[Racconto vincitore del contest LOOP]
Vuole ricordare che giorno sia. Ne ha bisogno. Ma più si sforza di ricordare, più le canzoni che ha nella testa ripercorrono gli stessi versi ancora e ancora.
in fondo all’animaaa
ci sei per sempre tuuu
Più vuole ricordare, più i due piccoli occhietti tondi e scuri che la fissano dal muro accanto alla finestra la distraggono, e lei deve ripercorrere il filo dei suoi pensieri strappati tutto da capo.
Capire che giorno sia è il primo passo per ritrovarsi e ricordare anche il resto.
Ma quella continua a fissarla.
Le canzoni si riannodano tra loro.
Ma noi non ci saremo, no noi
non ci saremo
oh noi, non ci saremo
Che vestito indossava ieri?
Si è alzata dal letto?
Ma la notte la festa è finita
Evviva la vita
Cosa ha mangiato?
Lei è sempre lì, spalmata sul muro. Arrogante.
Ha parlato con qualcuno?
Che tempo c’era?
Deve proprio piacerle la sua stanza. A lei e a tutte le altre.
Chi vivrà vedrà!
Lei presto non vedrà più nulla.
Libellula blu.
Ieri ha messo la camicia azzurra con la spilla a forma di libellula blu.
La indossa solo per la messa della domenica mattina. Suor Lisa l’ha spinta sulla sedia a rotelle fino alla cappella.
È lunedì. Se è lunedì, presto Suor… arriverà a controllare come sta e a portarle il pranzo. No. La colazione.
A Suor… Chiara… No, non è suor Chiara. Alla suora del lunedì gli occhietti sul muro non piacciono, le danno il disgusto. Suor Lunedì.
La porta della stanza si apre e attraverso la sua bocca spalancata, Evelina vede la solita vecchia che passeggia per i corridoi. Tutti i giorni e a tutte le ore. Ma non ce l’ha una camera?
Una donnina velata dai lineamenti asiatici sia affaccia trainando un carrello portavivande. Con quella pelle color caramello e gli occhi allungati, è difficile credere che il suo nome sia davvero…
«Buongiorno, Suor Agata.»
«Buongiorno, Evelina!» dice con una sorriso candido e grato per la vita che le scorre nelle vene. «Come andiamo, oggi?»
«Eh, come al solito» biascica, sperando che la risposta non sia troppo vaga.
Suor Agata le apparecchia il tavolinetto sopra le gambe e si guarda intorno strizzando le palpebre e arricciando il naso. «Evelina, che ne dici se apro la finestra? Così entra un po’ di luce e di aria buona.»
Suor Agata non ha ancora finito di parlare che si è già avviata a scostare le tende e a spalancare la finestra. Evelina l’odore della sua stanza non lo sente e non lo ricorda, ma lo vede intriso nell’espressione della suorina.
I piccoli occhietti di velluto nero lampeggiano in un batter d’ali e si vanno a rintanare in alto, nell’angolo buio dietro al bastone della tenda per non essere più disturbati dalle urgenze di Suor Agata, che sobbalza squittendo un’invocazione alla Vergine Maria. «Oh no, ancora quella bestiaccia! Ora prendo la scopa e la faccio uscire, Evelina!»
Evelina allunga il collo come una vecchia tartaruga per cercare di scorgere la sua ospite. «Nooo! Pe-e favo-e, lascia-a sta-e!» Artiglia le lenzuola con le dita nodose. Nell’ansia, le parole le sono uscite tutte storte e il cuore è salito a stringerle la gola.
Il sorriso di Suor Agata si fa indeciso. «Evelina, mica te la posso lasciare ogni volta a svolazzare per la stanza! E se viene una vicina di letto nuova, che facciamo, eh? Facile che mica le piace avere una cosa come quella che le vola intorno alla testa. Meglio farla uscire, dai.»
Evelina si sforza di parlare lentamente. Aprire le dita è una fatica logorante. Il viso è rigido e le giunture di legno scheggiato. «Ma io non voglio che esce. Mi piace che sta qui. E poi non è sempre la stessa. Non è possibile.»
Suor Agata arresta il suo lavorio affaccendato e scruta Evelina con gli occhi ridotti a due striscioline scure e le mani premute sui fianchi. Evelina sa cosa significa quella sguardo. Sta cercando di capire se sta vaneggiando. Si sforza ancora di più di parlare in modo chiaro e logico. «Di quelle ne ho disegnate tante ai… nei … no… nei libri di botanica. Non è una farfalla, è una falena. Saturnia Pyri, una delle più grandi in… Europa.» Lentamente la nebbia si dirada nella mente di Evelina.
«E perché viene sempre nella tua camera?»
«Te l’ho detto! Non è sempre la stessa, non è possibile! La saturnia vive solo uno o due giorni. Ci mette mesi e mesi a nutrirsi e crescere come larva e a diventare falena nella sua… crisalide, ma quando esce… sta già morendo. Come falena non può nutrirsi. Non ha un… apparato digerente.»
Suor Agata tace. Evelina sfodera un sorrisetto beffardo. «Ha giusto il tempo di accoppiarsi e deporre le uova. Poi muore e si ricomincia tutto da capo. Quindi quelle che vedi sono sempre saturnie diverse. Figlie, nipoti, bisnipoti. Una matrioska di falene!»
Suor Agata la osserva divertita. Il sorriso di Evelina sboccia ancora un po’. Più per il sollievo della propria lucidità che per il divertimento della suora, che non molla il proprio desiderio di disinfestazione e di metterla alla prova. «E va bene. Ma allora perché vengono sempre nella tua camera?»
«Si vede che gli piaccio! O magari sanno della mia vecchia carriera da illustratrice e vogliono un ritratto!»
Suo Agata boccheggia indecisa.
«Scherzo! Gli alberi qua fuori. Un pero e un melo. Sono gli alberi preferiti della saturnia per deporre le uova e per nascondere la crisalide.»
Suo Agata sospira. «E va bene, lascio stare la tua falena. Ma se la trovo morta qua dentro, la elimino, eh!»
Evelina sente il morso della tristezza e della paura del vuoto. Presto anche lei sarà eliminata. Il pensiero di cosa ne sarà di lei dopo la morte le dà le vertigini. Possibile che una vita intera finisca e non resti più nulla? Risponde mesta a Suor Agata. «Ma certo».
«Brava. Ora che ne dici di fare colazione?»
Evelina guarda perplessa il tavolino appeso sulle sue cosce. Sicuramente è stata Suor Agata a portarglielo. Prova a ricordare, cavalcando le onde infrante dei ricordi. «Oggi è lunedì.»
«Esatto» dice la piccola suora avvicinandosi al suo letto. «Su, mangiamo.»
Le solleva lo schienale del letto portandola in posizione quasi seduta, le mette un enorme tovagliolo attorno al collo. Evelina non ha idea se ha fame o meno. Ma è lunedì, è mattina. Ha sempre fame di mattina. Mangerà anche oggi. Come sempre. Per dare un senso alle cose, allo scorrere del tempo. Parlare l’ha affaticata. Le gira la testa, la lingua sembra mollica rafferma. Forse un po’ di tè la aiuterà.
Allunga la mano sulla tazza, ma il suo braccio sbaglia tutto. Travolge la tazza e piomba pesantemente sul tavolino. Un’onda di tè tiepido si rovescia sul viso di Suor Agata. Il velo è zuppo e chiazzato di tramonto, mentre il viso sbianca in un pallore lunare. «Evelina!»
Evelina non risponde. Cerca il controllo del suo corpo. Lo ha perso. La mano sinistra non reagisce. I biscotti creano una costellazione sconclusionata sulla coperta. La mano destra parte per rimediare al disastro, ma rovescia l’intero tavolino.
Suor Agata trascina lo sguardo dai resti mutilati della colazione al suo viso. Le lacrime le tracciano sulle guance la consapevolezza di un nuovo passo verso la fine.
Evelina volge lo sguardo sulla porta aperta. La solita vecchia avvizzita è a passeggio per i corridoi.
***
Apre gli occhi e se le ritrova in camera tutte e due.
La saturnia.
La vecchia.
Gli occhi rimbalzano da una all’altra. Una è appesa alla poltrona di velluto accanto al suo letto, l’altra è tornata nella sua posizione di prima accanto alla finestra. Alle spalle della vecchia. Gli occhietti circolari sulle ali maestose creano una corona intorno alla testa della visitatrice.
Quando era “prima”? La saturnia che decora il muro è a un passo dalla morte come lei? O ha appena iniziato a lottare con la fame della rinascita? E la vecchia accanto a lei, quanto tempo ha prima della fine? E lei stessa, quanto ha ancora, prima della fine?
«Quanto tempo è passato?»
«Quella non è la stessa saturnia che hai protetto da Suor Agata.»
«Come lo sai?»
«Quella ha deposto le uova ai piedi del pero qui fuori. È morta poco dopo. Ho bruciato il suo corpo.»
«Perché lo hai fatto?»
«Per celebrare un nuovo inizio. Tu, Evelina, non lo vuoi un nuovo inizio?»
I pensieri nella testa si sciolgono e le parole nella bocca si rimescolano. Il viso della vecchia e le ali della saturnia si sovrappongono in un’unica maschera.
Domande di fine e di inizio aspettano risposte.
Evelina chiude gli occhi.
Tutto di lei è pesante.
Persino i pensieri.
Persino le parole.
Persino le risposte.
Ogni cellula del suo corpo.
Evelina apre gli occhi.
Attratta dal desiderio di rispondere.
Tirata, come un filo di seta tessuto in una crisalide.
Le risposte non le ha.
Il desiderio la chiama e lei segue il suo filo di seta.
Affonda nel desiderio.
La vecchia è sempre lì.
Con tutte le volte che l’ha vista aggirarsi per i corridoi, ha sempre pensato a lei come “la vecchia”. Come se lei fosse una ragazzetta giovane e liscia.
Non sa nemmeno il suo nome.
«Come ti chiami?»
Lei fa spallucce. «Che differenza fa? Stai per morire. E se così non fosse, te lo dimenticheresti comunque.»
Evelina sente lo stomaco avvilupparsi in un vortice di pensieri ed emozioni. Come osa, questa vecchiaccia? Però è vero, sto per morire. Ho ancora paura della fine. Ho meno paura della fine. Perché ho meno paura della fine? Cosa ci fa lei, qui? Come osa, questa vecchiaccia?
«Stai in questa camera, ora?»
«Sono qui, no?»
«Quindi è la tua camera?»
La guarda. Sbuffa. Non risponde.
Evelina fa strisciare lo sguardo sulle pareti. «Dov’è la saturnia?»
«Oh, non ti preoccupare. È sempre qui.»
Evelina prova a sollevare la testa come ha fatto (Quando? Quando è successo?)con Suor Agata, ma la testa non si scolla dal cuscino. Prova a farsi forza sulle braccia, ma quelle, traditrici, non si muovono. Le ha perse. Loro sono già morte.
Sta lasciando il mondo un pezzo alla volta.
Prova ancora. La sua testa chiede al suo corpo di agire, ma il suo corpo non è che una prigione di ossa. La trattiene nel mondo per scherzo.
E non vede la saturnia. La vecchia dice che è lì, ma Evelina non la vede. «Stai mentendo. La saturnia non c’è.»
«Io non mento.»
Evelina è troppo stanca. Aspetta che anche questo giorno le scivoli addosso con il suo ciclo di eterne ripetizioni.
Chiude gli occhi.
Ingolla pasticche.
Mangia.
Beve.
Evacua.
Si fa girare e pulire.
Dorme.
Il canone cambia la forma, ma non la sostanza.
Farsi iniettare lo stordimento dal dolore.
Ingollare acquagel.
Deglutire melma calorica.
Farsi pulire e girare.
Il suo corpo è stretto, fermo, chiuso, spento. In bilico sulla fine, che oscilla da una suora all’altra, tra preghiere e convenevoli a cui non sa più rispondere.
Le manca il respiro.
Apre gli occhi.
Due cerchi neri striati di bianco e rosso le baluginano davanti.
«La saturnia è sempre qui. Non può essere altrove o in un altro tempo. Lei è proprio qui. Nella sua fine, c’è il nuovo inizio, la sua trasformazione. La sua fine è anche inizio, Evelina. La saturnia è proprio qui. Sei con lei, nei suoi occhi di velluto che mascherano le sue ali. Sei dentro alla sua fine e puoi vedere la tua fine. E se lo vuoi, puoi avere un nuovo inizio.»
«Come?»
«Devi fare come lei. Abbraccia la morte, le tue spoglie mortali.»
«Questo corpo che mi tiene prigioniera e mi toglie il respiro?»
«Ne sei proprio sicura?»
Ne è sicura?
Anche il respiro deve finire per poter rinascere.
Il primo respiro del neonato non è il primo.
Prima del primo respiro c’è il corpo, che è mente, è sensi, è acqua, è minuscolo, è infinito, una sfera, senza inizio né fine. Ma un inizio lo ha avuto. E se ha un inizio, ha anche una fine.
La sua prigione di ossa dove inizia? Dal cranio? Dalle dita dei piedi? Nei suoi pensieri o nel battito del cuore? Forse nella pelle che fa da custode al suo corpo.
Ma se muore e abbraccia la fine, quella prigione, che resta come testimone della sua vita vissuta, è vuota.
Allora la prigione di ossa è una bugia. Non può testimoniare la vita, se è intrisa di morte.
Eppure quella prigione è verità, perché trattiene, come istantanee, le tracce di ciò che fu vissuto.
Coma la saturnia, moriamo per fame di vita.
Come una canzone, che se glielo concediamo prosegue ad libitum.
Come la saturnia, nella nostra fine, deponiamo il nuovo inizio.
Come la saturnia, siamo dentro al continuum di vita e more, dove l’una è infinita prosecuzione dell’altra.
Deve scegliere la fine, per andare incontro al suo inizio.
***
Suor Lisa bussa, ma sa che non avrà risposta. Lo fa più per rispetto e abitudine.
Entra e inizia a riordinare.
Apre la finestra per far entrare la luce e l’aria pulita.
Passa il panno umido sul comodino con attenzione, avendo cura di lasciare le piccole cose di Evelina come piacciono a lei.
Si muove con la leggerezza di un uccellino, per non fare rumore.
Evelina non si sveglia.
Il seno, svuotato dall’intervento di due anni fa, si alza e si abbassa troppo in fretta. Di tanto in tanto Evelina biascica parole che hanno senso solo ovunque si trovi la sua mente ora.
Il dottor Martini l’ha visitata. Non ha detto una parola. Ha sospirato e ha accennato un lieve “sì” con la testa.
«Voglio il nuovo inizio. Cosa devo fare?»
«Morire.»
«Questo lo so. Cos’altro?»
«Cercalo.»
«Cosa?»
«L’inizio. Nella tua vita. Il punto in cui senti che la fine e l’inizio sono legati in un unico cerchio.»
«E se non lo trovo?»
«E che fretta c’è?»
«Sto per morire! Cosa succede se non trovo l’inizio prima di morire?»
la vecchia ride una risata argentina di bimba. «Credevo avessi capito! Non puoi trovare la fine se non trovi anche l’inizio!»
Evelina sorride.
Sospira.
Accenna un lieve “Sì” con la testa.
Evelina è nel suo letto, nella sua stanza, nella casa di risposo della Fondazione San Francesco. Evelina è con la saturnia e cerca. Sente. Vede.
Vede i giorni tutti uguali con le suore e le altre vecchie della casa di riposo. Imboccata, cambiata, addormentata. Un’eterna sequenza di fermo immagine senza tempo. Non c’è differenza tra essere vecchia e moribonda o neonata che esplode di vita.
Si era sbagliata.
Il suo corpo non è rotto, stretto, chiuso.
Steso nel letto, il suo corpo è infinito. Sente chiaramente il cuscino sotto la testa. Il lenzuolo che si tende sulle unghie dei piedi.
Ma i suoi piedi si protendono oltre il lenzuolo, la sua testa, tutto di lei tende all’infinito. Tutto di lei è in quel momento e in ogni altro della sua vita. È nel ventre di sua madre, nutrita tramite il suo corpo, che le dà il respiro, in attesa del primo respiro. È nel suo letto in attesa dell’ultimo respiro.
Sua madre custodisce lei nel suo corpo e lei nel suo corpicino custodisce già gli ovuli che daranno la vita alle sue figlie. Le sue figlie che presto la saluteranno per l’ultima volta, che hanno avuto dei figli e delle figlie che a loro volta custodiscono gli ovuli da cui potrà nascere nuova vita (e nuova morte).
Non c’è fine.
Non c’è inizio.
C’è vita e morte, insieme, in un unico tutto.
C’è la musica, che emerge dalla vita, dall’universo, che traduciamo in canzoni che potrebbero andare avanti per sempre.
Perché lo facciamo?
Perché ci dà le vertigini pensare che ciò che creiamo possa proseguire all’infinito, oltre noi, che siamo finiti.
Ma il cielo è sempre più bluuu
Ma la fine è trasformazione.
Dunque, non è fine.
Suor Lisa e Suor Agata si tengono la mano accanto al letto di Evelina.
«Ho chiamato il dottore e le figlie» dice Suor Agata sottovoce.
«Quando arrivano?»
«Cinque minuti.»
Restano accanto alla piccola donna smagrita nel letto.
Suor Lisa dovrebbe pregare. Stringe il rosario tra le mani per dare almeno l’impressione che lo stia facendo davvero, ma la sua preghiera non è mai una di quelle lì.
Non ci riesce.
Nella sua preghiera a fianco del passaggio della morte, Suor Lisa benedice Evelina con le lacrime e la celebra con i ricordi.
Com’era quando è arrivata, la sua eleganza, l’accento del sud Italia, la fatica a socializzare, i disegni di fiori e insetti con cui hanno tappezzato la casa di riposo.
Le figlie di Evelina entrano.
Il respiro di Evelina si fa affannoso.
Gli occhi sono chiusi, ma la bocca si apre e si chiude affamata di aria e parole.
Il braccio sinistro, immobile da giorni, si tende. Le dita protese verso le donne nella stanza.
Sara, la figlia maggiore, prende la mano di Evelina. Teresa le carezza i capelli d’argento.
«Tranquilla, mamma.»
«Siamo con te.»
Evelina stringe la mano e sorride.
Le labbra sempre socchiuse.
Suor Lisa e Suor Agata si stringono.
Il respiro di Evelina è breve.
Un’inspirazione profonda.
Una lieve apnea.
E un’espirazione che saluta l’ultimo battito del cuore.
Evelina chiude gli occhi.
«Come ti chiami?» domanda di nuovo alla vecchia bambina.
«Ha importanza?»
«Sono curiosa. Tanto tra poco lo avrò dimenticato. Tra poco non saprò più nulla. Tutto da rifare.»
«Ah, ma non proprio tutto tutto. Dimentichiamo, ma tutte le nostre storie restano con noi. Sempre.»
«Sei la saturnia?»
«Non lo è ogni creatura?»
La vecchia bambina sorride ed Evelina sorride con lei.
Un unico sorriso custodito dal disegno infinito di ali di velluto.
«Chi lo avrebbe detto che sarei morta con il sorriso sulle labbra.»
La vecchia fa un’altra delle sue risate di bimba. «Sono gli inizi migliori.»
«Grazie» Evelina tende la mano verso la sua compagna.
Le dita si legano in un intreccio senza inizio né fine.
Evelina sente una tensione (familiare) nuova. Una scarica elettrica la attraversa. Un richiamo la attrae verso sé e lei non resiste.
È fame di vita e non può dire di no.
«Tranquilla» dice la compagna. «Siamo con te.»
Ode l’eco delle voci che hanno costellato la sua vita e il richiamo delle voci che ne faranno parte.
Evelina sorride.
Evelina apre gli occhi.
***
Suor Agata trova la saturnia pyri morta accanto al letto vuoto di Evelina.
Il vento deve averla spinta fino a lì.
Si china e la raccoglie.
È più grande della sua mano.
Il disegno dipinto sulle ali di velluto è il disegno di Dio.
Infinito.
L’autrice
Linda Covato (1985) ha iniziato a leggere Stephen King a 11 anni e da lì è nato l’amore per le storie scomode, dove i mostri e le domande che ci vengono sbattute in faccia fanno paura e ci mettono davanti a scelte che non vorremmo prendere. Appassionata di lingue e teatro da sempre, ha partecipato alla traduzione dall’arabo di Il Bell’Ebreo di ‘Ali al-Muqri (Piemme) e alla scrittura del copione di Il Ladro di Anime ispirato all’album “Storia di un impiegato” di Fabrizio de André. Scrive weird fantasy che mettono in crisi lo status quo e quelle che chiamano “certezze”.
Illustrazione di Elisa Borghi
