L’ombra

Forse è mattina, quando tutti gli orologi del paese cominciano a sanguinare. Le lancette girano in senso antiorario, trascinando sul quadrante un liquido scuro, arterioso. Gli orologi elettronici semplicemente si spengono, i cellulari si guastano con un crepitio, alcuni prendono fuoco sui comodini, nelle tasche dei cappotti, sotto i cuscini. Lo stupore lascia spazio alla paura, mentre il tempo cola al contrario, filtra come un sudore marcio che forse è davvero sangue.

Mentre le sette del mattino diventano le sei, e poi le cinque, don Luigi è il primo a cedere. Fracassa tutti gli orologi della sacrestia, ma il ticchettio continua, echeggia fra le navate della sua chiesetta, si nasconde nella cassetta delle offerte, vibra nei chiodi di Cristo.

“Mi entrava nelle ossa,” dirà più tardi, minacciando i fedeli con il martello. Lo trovano seduto nella fonte battesimale, le orecchie tappate con la cera delle candele per i morti. Le lancette arretrano verso le quattro, quando ogni casa comincia a puzzare di ferro e vecchiume. All’osteria non servono più pasti caldi. Il brodo bolle in modo diverso dal solito, la carne scongelata pare già cotta, ma appena sfiora la padella si distende, sbianca, e torna cruda. Tutti i calendari indicano che oggi è il 25 novembre del 1925.

Rosalba della salumeria strappa la sua agenda in pezzi minuscoli, su ogni pagina c’era solo il 25 novembre, sulla copertina nera in rilievo i numeri 1 e poi 9 e 2 e 5. Il paese si è svegliato in un giorno di cento anni fa. Rosalba dice che quella data le graffia la pelle; la portano dai parenti, lasciano i bambini con il padre, silenzioso, non sa cosa dire, non vuole dire nulla. Accompagna i bambini a scuola. A scuola, i bambini ripassano matematica, ma è la stessa lezione del giorno prima.

Gli orologi alle pareti sono stati buttati, sull’intonaco sono rimaste chiazze verticali di sangue rappreso, o quello che è.

I vecchi radunati nella piazza guardano il cielo. Un uniforme pianoro grigio e immobile, fatto di nuvole stese come coperte ondulate, che si increspano in modo strano, quasi fossero soggette all’azione deliberata di qualcosa che si muove dietro e attraverso di esse. Geremia ripensa agli attori nascosti che muovono le cortine di un sipario, ma non dice niente ad alta voce, la paura è un demonietto che si moltiplica facilmente. Fissa le nuvole – sembra giorno ma potrebbe anche essere sera, e intorno al paese un alone bluastro che pare un recinto di notte lo fa sentire prigioniero.

Il sindaco si aggira per le vie del paese, interdetto. Prova a rilasciare dichiarazioni ottimiste, afferma che ogni cosa si risolverà, che stanno già affrontando il problema, ma quale problema? E chi vi sta facendo fronte? Nessuno gli crede, eppure nessuno lo critica, ci si muove fra l’intorpidimento e la rassegnazione, come se ieri fosse lontano nel futuro e l’oggi durasse da troppo tempo. Lo dice Gianni, il poeta. Diventa subito un’espressione duttile e tutti ne fanno uso per spiegarsi quello che sta succedendo.

A scuola si impara una nuova lezione: come dire di no a una voce gentile dietro la porta. I maestri insistono sull’argomento, il preside si arrabbia, ma che vi prende? che significa? Senza farsi vedere dagli studenti, i maestri rinchiudono il preside in uno sgabuzzino, con la faccia contusa dai pugni.

Verso una mezzanotte che ha la stessa luce e colore di un tramonto nebuloso, si sente un rintocco potente, che si leva non dalla chiesetta di don Luigi, ma dalla torre campanaria più in alto, da tempo abbandonata nella zona boschiva.

Le madri rabbrividiscono, riprendono i figli a scuola, scambiano qualche parola con gli insegnanti, interrogano vivacemente il professore di storia, “Cosa è successo il 25 novembre 1925?”

“Ma niente, niente!”

Geremia è l’unico a notare che le foglie cadute stanno velocemente sollevandosi dal suolo umido per riunirsi ai rami degli alberi a cui appartenevano, a volte sembrano litigare per infilare il picciolo nel medesimo punto, finché una ci riesce e l’altra scivola lungo il legno per trovarsi un altro posto.

A questo fenomeno si accompagna un insolito spurgo di ambra dalle cortecce, che imprigiona i formicai, invischia le lucertole e gli uccelli. Il vecchio Geremia decide di lasciare il paese – al diavolo tutto e tutti.

Intanto i maestri e le maestre della scuola primaria, non tutti – alcuni, si riuniscono in conciliaboli presso i tavoli in fondo dell’osteria; donne e uomini si sussurrano all’orecchio in un modo che Carlo, mentre cerca di spinare la birra, trova inquietante. I maestri gli chiedono della carne, lui dice che ha solo quella cruda, loro dicono va bene. Carlo acconsente alla richiesta ma si sente pazzo a farlo, e loro più pazzi ancora.

Risalendo il sentiero che da qualche parte si collega alla via Francigena, Geremia sente un grido.

Pensa a una donna in difficoltà, poi trova la cagna. Qualcosa di rossastro la sta penetrando, rientra in lei dalla fessura sporca sotto la coda, e Geremia si ricorda che quell’animale si è sgravato il giorno prima, o quello prima ancora, e forse sarà costretto a rifarlo domani o mai più. Geremia si porta una mano al cuore, molto preoccupato per sé, per la cagna, per tutti.

Si alza un vento che porta un odore di terra bagnata, terra di sepolcro. Le lapidi del piccolo cimitero dietro la chiesetta si sono inclinate leggermente, poi si affossano con un suono umido, come se il suolo le stesse inghiottendo. Nessuno vede, tranne don Luigi, che mugugna cantilene strozzate. La cera nelle orecchie gli si è sciolta, gli cola lungo le guance come lacrime calde. Il tempo ha fame, e lui lo sa, vuole scorrere in avanti non all’indietro, ma qualcosa ha guastato le ore e i minuti e pensa per un momento che potrebbe prendere ancora il martello e spaccare tutto, ma desiste. Non vuole che lo pestino di nuovo. I suoi cari concittadini. I suoi fedeli.

La maestra Lidia si porta il pezzo di carne alle labbra, lo morde come si morde un frutto,

vigorosamente. Gli altri la seguono, cauti ma sicuri. Nessuno dice nulla finché, fra le mascelle che triturano e il sangue che si raccoglie nei bicchieri come un brindisi inverso, cominciano a parlare in latino. Frasi brevi, taglienti, dettate da una grammatica segreta alla maggior parte delle persone.

Nessuno vuole farci caso, neppure Carlo vorrebbe, continua a spurgare birra e gli viene da vomitare, mentre la schiuma cola e pare muffa.

Fuori, una cosa che può essere la notte sembra essersi finalmente accovacciata sul paese, premendo contro le finestre, spingendo gli abitanti a nascondersi. Gli orologi si sono fermati. Non che significhi molto, ma sono le sette e diciassette.

Una folata di vento fortissima fa stormire le fronde degli alberi, le finestre tremolano nei loro battenti. Qualcosa che arriva.

Il sindaco, nel suo studio, disegna cerchi concentrici su un vecchio registro delle nascite. Intorno a lui, il pavimento è coperto da fogli strappati dai libri comunali, nomi cancellati con grafite, con unghie, con spilli. “Non ci sono più i bambini,” sussurra alle ombre, e intorno a lui una pila di giocattoli recuperati da chissà dove brucia a fuoco lento, emettendo un odore di plastica e latte andato a male.

I bambini però ci sono ancora, e sono tutti in attesa davanti alle porte chiuse delle loro case.

Geremia, sul sentiero, immerso in qualcosa che non è buio ma una specie di effetto notte, inciampa in una radice viva. Non per modo di dire. La radice si muove, si arrotola nell’humus, lo raggiunge e lo afferra. Geremia tira fuori un vecchio temperino che portava da bambino, lo apre a fatica – sente male al petto – usa il temperino per incidere nella corteccia della radice un segno che ha visto lassù, sul campanile abbandonato, una spirale. La radice si ritira. Geremia continua a salire, la cagna lo segue, ora cammina normalmente, ma ogni tanto emette versi umani, come se qualcosa in lei parlasse con la voce della madre di Geremia, morta da anni.

Rosalba è scomparsa. La salumeria è chiusa, le finestre sprangate con assi inchiodate da dentro. Dai fianchi dell’edificio stilla un grasso denso, come lardo fuso. I bambini, quelli rimasti, usano foglie di cavolo per raccoglierne le gocce e offrirle ai cani, ma i cani non mangiano. Scappano, invece.

Il gatto di don Luigi sta sempre seduto sotto la croce con la testa del Cristo girata al contrario. Al prete sembra che l’animale si sia rotto. Come tutto il resto.

A nessun’ora meno dieci la torre campanaria del bosco emette un altro rintocco. Uno solo. Dal bosco esce una figura piccola e sottile.

La figura si ferma all’ingresso del paese. Dove una volta c’era una statua della Madonna, nella cappelletta sopravvissuta alle guerre, ora sta una forma fatta di vetro, e piume e sangue rappreso.

Qualcuno dice di aver visto il farmacista aggirarsi lì nei pressi e poi buttarsi fra i cespugli, ma oltre i cespugli c’è solo un baratro che cade nel fiume, e quindi? La piccola figura cammina lenta, ciondolante, niente la illumina come fosse un’ombra che sta dritta, materia oscura.

Geremia guarda da lontano, mentre il cielo si contrae sopra le case del suo paese. Si gira verso la cagna, ma non la vede più.

Il bambino senza ombra, il bambino che è un’ombra, bussa a una porta. Insistente. Lo vedono alcune famiglie dalle finestre dirimpetto. “Chi è? Cos’è?”

Dietro a quella prima porta, i bambini fremono, sentono il bisogno impellente di girare la maniglia, lasciare entrare il visitatore della notte, della cosa che sembra notte. No, no, sussurrano i genitori di quei fanciulli, li trattengono per le spalle, si trattengono anche tra loro, moglie e marito, stringendosi per le spalle, per i fianchi, agguantano il polpaccio di un figlio, attorcigliano le dita intorno ai ricci di una figlia, per favore, no, non si apre, non si deve aprire.

Il bambino che è venuto il 25 novembre del 1925 reclina il capo, poi oscilla sulla propria sottigliezza, si spinge faticosamente verso la porta successiva. Bussa. A dispetto del suo aspetto fragile e indefinito, i suoi colpi producono tonfi fortissimi, che costringono a sussultare, a coprirsi le orecchie. E non bussa solo una volta, ma due, tre, quattro, anche cinque, si ferma e poi ricomincia, prima di rassegnarsi e passare alla porta successiva. Caterina la Matta sa che non potrà resistere a lungo così, quante porte ci sono in paese? Centinaia – e lei per quanto potrà sopportare quel frastuono prima di lasciare che il bimbo entri in casa sua? L’unica speranza è che qualcuno lo faccia prima di lei, che qualche disperato, o anima pia, accolga l’ombra del tempo che si è guastato, la colpa del 25 novembre. Ma quale colpa? Perché pensa questo?

I maestri della carne cruda e della lingua morta si sono appostati dietro i cassonetti della spazzatura, negli androni, al di là dei muretti della piazza, sbirciano il bambino-ombra che bussa e ribussa. “Per favore,” si sente dietro le porte, ma forse è chi bussa a parlare, con voce flebile.

I maestri tirano dei sassi, bottiglie, bastoni, si nascondono e ridacchiano, il sindaco disperato si aggira borbottando “Che fate? Che fate?”, un colpo o due vanno a segno, l’ombra barcolla, quasi cade, ma si risolleva dalla sua postura innaturale, o rimane obliqua, e passeggia fino alla prossima porta, dove riprende a bussare.

Infine arriva alla chiesa. Rosalba è nuda sul sagrato, fra le mani strappa dei calendari che ha trovato chissà dove, la cosa la ignora e passa oltre.

Il bambino-ombra bussa alle grandi porte di legno massello della chiesa e se possibile il rumore che produce è ancora più forte. Bussa e ribussa, poi passa alla porticina laterale, quella che di solito è sempre aperta, e invita a entrare con le luci delle candele che tremano all’interno. La porticina si schiude, la sagoma scura si trasla all’interno.

“Don Luigi!” grida il sindaco, e la sua voce è in qualche modo straziante, la voce di uno al quale è venuto a mancare il pavimento sotto ai piedi. Nel medesimo istante un grido di sofferenza si propaga dalla chiesa, come se fosse la stessa casa del Signore a urlare.

Da lontano, perso nei boschi neri, infreddolito malgrado l’umidità e il sudore, Geremia ritrova il sentiero orientandosi grazie all’urlo disumano di don Luigi, che rompe tutti i silenzi della natura e del paese.

Passano le ore che scorrono al contrario, nessuno ha il coraggio di uscire di casa, solo la congrega dei maestri azzarda un avvicinamento. La chiesa è di un buio fetido, le candele sono tutte spente.

Il portoncino è rimasto socchiuso, e dalla fessura esala un alito freddo, come se l’edificio intero stesse respirando una vita che non gli appartiene. I maestri avanzano in fila, senza parlarsi, tenendo sassi e bastoni.

All’interno, il pavimento della chiesa è ricoperto di piume bruciate, come se un olocausto di volatili si fosse immolato per il Signore. Il crocifisso è caduto, e al suo posto — proprio sopra l’ambone — siede il segno: un’ombra che non ha corpo né luce che la proietti, ma che pulsa come una piaga.

L’emorragia dello spazio ha bordi incerti, freme, come lottasse per restare nella nostra realtà.

La congrega si ferma. Nessuno osa avvicinarsi. Non c’è bisogno di parole: sanno che il bambino-ombra è passato.

Don Luigi invece non è più. Non c’è cadavere. Trovano la sua tonaca, posata con cura sull’inginocchiatoio, e il breviario aperto. Le sue scarpe sono voltate verso l’uscita, ma il pavimento sotto di esse è annerito, come se avesse preso fuoco un corpo senza fiamma. Le scarpe traboccano piume. Dietro l’altare, il fonte battesimale ribolle piano, senza calore. L’acqua si è fatta nera e densa, e dentro si muove qualcosa. Uno dei maestri — il più anziano, il maestro Allegri — si china

a guardare. Non dice nulla, ma le sue labbra tremano. Quando si rialza, gli altri vedono che ha gli occhi pieni di lacrime.

Fuori, il cielo muta colore, passando dal piombo al rosso scuro, poi al verde rame.

Una nuova notte comincia, o un nuovo giorno, e in qualche modo alla fine tutti riescono a trovare la forza, oppure la stanchezza necessaria, per abbandonarsi al sonno.

Geremia raggiunge il limitare del bosco, mette un piede nel paese, poi si accascia al suolo stremato, mentre la cagna incinta guaendo gli passa accanto, gli si accoccola vicino e infine si sdraia e chiude gli occhi pure lei.

Gianni il poeta scrive sul suo quadernino, in cui colleziona pellicine e parole: Nel cavo dell’ora.

immobile il sonno si versa a gocce, lente, come il sangue di un’idea che ha dimenticato di morire .

Poi la sua testa crolla sul tavolo e gli si rompe il naso.

Tutti si svegliano e gli orologi stillano sangue. Ancora. Anche quelli che erano stati fracassati, che sono tornati al loro posto sui muri, e di nuovo i telefonini bruciati spargono la loro puzza sui vestiti, sui cuscini, e per sempre i calendari dicono che è il 25 novembre del 1925.

Rosalba ha lasciato il suo letto, non ricorda come ci è finita e soprattutto chi le ha messo il pigiama, in cucina beve due brocche d’acqua e poi vede il calendario, e l’agenda, e scopre che la sua opera distruttiva del giorno prima, ammesso che un giorno prima ci sia stato, non è mai avvenuta. O forse è stata solo una fatica inutile. La donna capisce che non servirebbe a nulla ricominciare daccapo, perciò si porta le mani ai capelli e con ferocia inizia a strapparseli a grandi ciocche, grugnendo per il dolore.

Il sindaco ricomincia a disegnare cerchi, sapendo che non c’è altro da fare. Caterina la Matta va in chiesa, cerca una risposta all’urlo del prete (è successo davvero?), ma don Luigi non si trova, solo il crocefisso di nuovo appeso al suo eterno dolore che la guarda con occhi folli, saturi della consapevolezza che hanno solo le brutte opere d’artigianato. Un gatto perfettamente immobile siede sotto il Cristo, e a un tratto Caterina la Matta è terrorizzata all’idea che l’animale possa girarsi e guardarla.

Geremia s’alza dalla sedia su cui ha sempre sonnecchiato negli ultimi dieci anni, s’affaccia alla finestra della sua piccola stamberga di sassi e di legno, vede una cagna che corre spaventata verso la macchia d’alberi non troppo lontana, e poi vede la cosa rossa fluttuante che le va dietro, lasciando un sentiero di gocce vermiglie sulla strada bianca. Il vecchio Geremia si mette un pugno in bocca per non urlare.

Gianni scrive: Qualcosa fu lasciato incompiuto, o forse promesso. Qualcosa fu fatto il 25 novembre del 1925, qualcosa che non doveva essere fatto, o non abbastanza. E ora quella data è tornata, con la fame del giorno incompiuto. Non un errore, una richiesta. Ma vorrei dire vendetta.

Il suo naso è intatto.

“È un battesimo,” mormora la maestra Lidia, incontrando gli altri nella piazza. “Ma alla rovescia.”

La congrega si volta verso di lei, gli occhi lucidi, le bocche livide. Qualcuno annuisce. Caterina si sente chiamare.

Dal fonte battesimale della chiesa, si solleva come una colonna vivente. Assume brevemente la forma di un neonato informe che ha la fisionomia di don Luigi, poi si disgrega in gocce dense che si spandono sul pavimento.

Caterina la Matta, che forse non è mai stata matta davvero, perde il senno del tutto.

Allora il più anziano dei maestri, quello che non parla mai se non per coniugare verbi dimenticati, si fa avanti: “Inversa signatio, retro fide, filius umbrae…” – una formula che non ha significato per il mondo, ma che apre una via alla comprensione segreta.

I vetri delle finestre si oscurano di nuovo. Qualcosa geme in lontananza – forse la cagna, forse Geremia, forse il cielo. Il tempo non va solo all’indietro, ma più veloce.

L’ombra sta per tornare. Si sentono i passi.

Rosalba osserva tutto dal tetto della salumeria. Nuda e senza capelli, piena di piaghe. Canta.

Nel bosco, Geremia cade in ginocchio. Le mani affondano nel muschio che pulsa come carne viva.

Guarda il cielo, e non c’è più cielo – solo un vortice di colori assurdi e mescolati in una zuppa dall’aspetto vomitevole.

Poi arriva il silenzio.

Quello vero.

Passo militare e deciso, i maestri si incontrano da Carlo per discutere il da farsi, ma Carlo non ha aperto, l’osteria-caffetteria-quartier generale ha le serrande abbassate come mai le hanno vedute.

Serafici, composti, determinati ad adempiere alla loro missione, i maestri si dirigono verso la scuola per impartire lezioni di latino, magia elementare e spazio-tempo.

I bambini però non ci sono.


L’autore

David Fragale nasce nel 1979 a Caracas, ma cresce in Sicilia. Stabilitosi a Cremona, si forma tra il liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti di Milano, sperimentando varie tecniche espressive. Collabora con registi underground, cura spazi espositivi e in seguito si concentra sul disegno, in particolare nel new weird italiano. Sue le illustrazioni del volume Un buio diverso di Luigi Musolino (Edizioni Hypnos, 2022). Narratore lui stesso, nel 2020 è finalista al Premio Hypnos col racconto La Nunta, mentre nel 2025 il suo racconto La spiaggia di Zeta viene pubblicato nell’antologia Teratocene (Zona42).

Illustrazione di Benedetta Baroni