benedetta Baroni
