30 gennaio 2026
La comitiva di escursionisti avanza nel bosco.
Fa quasi caldo e neve non ce n’è. Gli aghi di pino scricchiolano sotto ai loro piedi. Qualcuno indossa scarponi, qualcuno scarpe da trekking e tutti hanno giubbotti colorati e racchette da sci. Chiacchierano, ridono e io non riesco a decidere chi di loro meriti di morire.
Forse tutti, forse nessuno.
Ho paura di sbagliare, quindi li seguo da lontano. Sono un’ombra che passa da un pino all’altro.
Silenziosa.
Stanca.
Indecisa.
Un tempo era più semplice.
Un tempo il fatto stesso di venire su per queste montagne, in questo periodo dell’anno, nei giorni della Merla, era un atto talmente sconsiderato da far meritare la morte a qualsiasi umano.
Non dovevo nemmeno essere io a somministrarla, la morte.
***
Il gennaio del 1813.
Che meraviglia!
Quell’anno aveva nevicato tantissimo, anche per gli standard dell’epoca.
Una coltre bianca e immacolata ricopriva la montagna, e non appena misi il becco fuori dalla tana il freddo mi corse subito in contro, festante.
All’epoca era ancora puro e sincero il freddo, non osava varcare il nero scudo delle mie penne e io lasciai che mi abbracciasse senza paura. Lo salutai con l’affetto che si deve a un amico, poi alzai gli occhi al cielo.
Era bianco quasi quanto la terra, prometteva bufera.
E bufera mantenne.
Il vento prese subito a turbinare e presto le nubi cominciarono a sputare ghiaccio.
Mi inoltrai in quel vortice gelato di polvere di diamante, in quel biancore delizioso e furibondo e vagai.
Vagai e vagai fino a che non ne trovai uno.
Un viandante disperso.
Non scarseggiavano mai a quei tempi. Vidi la sua sagoma scura, sfocata dalla tormenta, lui vide la mia e capì.
Capì subito.
Capì cos’ero, anche se la mia natura ferina, da quella distanza, doveva risultargli vaga e indefinita.
Si voltò e allungò il passo. Pur sapendo bene che era impossibile seminarmi, cercò di fuggire. Ma non funzionava così.
Non quando c’era la neve.
Alla neve non piaceva se volevi lasciarla troppo in fretta. Lo trovava irrispettoso, si offendeva.
Si vendicava.
Così la guardai, mentre faceva sprofondare i piedi dell’uomo, la vidi che glieli restituiva a costo di una fatica immane, ogni volta più pesanti. Si aggrappava ai suoi zoccoli di legno, gli incrostava le calze di lana grezza, gli mordeva la pelle, gli drenava le energie…
Ne aveva di energie quell’essere umano.
Ne aveva di voglia di vivere e come sempre iniziai a farmi delle domande.
Perché si trovava lì?
Perché era uscito di casa con quel tempo? Perché sfidava in quel modo stupido la neve, il vento, il freddo e me?
Proprio nei giorni della merla. Nei miei giorni.
Cosa poteva averlo spinto, se non un bianco desiderio di morte?
Non ne avevo idea.
È questo il mio problema: trovo difficilissimo comprendere gli umani, da vivi.
Così permisi che andasse, che mettesse distanza tra noi. Avevo come l’impressione che lui si stesse facendo le medesime domande. Volli lasciargli il tempo di trovare le risposte.
Se risposte c’erano.
L’uomo rallentò. Le pause tra un passo e l’altro divennero sempre più lunghe e io cominciai ad attendere quella che non si sarebbe più interrotta.
Ci mise altre sei ore ad arrendersi.
A fermarsi in via definitiva.
Allora mi avvicinai, ma non troppo. Non c’era motivo di spaventarlo. Non c’era alcun bisogno che fossi io a ucciderlo e non l’avrei fatto.
La verità è che non mi sono mai fidata del mio giudizio ed ero più che felice di affidarmi a quello del freddo.
All’epoca, la sua saggezza mi pareva incontestabile.
Così rimasi alle spalle dell’uomo mentre il mio amico gelo, poco alla volta, gli fermava il sangue.
Prima nelle dita, poi nelle braccia e nelle gambe e poi su, fino dentro al cuore.
Rimasi col viandante mentre le sue lacrime si congelavano sulle palpebre, sigillando per sempre i suoi occhi.
Rimasi con lui mentre il suo respiro diventava lieve e rarefatto, mentre la sua mente si spegneva.
Dal sonno alla morte.
Anche per questo ho sempre ammirato il freddo: è un assassino molto più garbato di me.
O almeno lo era.
L’uomo spirò in silenzio, dritto, affondato nella neve e io ancora non mi mossi.
A volte non avere fretta diventa una questione di rispetto, di cortesia.
Lasciai che l’assideramento andasse oltre, che cristalli di ghiaccio cominciassero a fiorire nei suoi umori, ormai fermi, e il corpo congelasse.
Solo a quel punto mi feci avanti.
Lo sollevai dalle spalle e lo deposi a terra, rigido, supino. Indossava un cappotto di pecora, chiuso da grossi bottoni di osso. Lo squarciai con gli artigli, all’altezza del suo petto, fendendo anche il maglione che stava sotto e la pelle dello sterno, indurita dal congelamento.
A quel punto mi servii del becco.
Il mio è ricurvo, affilato, come quello degli uccelli da preda. Lo impiegai come uno scalpello sulle carni congelate.
Schegge sanguigne di muscolo, frammenti di grasso, le ossa e la cartilagine dello sterno, e poi giù, dentro la cavità toracica, fino alla crepitante consistenza del polmone e a quella fibrosa del cuore.
Sì, mangio sempre il cuore per primo.
Forse perché sotto sotto sono una gran sentimentale.
Prima il cuore e poi il cervello.
Un affare molto personale mangiare il cervello. Una cosa fastidiosamente intima.
Temo cosa potrei trovare e voglio arrivarci preparata. Per questo lo lascio per secondo.
Perché era venuto lì a morire?
Presto lo avrei scoperto.
La prima beccata penetrò dentro alla sua orbita. Buttai giù un pezzo di corteccia cerebrale insieme alla gelatina dell’occhio. Frammenti ghiacciati dei pensieri che l’uomo aveva avuto in vita iniziarono a sciogliersi nella mia gola.
Un’altra beccata e poi un’altra e un’altra ancora.
Un boccone dietro l’altro, ingoiai tutto.
Riflessioni, paure, ideali, speranze, l’aura delle sue emozioni rimasta cristallizzata nella materia grigia…
Tutto.
Arrivava da Borgata Giagliola.
Cercava una levatrice che aiutasse la moglie a partorire il quinto figlio. Per questo aveva sfidato la neve, la tormenta, il freddo e me.
Era morto per far nascere.
Una cosa piuttosto comune a quell’epoca. Una cosa che mi era, tutto sommato, comprensibile.
Sentii un moto di dispiacere per lui, un vago senso di rimorso.
In fondo, evitare il rimorso è proprio il motivo per cui ho sempre preferito affidarmi al giudizio del freddo.
Le sue sentenze non avevano mai sbagliato e non lo fecero nemmeno quella volta.
La digestione infatti procedeva e, ben presto, provai più cordoglio per la vita dell’uomo che per la sua morte.
Aveva avuto un’esistenza di stenti, fatta di raccolti andati perduti, di capretti divorati dai lupi, di botte date al figlio primogenito che voleva scappare a Torino, a cercare fortuna…
La morte doveva essergli stata di gran sollievo.
***
30 gennaio 2026
Esco da quel ricordo, ma me lo tengo stretto, mentre osservo la colorata comitiva di turisti.
Hanno raggiunto il Lago Verde e si stanno sistemando per fare un picnic.
Cerco di dire a me stessa che anche loro, in tutta probabilità, meritano la morte.
Per punizione.
Tuttalpiù, per premio.
Ma non riesco a convincermi. Vorrei che fosse ancora il freddo a decidere al posto mio.
Solo che il freddo di adesso non ha nulla a che vedere con quello del 1813.
Il mio vecchio amico è ridotto alla caricatura di sé stesso. A un’umidità malata che non sa più scendere sotto allo zero e che condanna la neve all’agonia della poltiglia.
Non ucciderà nessuno di questi escursionisti.
Al massimo, bagnerà i loro vestiti tecnici.
Alcuni di loro hanno persino dei teli impermeabili. Li distendono sulla gelatina fradicia che c’è a bordo lago.
Chiacchierano felici e io tendo l’orecchio.
Spero di sentir dire qualcosa di abbastanza bieco o stupido o triste da giustificare l’esecuzione di uno di loro, ma no. Sono tutte chiacchiere leggere.
So bene che dentro le loro menti, quasi di sicuro, ci sono motivazioni valide per sopprimerli, ma la mia maledizione è che non posso saperlo per certo.
Non prima.
Per questo non oso. Ho troppa paura di trovarmi davanti a un errore ormai compiuto.
Vorrei che la situazione fosse tale da togliermi ogni dubbio.
Come nel 1944, per esempio.
***
In quel periodo non si potevano avere dubbi sulla loro stupidità.
Il 31 gennaio del ‘44, ne trovai tre che agonizzavano nella neve.
Si erano sparati addosso a vicenda.
Il rosso feriva la perfezione del bianco.
Uno era svenuto e ne aveva ancora per poco, ma gli altri due gemevano e si lamentavano.
Provai disgusto per loro.
Potevo comprendere il morire in maniera stupida pur di far nascere, ma il morire in maniera stupida pur di uccidere?
Perché facevano questo? Non avevano già abbastanza problemi? Le loro vite non erano già abbastanza dure e penose?
Ero colma di confusione e disprezzo, quando uno dei due, ancora coscienti, mi vide.
Iniziò a urlare come un pazzo e provò persino a spararmi.
Ne fui talmente scandalizzata che lo uccisi.
Così, senza pensarci.
Gli volai addosso e gli ficcai un artiglio su per un’orbita, dritto nel cervello.Dopo mi voltai e feci lo stesso all’altro che, come l’ex nemico, aveva cominciato a urlare.
Assurdo.
Fu assurdo.
Mi sentivo così male! Mi sembrava di aver tradito il mio amico freddo, di aver violato il codice del gelo.
Ne ero talmente turbata che indugiai a lungo, prima di nutrirmi.
Temevo ciò che avrei potuto trovare nelle loro menti. Paventavo chissà quale motivazione intelligente per essere venuti lì, sulle mie montagne, nei miei giorni, a fare quello che avevano fatto.
Quando mi decisi a mangiare però, non trovai niente di ragionevole in loro.
Niente.
Ingerii tonnellate di pensieri annebbiati, dolori e turbamenti. Fidanzate che sarebbero rimaste sole e madri che li avrebbero pianti, mischiate a infantile patriottismo e ideali confusi che non motivavano proprio un bel niente.
Le loro morti, più che mai, mi parvero di sollievo a loro stessi.
Avevo fatto bene.
Sollevata, con la massima cura, feci a brandelli ciò che restava di loro.
Non volevo sprecare niente.
Dopo cuori e cervelli, ingoiai viscere e carni, e poi anche unghie, peli, capelli e persino i vestiti.
Infine, spaccai le ossa.
Quelle lunghe.
Quelle piatte.
Le ruppi una per una, e ne buttai giù i pezzi, gettando la testa all’indietro per farli scendere meglio nel gozzo. Sentivo che si accumulavano, insieme agli abiti, a formare giganteschi boli, mentre sangue, carne e midollo mi scivolavano nello stomaco.
Dovetti fermarmi diverse volte a rigurgitare borre colossali, fatte di schegge d’osso e divise militari.
Alla fine di quel pasto titanico ero stordita, ma anche soddisfatta.
A quel punto, mi pareva che nulla fosse stato più importante per quegli uomini che finire divorati da me. Che l’intento stesso della loro palese stupidità fosse quello: morire per nutrirmi.
Uno scopo ben più nobile della loro guerra.
***
30 gennaio 2026
Rifletto sulla guerra, mentre osservo gli escursionisti passarsi il condimento per i loro pacifici panini.
Di certo, loro non si spareranno a vicenda.
Anche il freddo li snobba, dunque, forse, nessuno di loro merita di morire.
Se solo mi fidassi ancora del giudizio del mio vecchio amico gelo…
Sì, perché il conflitto d’interesse ormai è evidente.
Limpido.
Sono gli umani ad aver trasformato il freddo nell’essere penoso che è ora.
Lo scoprii un paio di anni fa, proprio sulle rive di questo lago.
***
Era il gennaio del 1985.
Erano già parecchi anni che il freddo disertava l’appuntamento che sempre ci davamo nei miei giorni.
Quell’anno lo aveva fatto in modo spudorato.
Spirava un vento tiepido, greve di resina e sottobosco marcito.
Io vagai e vagai fino a che non udii degli umani.
Erano molti, parlavano concitati sulle sponde del lago.
Mi fermai, anche se era chiaro che nessuno di loro sarebbe morto assiderato. Mi nascosi tra i rami di un abete e rimasi a osservarli. Più che mai avrei voluto capirli.
Stavano girando un servizio televisivo.
Sapevo cos’era un “servizio televisivo” grazie a un mio pasto precedente, ma non avevo mai assistito a uno di essi.
Ne rimasi affascinata.
Una donna dai capelli rossi e gli occhi brillanti parlava davanti a una telecamera. Parlava di una cosa chiamata “riscaldamento globale” e diceva che erano stati loro, gli umani, a provocarlo.
Rimasi sbalordita da tanta iniziativa.
Non me l’aspettavo proprio.
Per anni e anni gli umani si erano impegnati a riversare nell’atmosfera gas e sostanze che convincessero il freddo a cambiare la propria natura, a rammollirsi e risparmiarli.
Per anni e anni, avevano lavorato alle mie spalle perché lui smettesse di essere mio alleato e diventasse il loro.
Una cosa davvero notevole.
Pur essendomi nutrita mille volte delle loro menti, mai avevo pensato che fossero in grado di ordire una simile macchinazione. Che fossero tanto furbi e tanto legati a quelle loro vite strane e piene di tormenti.
Eppure…
***
30 gennaio 2026
Gli escursionisti si rimettono in piedi.
Riprendono la marcia. Li seguo, anche se ormai so che non ucciderò nessuno di loro.
Li scorto fino alle macchine, ascolto i loro ultimi saluti, li guardo mettere in moto e partire.
La montagna torna silenziosa.
Il buio sta calando.
Torno alla mia tana.
È umida la mia tana, odora di foglie e terra. Mi raggomitolo tra gli strati di piumino accumulati nei secoli, che da un po’ non riescono più a scaldarmi.
L’umidità scava carie nelle mie ossa ed è come se il freddo, alla fine, con sadismo e lentezza straziante, stesse decretando la mia di morte.
Sì, sto per morire.
Sono rimasta digiuna troppi anni e non arriverò al prossimo inverno.
Lo accetto.
Accetto che gli uomini, nel corso dei secoli, siano diventati più furbi, migliori di me. Che si siano evoluti e che ora, quella che viene giustiziata sia io.
Domani sarà l’ultimo giorno della Merla.
Un’ultima volta, uscirò a vagare per i boschi e non farò ritorno.
***
31 gennaio 2026
Sono stanca e stremata, ma metto comunque il becco fuori dalla tana. Voglio mantenere la promessa che ieri sera ho fatto a me stessa.
Il freddo non è quello di una volta, ma c’è. Forse è venuto per dirmi addio.
Lo accolgo comunque con affetto.
Andiamo vecchio amico, facciamoci un ultimo giro insieme.
Non c’è neve e le mie zampe grattano sulla terra e sulle rocce, mentre vago.
Vago e vago.
Sento la fatica che mi asciuga i muscoli, penso agli umani che per secoli ho visto trascinarsi ore, prima di cedere all’inevitabile.
Non voglio essere da meno e vado avanti.
Avanti.
Come sempre, senza meta.
Con le ultime forze arrivo al Lago Verde. Non è gelato come succedeva ai bei vecchi tempi, ma durante la notte, sulla sua superficie, si è formata una lamina di ghiaccio.
Sottile come un velo.
Ci saranno due o tre gradi.
Sulla riva c’è un umano dalla barba folta.
Mi appare subito strano, ma impiego qualche secondo per capirne la motivazione: i vestiti.
Non indossa un giubbotto colorato, come gli altri, ma una blusa di pelle morbida, piena di frange e perline, con sotto una gonna arancione acceso. La testa è scoperta e il vento giocherella con i suoi lunghi capelli biondi.
Sta… sta pregando?
Incuriosita mi avvicino per capirlo.
«Tornare a Madre Natura. Dobbiamo tornare a Madre Natura…» lo borbotta tra sé e sé, nuvolette di fiato si condensano davanti a lui. «Troppo a lungo siamo stati lontani, rapiti dalla tecnologia, dalla modernità, dal…» continua a salmodiare e io resto incantata ad ammirarlo.
Non valuto se ucciderlo.
Ormai mi sono arresa e non cerco più in lui segni di stupidità, di malvagità o anche solo di pulsione alla morte. Lo osservo e basta fino a quando non completa la sua strana orazione e non si avvia con fare deciso all’acqua. Immerge le mani a coppa e beve.
Ecco, ora non so cosa pensare.
Ho sempre creduto che l’acqua del lago non fosse potabile per gli umani. Del resto, a monte, stazionano mandrie di stambecchi e altri animali, le cui feci si riversano copiose nel piccolo bacino, però…
Però l’uomo barbuto beve tranquillo.
Sto cercando di formulare ipotesi sensate sul suo comportamento anomalo, quando lui fa una cosa che mi lascia senza parole.
Inizia a spogliarsi.
Ci sono forse tre gradi e lui inizia a spogliarsi.
Si toglie la blusa con le perline, il lungo saio arancione che indossava sotto, la maglietta multicolore, l’imponente serie di collane e pendenti che portava al collo…
Si toglie tutto e si butta nel lago.
Non credo ai miei occhi.
Urla di dolore e felicità. Sguazza. Invoca ancora a gran voce il ricongiungimento con Madre Natura.
Sbalordita, mi avvicino.
L’umano barbuto intanto sta uscendo dall’acqua.
O meglio, ci sta provando.
Ci sono tre gradi.
Il freddo gli arrossa la pelle, gli mozza il respiro, gli anestetizza mani e piedi.
Vedo che ha difficoltà a muoversi.
Annaspa, ma questa volta non ne è felice. Scivola, finisce sotto l’acqua con la testa. Riemerge gemendo. Ora è spaventato. È spaventato, ma è anche forte. A fatica guadagna la riva. Lo sento che si lamenta. Vedo che trema. Cerca di afferrare i vestiti, ma ha difficoltà. Il freddo gli paralizza le mani. Ha le dita viola, le labbra blu e se non si coprirà in fretta, nonostante tutto, morirà.
Io però non ho più bisogno di aspettare la sentenza del freddo.
A ucciderlo ci penso di persona.
Senza più nessun indugio.
Lo raggiungo e gli pianto gli artigli nel petto. Li affondo giù nel cuore.
Spalanca gli occhi per il dolore. Per l’orrore. Per la sorpresa.
Una schiumetta rossa gli gorgoglia fuori dalla bocca, gli cola tra i peli della barba.
Muore.
Estraggo il suo cuore e lo divoro così com’è, anche sé il suo calore mi disgusta.
Passo subito al cervello.
Sono talmente arrabbiata per la palese stupidità di questa creatura che stavolta non ho il minimo timore di cosa troverò.
Per quanto mi riguarda, nulla può giustificare un comportamento tanto incosciente.
Dunque inizio a ripulire il suo cranio dalla materia grigia, la deglutisco, lascio che coli nello stomaco, che ne venga assorbita e…
Il riscaldamento globale.
L’uomo ne era ossessionato, dunque le risposte che, in anni di digiuno non ho potuto ottenere, mi corrono subito incontro.
Non l’hanno fatto apposta.
Il riscaldamento globale, lo hanno sì provocato gli umani, ma… è stato per errore. Uno stupido errore che nuoce assai più a loro che a me.
Non posso crederci.
Non posso crederci e mi sento male. Malissimo.
Non per quanto la cosa mi appaia folle, no. Alla follia dell’Uomo, in fondo, sono da sempre avvezza.
Mi sento male perché la stessa greve sensazione che l’Umanità sia fuori di senno, lo stesso pervasivo malessere che mi fa chiedere come sia possibile che degli esseri senzienti portino nel mondo cose come l’inquinamento e la guerra… ebbene questa identica sensazione la provava anche l’uomo barbuto.
Con la stessa medesima lucidità con cui la provo io. Con la stessa precisa intensità.
Inizio a tremare. Le zampe mi cedono e cado in ginocchio di fronte al suo corpo nudo e dilaniato.
Mai, in tutta la vita, ho sperimentato una simile empatia per qualcuna delle mie vittime; la sento che mi turbina dentro come una tempesta, che mi si gonfia nel cuore e mi fa girare la testa.
Il suo anelito di libertà, la sua voglia di tornare a una vita vera e selvaggia, erano così potenti, così saggi, così genuini…
Il terrore di aver appena giustiziato una rara creatura, illuminata e degna mi dà la nausea.
Per un attimo sono sul punto di crollare, poi serro la mascella e cerco di vederci più chiaro, di comprendere più a fondo colui che ho sacrificato.
Lente, morbide, le risposte scivolano dentro di me.
L’umano barbuto, sconvolto nell’esatto modo in cui lo sono io dall’imbecillità della sua stessa specie, ha deciso di rifuggirla, di tornare a Madre Natura.
Per farlo ha letto un singolo libro, intitolato “Spiritual Wilderness”, e poi ha pensato che fosse una buona idea venire a buttarsi in un lago di alta montagna, a gennaio.
Anche per uno come lui, che aveva trascorso tutta la vita tra il calduccio di casa sua e quello del suo ufficio, traslocando il proprio corpo flaccido e non allenato da un divano a una scrivania.
Sì, proprio un’ottima idea.
L’ondata di profonda, traumatizzante comprensione per le sue motivazioni che ho sperimentato poco fa si mischia alla familiare cognizione di quanto gli umani siano stupidi. È strano però: quest’ultima non riesce a prevalere come fa di solito. Le due cose si contaminano in maniera inesplicabile, in modo che capisco essere irreversibile.
Non si possono capire gli umani.
Sollevo la testa mentre dentro di me fiorisce questa epifania.
Nessuno può capirli.
Nessuno, pertanto, può giudicarli.
Né da vivi né da morti.
Diamine, non si capiscono nemmeno loro stessi e di certo, mi sento sciocca ad averlo ritenuto possibile, neanche il freddo può mai averli compresi.
Ero io che lo investivo del ruolo di giudice, che a posteriori costruivo per lui delle motivazioni significative. Ma non ce n’erano. Non ce ne sono mai state.
Il freddo li uccideva.
Li uccideva e basta, senza accampare scuse, e andava bene così.
Andava bene così.
Va bene così.
Finalmente consapevole di questo, sospiro e tiro verso di me il corpo.
Restando in ginocchio, come in preghiera, lo mangio fino all’ultimo brandello.
Grazie, umano barbuto, ti sono grata.
L’autrice
Silvia Robutti ho quarant’anni, è un medico veterinario e mi occupo, tra le altre cose, di chirurgia e di teleanestesia (in soldoni taglia, cuce e spara sedativi ai cani mordaci). Nel tempo libero scrive storie di genere fantastico, ha un paio di pubblicazioni all’attivo con cui ha vinto il premio Odissea (2012), il Premio Italia (2013) e il premio Cassiopea (2022/2025).
Illustrazione di Elisa Borghi
