Il Re

[Racconto precedentemente pubblicato su Specularia Dicarta numero tre]

La stazione di servizio è un miraggio. Non ci sono altre spiegazioni. La vedo ingigantirsi al centro dello spiazzo che secondo il navigatore non dovrebbe esserci via via che l’auto si trascina lenta, pachidermica, verso l’installazione monumentale. Una legione di pompe di benzina, le prime delle quali avvolte in sacchi neri, sovrastate da una tettoia faraonica. Una cattedrale di cemento in mezzo al nulla. Tutt’intorno, crostoni di roccia punteggiati di malva del deserto si estendono per un’infinità di miglia in ogni direzione.

Grazie a Dio, penso, scacciando un senso di vertigine. Dopotutto, sembra che non creperò come il protagonista di un racconto horror.

Forse.

Nell’istante in cui l’auto scivola sotto l’ombra della tettoia come un cane andato a morire sotto il portico, l’alito dell’aria condizionata svanisce. Un colpo di tosse dal motore. Fruscio sommesso. Silenzio.

Poggio la fronte sul volante. Bene. Cercavo ispirazione per il prossimo romanzo? Eccomi servito. Sono solo nel deserto. La macchina è a secco e, se entro cinque minuti non trovo una presa, potrò dare l’estrema unzione anche al cellulare. King descriverebbe la mia situazione come quindici chili di merda in un sacco da dieci. Non so come gli escano certe frasi, ma anch’io ne ho infilate un paio buone, di recente.

Sbircio il borsello sul sedile del passeggero. La chiavetta USB con il file ANCORA_SENZA_TITOLO_MIKE_AIUTAMI.pdf è lì dentro, in un calzino appallottolato. Il pensiero del mio agente che la infila nel portatile e mi scocca un’occhiataccia mi fa sorridere. Così come l’immagine di quella stronza imperiale della mia capa, Betty Worly, che mi ordina di sradicare un calzino risucchiato da una delle lavatrici un attimo prima di ritrovarsi con una copia omaggio del mio bestseller in una mano e nell’altra un biglietto di sola andata per Fanculandia.

Mi allaccio il borsello. Faccio un respiro profondo e apro la portiera. Passare dall’aria condizionata alla fornace dell’area di sosta è come inciampare e finire dritti all’inferno.

La stazione è spazzata da un vento ruvido, cocente. Mi copro il volto con la manica mentre osservo i sacchi neri avvolti attorno alle pompe. Muovo qualche passo. Ne conto dieci, quindici.

«E dai, no.»

Invece sì. Provo a controllare le più lontane, fino all’ultima, merdosa diciannovesima colonnina, ma è tutto fuori uso. Le pubblicità appese ai piloni sono illeggibili, abrase dalla sabbia e dal tempo.

Un giorno scriverò di questo momento. Garantito. Si può dire che le situazioni tragicomiche siano il mio carburante. Ogni tanto mi ci ficco apposta solo per il gusto di vedere che succede: lascio il portafoglio a casa, salgo sulla metro sbagliata. Quando ho il turno di notte alla lavanderia, aspetto che i clienti si addormentino al rombo soporifero delle centrifughe e scambio i vestiti nei cestelli, per poi gustarmi i battibecchi. Una volta ho chiuso le chiavi dentro l’auto per la curiosità di osservare un vero pompiere all’opera. E ieri ho optato per guidare per duemila miglia invece di prendere l’aereo. A noi scrittori serve questa roba. Non trovi tutto su Internet, certe cose vanno vissute…

«Fanculo!» sbraito, tirando un calcio a un pilone. «Fanculo, fanculo!»

L’ululato del vento fa frusciare i sacchi neri legati attorno alle pompe. Ecco perché il navigatore non segnalava l’area. Sfilo il cellulare dalla tasca. Tre percento di batteria. Fantastico. Mentre cammino verso l’edificio piatto, compongo il numero di Mike. Due squilli. Tre.

«Casa Donovan. Per parlare con l’amico Mike, digitare uno. Per parlare con l’agente Donovan e dargli la splendida notizia che l’editore ha finalmente deciso di pagargli gli ultimi bonifici, perché resto il tuo agente letterario anche se ci conosciamo dal nido, digitare…»

«Non fare lo stronzo.»

Dall’altra parte, Mike ride. «Allora, grande scrittore? A che punto sei?»

«Proprio nel mezzo» ribatto. La sabbia scricchiola sotto le suole. «Al centro preciso di un mare di merda.»

«Fammi indovinare: ti sei fermato in una pittoresca tavola calda in cerca d’ispirazione e ti hanno fregato il borsello. Di nuovo.»

«Peggio.»

«Sei già a Reno?»

«Mi ci vorranno come minimo altre cento miglia. Senti, puoi guardare su Google? Sono disperso nel nulla, zero batteria e zero benzina.»

«Gesù, Tom.» Ticchettio di tasti. «Ok, dimmi dove sei.»

Mi accorgo di non averne idea. La porta della stazione è incatenata con grossi lucchetti arrugginiti. Le finestre sono tappezzate da fogli di giornale talmente ingialliti che se mi mettessi a leggerli troverei una foto di Jackie Kennedy in tailleur rosa. Lungo il telaio c’è una lunga riga di schifo nero che associo per istinto a ragni e scorpioni annidati.

«Major Tom, mi riceve?»

Mi riscuoto. «Sì, scusa. È strano, non ci sono insegne. Prova a scrivere “Winnemucca”. È stata l’ultima città. Mi ci sono fermato nemmeno…»

Click.

Le parole “due ore fa” mi diventano aceto in bocca. Guardo lo schermo dell’iPhone: nero. Kaputt. Nella mente aleggia, fantasmagorica, un’altra delle frasi di King: Nessuno dovrebbe pensare all’inverno, in agosto. È come un presagio di morte.

Sento il fiato accelerarmi. Ok, ho un problema e non so come risolverlo. Ricordo di essermi già sentito così. È stato l’anno scorso, quando ho inviato a Mike la prima stesura e lui mi ha risposto con una lunga email che iniziava con tante di quelle lusinghe che ho annusato subito la puzza di merda. Diverse righe più sotto mi faceva presente, con odiosa delicatezza, che il protagonista non avrebbe mai lasciato andare la figlia piccola in gita con uno sconosciuto, dopo aver perso la primogenita proprio per uno stupro. Non gli ho risposto per giorni, ma aveva ragione, naturalmente. Solo che non volevo ammetterlo. Su quella decisione si fondava l’intera trama.

E ora eccomi qui: stessa situazione, ma reale. Non so se il mio passo falso sia stato non comprare abbastanza acqua a Winnemucca, lasciare a casa il caricabatterie o intestardirmi, per scaramanzia, a portare di persona il file a Mike. Il risultato non cambia: sono fottuto.

Un tintinnare di campanelli mi fa quasi cacciare un urlo. Mi giro di scatto verso la porta della stazione di servizio. Sigillata. Mi volto verso l’auto, perplesso. Ha un’aria abbandonata e polverosa, come se avesse sempre fatto parte di questo luogo.

«C’è qualcuno?»

Nell’istante in cui l’eco della mia voce si spegne il tintinnio ritorna, accompagnato da un sottofondo di passi. Faccio in tempo a scorgere la scarpa nera di qualcuno svoltare l’angolo della stazione, poi una porta sul retro si apre e richiude e i passi vengono inghiottiti dall’edificio.

«Ehi!» esclamo. Calpesto montagnole di polvere, calcio assi sbianchite dal sole. Mi sento il sorriso stampato in faccia. Sei un bastardo fortunato, mi dico. Deve esserci un parcheggio sul retro. Come minimo c’è anche una tavola calda. In effetti, un piatto di patatine annegate nel ketchup e una coca ghiacciata ci starebbero alla grande.

Svolto l’angolo e scopro che avevo ragione: ci sono davvero altre auto. Uno stuolo, nemmeno ci fosse un drive-in. Ne scorgo una che mi ricorda la vecchia macchina che avevo da ragazzo. Le ruote sono esplose, le portiere sradicate. Grovigli di piante polverose stritolano la carrozzeria arrugginita. Le altre paiono in buono stato, sebbene sembrino fossili. Niente diner, però. Solo una porta nera con su una locandina che è un pugno di colori vividi. Qualcuno con pessime doti grafiche ha creato un fotomontaggio mixando un campo di rose rosse e una casa famosissima: è in stile castello, protetta dal cancello dalle inferriate diaboliche davanti al quale migliaia di fan del Re si appostano ogni anno per riuscire a strappargli un autografo o sbirciarlo mentre innaffia il giardino, immerso nel silenzio della Sacra Ispirazione. Cuckold letterari.

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“L’UOMO IN NERO FUGGÌ NEL DESERTO E LO SCRITTORE LO SEGUÌ”

«Ma che stronzata» sbotto. Non solo sono bloccato in questo inferno dimenticato da Dio, devo anche sopportare la pubblicità di un museo sul mio autore preferito a chissà quante miglia. Inesatta, per di più: l’incipit della saga della Torre Nera inizia parlando di un pistolero, non di uno scrittore.

«Dilettanti» borbotto, ma poi guardo meglio. Non si fa accenno a indirizzi. Sbircio attorno: questa è l’unica porta. Ci premo contro l’orecchio. Mi pare che all’interno risuoni una musichetta da ascensore. E voci, senz’altro dei turisti che ho intravisto prima.

Mi piazzo le mani sui fianchi, ma so già come andrà a finire. Posso raccontarmi tutte le palle del mondo sulla batteria a terra, la sete, la sensazione di friggere come un tuorlo sotto il sole, ma la verità è che le endorfine mi stanno salendo alla testa. Ok, può sembrare patetico, ma non ricordo di essermi mai sentito più elettrizzato in vita mia. Un museo su Stephen King. Qui. Nell’assoluto cazzo di nulla del Nevada.

Sorrido. In fondo, l’idea di Mike che inizia a leggere il libro con l’espressione indecifrabile di un Moai è meno allettante della prospettiva di morire di sete nel deserto. E poi, dentro troverò un telefono. Mi passo la mano sulla nuca: umida di sudore.

«Aria condizionata all’interno» mi giustifico ed entro nella Torre Nera.

L’ambiente refrigerato mi strappa un mugolio di piacere. Registro a malapena il fatto che le voci si stanno allontanando. Una porta si chiude da qualche parte a destra e io resto solo con il ronzio del climatizzatore e la voce sciropposa di Elvis dagli altoparlanti.

I’m gonna stick like glue, stick because I’m stuck on you…

«Ehilà?»

Sono in uno stanzone diviso in due ambienti diseguali da una serie di tornelli, tipo metropolitana. I muri sono candidi, il pavimento rosso. Nell’antisala in cui mi trovo troneggia un bancone di legno. Sopra abbondano le solite carabattole acchiappaturisti: calamite, un espositore girevole di tascabili, cappellini, t-shirt. Di lato, un raccoglitore a piantana di libri in paperback. I quotidiani ai vetri rimpastano i raggi solari in un alone seppiato, farinoso.

Il museo vero e proprio è sulla destra, un pugno di teche illuminate da faretti. Individuo un distributore d’acqua velato da deliziosa brina. Alle pareti immacolate spiccano locandine dei film tratti dai romanzi del Re. Riconosco Carrie, Shining, perfino il poster de Il tagliaerbe. Altre, però, non le ho mai viste. In una, un tizio è seduto di spalle a un portatile. Un’altra ritrae un’auto, ma non è una Buick, né la Plymouth Fury di Christine.

Mi sporgo dai tornelli, ma sono troppo lontano per distinguere le scritte. Sento il cuore fare una capriola. Che siano anteprime di prossimi film? Prime edizioni?

La sbarra di ferro mi si pianta nello stomaco. Grugnisco. Non mi ero accorto di aver provato a spingerla.

Mi guardo attorno. Il bancone è deserto. Dietro il raccoglitore di tascabili in sconto però c’è un tizio intento a sistemare la merce.

«Ehi, come va?» lo saluto. «Sono rimasto piantato con l’auto e il cellulare. Potrei metterlo in carica?»

Silenzio.

«Cioè, lo compro, un biglietto, eh» mi affretto ad aggiungere. «Questo posto è una bomba.»

Il tipo mi ignora e io mi domando se in questo buco sperso nel nulla ci sia un sistema di telecamere che mi inchioderebbe, se gli spaccassi la faccia. In genere non sono un tipo violento, ma mi pare di aver mandato giù abbastanza merda per oggi. Ho la camicia appiccicata alla schiena. Il condizionatore mi sta gelando il sudore addosso.

«Allora?» insisto, avvicinandomi. «C’è qualche problema?»

Nel momento in cui aggiro il raccoglitore e arrivo davanti al tipo, ho la risposta.

Un uomo dal volto piacente, vestito da prete, mi accoglie con un gran sorriso rosso sangue. Tiene le braccia allargate come un predicatore, i palmi rivolti verso il basso.

«Cazzo!» non mi trattengo dall’esclamare. «L’uomo in nero!»

Resto sbalordito a fissarlo. Dove diavolo hanno trovato un modellino a grandezza naturale? Su eBay so per certo che non c’è. Quando l’idea dell’antagonista, lo stupratore, aveva iniziato a infestarmi mentre scrivevo il romanzo, ho passato settimane a cercare qualcosa di simile. Era come avere un ragno in testa che non smetteva di ticchettare con le zampe, tessendo ragnatele nei lunghi corridoi pieni di porte della mia mente.

Mi avvicino. I boccoli neri sono impolverati, la pelle scrostata dove la plastica ha iniziato a cedere al peso del tempo. Sul palmo destro, un pulsante e due fessure per monete.

Ho il coraggio?

Puoi, Paul?, come ha scritto il Re in Misery non deve morire?

Pesco dalla tasca qualche quartino.

Posso.

Pigio il tasto. Il meccanismo sputa fuori un biglietto.

Visitatore #00019

Tu vuoi sapere cosa c’è oltre.

Sapere ti farà impazzire

Ma presto o tardi entrerai.

Non potrai farne a meno.

Buona visita! 🙂

Ho letto troppe volte L’ultimo cavaliere per non riconoscere la citazione. Di colpo, l’incazzatura passa, sostituita da una curiosità bruciante. Da quanto tempo non mi capita una vera avventura? Da quanto non faccio che scrivere come uno zombie roba su commissione, senza mai dedicarmi a un progetto mio? Ore di emicranie, occhi che bruciano, e per cosa? Cento dollari di royalties all’anno. Da aggiungere ai sontuosissimi quindicimila scarsi che tiro su strofinando via la puzza di culo dalle sedie della lavanderia. Fanculo, me la merito questa gita.

Inserisco il biglietto nel tornello. La sbarra scorre fluida. Un passo e sono dall’altra parte.

La prima cosa che noto è che in quest’area la musica è più nitida. Eppure mi basta girarmi per vedere il bancone e la statua di Walter O’Dim. Dev’essere per qualche effetto architettonico. Annuso. Rose? Come quelle del campo in cui sorge la Torre Nera?

«Hanno fatto le cose in grande.»

Mi guardo attorno. Subito individuo un tavolo con un grosso numero uno. Sopra, perfettamente impilata, una risma di fogli accanto a un bicchiere pieno di matite.

La tentazione è irrefrenabile. Devo farlo.

Disegnare un pene e scappare.

Lo so, non ho più dieci anni, ma curerebbe il mio bambino interiore. Giusto? Non è così che dicono gli psicologi oggi? Poi vedo la lista delle istruzioni.

IL GIOCO DELLA TORRE

Nella saga, ogni piano dell’esistenza gravita intorno alla Torre. Ciascuno ha delle inesattezze e differenze rispetto a quello di partenza. Sei pronto a scoprire se il tuo è il mondo reale?

1- Prendi carta e matita

2 – Trova gli errori (senza sbirciare su Internet!)

3 – “Vai, allora: ci sono altri mondi oltre a questo.”

Devo trattenermi per non cacciare uno strillo da teenager al concerto di una boyband. Le citazioni si sprecano. Chiunque abbia ideato questa mostra è un genio. O uno che conosce Stephen King almeno quanto me.

Sfilo un foglio e una matita, ma prima di iniziare il tour corro al distributore dell’acqua e ne scolo mezzo litro. Ci voleva proprio, ora sono pronto.

Le prime teche contengono informazioni di base: dov’è nato l’autore, da chi, quando. Gran parte di questa roba l’ho letta su mille articoli e in Tutto su Stephen King, un compendio sulla vita del Re uscito qualche anno fa, pieno di documenti originali e chicche golose. Ma non me la prendo. È una tecnica narrativa: l’inizio ti fa entrare nella vita del protagonista, poi succede qualcosa.

Dalla stanza accanto mi arriva, ovattata, la voce di un altro visitatore. Di sicuro commenta l’esposizione con un compagno di viaggio. Ka-tet, penso e sorrido. Peccato che la stazione sia così piccola. Vorrei che la mostra non finisse mai.

Continuo a setacciare le teche sull’infanzia del Re, ma non trovo errori.

Il primo scritto di King venne pubblicato sulla fan magazine Comics Review? Mi pare di sì.

Perse la scaletta di tutta la saga della Torre dopo una bevuta al bar? Altro sì, ricordo di averlo letto. Io mi sarei sparato.

Al campus, King conobbe Merla Swanson a un picnic e, un anno e mezzo più tardi, la sposò?

Sgrano gli occhi. Questa è una palla grossa come una casa. La moglie di King si chiama Tabitha, lo sanno tutti. Alzo lo sguardo. La notizia è sotto le locandine fasulle che avevo notato dai tornelli.

«Uu-uh! Strike!» La segno sul foglio calcando alla grande.

Me lo ripiego in tasca e cerco la teca successiva, la diciannovesima. Al suo posto c’è una porta nera. È quella che dà sulla seconda stanza. Per un attimo mi chiedo se non dovrei rifare il giro in cerca di errori sfuggiti, ma ho troppa voglia di proseguire. La ricorrenza del diciannove mi stuzzica, questi tizi hanno organizzato tutto nei dettagli. Premo il palmo sull’anta e spingo.

Nell’istante in cui metto piede nella seconda sala un’altra porta, stavolta a sinistra, si richiude appena in tempo perché io veda una scarpa da ginnastica nera sparire nella stanza successiva. Da lì proviene un grande oooh di sorpresa e io ridacchio. Tre stanze, grazie a Dio. E io che pensavo che questa fosse l’ultima.

Riparto a caccia. Quest’area sembra più grande della precedente: c’è più spazio di camminamento tra le teche, che sono molto capienti e contengono manoscritti, foto, autografi. Contro una parete c’è un divano rosso a sei piazze di fronte a un tavolino. Accanto, un distributore dell’acqua brinato. In sottofondo gli altoparlanti propongono la stessa canzone di Elvis.

Hide in the kitchen, hide in the hall, ain’t gonna do you no good at all…

Mi tuffo tra i dettagli del giovane King, pronto a commuovermi leggendo di lui e Tabby che vivevano in una roulotte poveri in canna, ma ciò che espone la prima teca non ha nulla a che fare con questo.

Sotto il vetro giace la gigantografia di una poesia che da ragazzo King scrisse sull’uomo in nero, un figuro oscuro che lo ossessionava. Ricordo di aver letto che ne era come braccato e che per questo motivo finì per inserirlo in quasi tutte le sue opere: in alcune con il vero nome, Randall Flagg, ma in altre, saga compresa, celandolo sotto falsi volti. Talora senza volerlo, come nel caso di Cuori in Atlantide, in cui un personaggio ha le sue iniziali.

Le prime righe dell’opera sono troppo lontane, confuse in cima alla lunga teca di vetro, ma le ultime riesco a leggerle. Sotto i miei occhi si dipanano parole ipnotiche, contorte, il cui significato ingolfa e soffoca gli ingranaggi del pensiero:

e in un fulmineo lampo di odio e solitudine

Gelido come il nucleo di un sole

Ho stuprato una ragazza in un campo di grano

E l’ho lasciata distesa con il pane virginale

Un sacrificio selvaggio

E un segnale per quelli che strisciano lungo strade note…1

In bocca si gonfia una palla viscida. Tossisco e mi stacco dalla teca, indietreggiando. Sento un fruscio alle spalle, il cuore schizza a mille. Colpisco qualcosa coi polpacci e ci piombo sopra. Per fortuna è il divano. Vedo un bicchier d’acqua già spillata nel distributore qui accanto e lo trangugio.

Dio. Per un attimo ho avuto l’impressione che quella poesia parlasse di me. No: che King avesse frugato nella mia testa, spostando idee e ossessioni fino a intrufolare le dita tra le interiora del mio romanzo. Un po’ come Roland, il protagonista della saga della Torre Nera, che nel secondo libro si diffonde nella testa di altri personaggi e ne manovra i corpi. È questo che ha fatto l’uomo in nero con King? Ha violato la sua intimità ed è apparso nei suoi incubi, gli ha sorriso dall’altra parte della strada, sbocciando come un tumore tra le righe dei suoi scritti?

E l’ho lasciata distesa con il pane virginale, un sacrificio selvaggio e un segno per quelli che strisciano…

Nonostante l’aria condizionata, ho le vertigini. Stringo d’istinto la cinghia del borsello. Mi sento invadere da paure che in genere tendo a reprimere. Ripenso alla chiavetta USB, al file a cui non ho nemmeno dato un titolo. Non l’ho fatto per pigrizia. La verità è che…

Mi friziono i capelli. Dio, quanto mi odio. Il fatto è che tutta la storia del viaggio, della paura di una risposta scritta da Mike… è una palla. Alibi che mi sono inventato per non ammettere a me stesso che, sebbene abbia sputato sangue per revisionare il romanzo, ciò che ho messo insieme è un garbuglio di pagine scopiazzate, idee stantie e personaggi che vagano in un labirinto di buchi di trama e cliché senza fine. Il solo pensiero di Mike che legge quella merda mi fa stare male. Ecco perché sono partito con il serbatoio a secco, una misera bottiglia d’acqua e senza caricabatterie. La verità – sorpresa sorpresa – è che non ci volevo arrivare affatto, da Mike. Andiamo, chi mai avrebbe voluto, al mio posto? Stare lì, crocifisso sotto il suo sguardo che diventa da speranzoso a dubbioso, per poi scolorire nel disinteresse mentre legge quello schifo. Il mio schifo, uno schifo che ho impiegato mesi a scrivere, dando tutto me stesso. Uno schifo che non si può riparare. Come Roland fuggo dai miei errori ma quelli, al pari dell’oscurità, sono più veloci della luce e sono qui ad attendermi.

No, Tom, tu non fuggi. Non ne sei all’altezza. Tu sei tra quelli che strisciano.

La consapevolezza che non sarò mai come King, che nessuno si emozionerà mai in un mio museo, mi schiaccia. Resterò uno scribacchino da cento dollari l’anno, invischiato in un eterno duplicarsi di lavoretti occasionali indistinguibili e alienanti, mentre il mondo va avanti. Tom Sheldon, lo scrittore fallito che sotto sotto è ancora il brufoloso quindicenne che sgobbava fino alle tre di notte al diner solo per portare a casa un petto di pollo grigiastro da dividere con la madre, allettata e con i piedi rancidi per il diabete.

Nella stanza a fianco deflagra un fragoroso applauso mentre io fisso i miei, di piedi, avvolti in un paio di scarpe da ginnastica nere. Devo riprendermi. Forse oggi non sono in gamba come King, ma magari un giorno. Se continuerò a studiare narratologia. Se resterò concentrato. Se, se, se.

Poggio il bicchiere svuotato sul tavolino davanti a me, tra altri sei in stadi diversi di decomposizione, e mi rialzo.

Un altro fruscio.

Cercando d’ignorare il frastuono del cuore che pompa impazzito, scruto le teche immobili.

Nessuno. La stanza è l’apoteosi di tutti i deserti.

Che sia entrato un altro visitatore? Se fosse così, potrei chiedergli aiuto. Magari mi lascerebbe fare una telefonata, o…

Sì, Tom, e forse è una mora paffutella e sorridente che ti sussurrerebbe un titolo per il tuo romanzo dopo avertelo succhiato, ma la verità è che King aveva ragione quando ha scritto che il cervello, lasciato a sé stesso, finisce per divorarsi. Piantala di stringere il buco del culo per i fantasmi. Sai per certo che nella prossima stanza c’è un altro visitatore, no? E allora vai avanti, pistolero. Commala come-come.

Inspiro a fondo. E va bene. Allungo il passo verso la prossima stanza, apro la porta. Nell’istante in cui lo faccio, un’altra, in un punto lontanissimo, si spalanca e subito si richiude. Faccio appena in tempo a scorgere una scarpa da ginnastica che la attraversa. Nera.

«Oh…»

Mi congelo, inchiodato dalla vertigine per le inaspettate dimensioni della sala. È mastodontica, con muri vertiginosi che s’innalzano verso un soffitto rosso identico al pavimento. Tra le teche si aprono ampi corridoi in cui potrebbero stare affiancate cinquanta persone. Su ogni lato, file sterminate di divani rossi si accostano a plotoni di distributori d’acqua. E al centro del salone, frusciante per i getti dei climatizzatori, un campo di rose e grano dove l’erba è stata schiacciata.

Sento la mente inclinarsi mentre dagli altoparlanti la voce di Elvis intona: ‘cause once I catch ya, and the kissin’ stars, a team of wild horses couldn’t tear us apart, e in un fulmineo lampo di odio e solitudine ho stuprato una ragazza e l’ho lasciata distesa in un campo di grano…

Il profumo delle rose è morboso, stordente. I pensieri e le domande si rincorrono senza trovare via d’uscita. Muovo un passo, ma inciampo e quasi rovino per terra. Mi giro di scatto: sul pavimento c’è un groviglio di borselli, forse caduti ad altri turisti. Tutti identici.

Mi aggrappo allo stipite, ansimando. Devo andarmene da qui. Con il cuore che stantuffa nel petto, per quanto l’idea di dare le spalle a questo gigantesco spazio sia ributtante, mi giro verso la porta e la spalanco.

Sul divano della sala precedente c’è un uomo. Sta sorseggiando acqua da un bicchiere di plastica.

«Ehi!» lo chiamo. «Grazie a Dio. Senta, so che sembro suonato, ma c’è qualcosa di strano qui. Potrebbe dirmi se ha visto il proprietario di questo posto? Vorrei dirgliene quattro.»

Quello non reagisce. Per un attimo mi nausea l’idea che quella di fronte a me sia la statua dell’uomo in nero, ma il tizio è indubbiamente vivo. Si muove, sospira, si guarda i piedi. Io mi strofino il sudore sulla faccia con la manica. Per qualche irrazionale motivo, non voglio attraversare la soglia.

«Ehi, tu! Mi senti?» riprovo, e batto le mani per risvegliare quel bietolone dalla catalessi.

Amplificato dal ciclopico androne alle mie spalle, lo schiaffo tra i palmi somiglia a un coro di applausi. Ho già sentito questo rumore. Identico. Nemmeno dieci minuti fa.

Tutto mi trafigge simultaneamente.

I jeans del tizio sul divano. Il modo in cui le sue spalle tremano mentre preme le dita sulle tempie. Le sue scarpe da ginnastica.

Nere.

Una risata si diffonde per gli altoparlanti. Se dovessi figurarmi l’uomo in nero ridere, è così che lo immaginerei.

«Il mistero più grande che ci offre l’universo non è la vita ma la dimensione», declama, pastorale, citando L’ultimo cavaliere.«La dimensione comprende la vita, e la Torre comprende la dimensione. Supponiamo che tutti i mondi e gli universi si incontrino in un unico nesso, un pilone comune, una torre. E all’interno una scala, che sale forse alla testa stessa di Dio.»

Cos’è davvero la stazione? Quanti universi vi si incrociano, e quanti Tom Sheldon esistono contemporaneamente in questa moltitudine di infinità? Quante volte ho già percorso queste stanze, fuggendo da me stesso?

Le forze mi vengono meno. Mi accascio contro lo stipite mentre le risate si moltiplicano, i documenti nelle teche tremano, le locandine sbattono contro i muri. Il chiasso è assordante, ctonio. Mostruoso. Il ritmo che immagino squassi i cefalopodi pensieri nella testa di Dio.

«Ancora non ci arrivi, Tom? Ancora non riconosci il nome del tuo unico e vero Creatore? O dovrei dire… del tuo Re?»

Svengo, muoio, mi accartoccio. Sogno. Mani gargantuesche, con dita segnate dall’inchiostro e polpastrelli resi duri dal battere incessante su una macchina da scrivere, emergono dall’oscurità primordiale e afferrano la mia mente, la fanno a pezzi che scagliano lontano. Dall’alto, come fluttuassi in cima a un’infinità di universi, vedo tra mille deflagrazioni di stelle la curvatura della Terra, la vastità degli oceani, la terra rossa, e poi sempre più rapidamente gli Stati Uniti, casa mia, la mia stanza. Me stesso in una, cento, migliaia di versioni, intento a infilare la USB nel borsello e salire in auto o su un pick-up innumerevoli volte, e in ciascuna sono un Tom Sheldon un po’ diverso: più grasso, magro, con o senza le occhiaie, con i capelli da tagliare o sbarbato di fresco; quindicenne, adulto, perfino anziano. Milioni di Tom che, inconsapevoli di averlo già fatto, arrivano alla stazione di servizio e lasciano l’auto parcheggiata, per poi lasciarsi incuriosire dalla locandina ed entrare.

Fulminea, la rivelazione su quale sia stato e sarà sempre il mio ruolo in tutto questo mi si dilata nel petto. Sento gli occhi colmarsi di pianto. Mike. Casa mia. Perfino quella stronza di Betty Worly mi attraversa la mente. Le colazioni nella tavola calda accanto alla lavanderia ogni notte a fine turno, alle quattro del mattino, con la divisa pesante addosso e la galvanizzante sensazione vergognosa di aver ingannato il portatile un giorno in più. Perché una volta a casa sarò troppo stanco per scrivere, sarò troppo depresso per scrivere, avrò troppe faccende domestiche in arretrato per scrivere. L’angoscia nelle telefonate di mia madre, sempre più rare.

Allora, come va con il romanzo?

Alla grande, ma’.

Che bello, tesoro! Sei andato avanti, sta venendo bene?

Sì, ma’.

E il titolo qual è?

Una stonatura, il tremito sospeso del fiato nella cornetta. La certezza, schiacciante come un maglio, di averla delusa. Di essere stato smascherato.

E d’un tratto, mentre le mani di Dio mi ricompongono e ripiombano nel corpo che ha scelto di darmi, mi pervade, pietoso, il sollievo.

Non dovrò più preoccuparmi di non essere un bravo scrittore. Dei colleghi, sempre più veloci di me o con idee più originali delle mie, confusi in un tourbillon di tintinnii di calici alle convention di scrittura mentre io li osservo da distante, comparsa insignificante ai margini della vita che sogno. Non è mia la responsabilità, non lo è mai stata. Certi dicono il contrario, che i personaggi governano la Mano che scrive; ma è una palla, una di quelle sparate solo per vendere più copie. Nessuno sfugge al Suo controllo. Noi siamo cibo digerito, e come bolo scivolo dall’esofago allo stomaco del Creatore – del Re – senza domandarmi quale sarà il mio destino. Anche se ora so qual è il Suo vero nome.

Dagli altoparlanti, ruvido, ma con un fondo di dolcezza: «Ci sei arrivato, larva».

Sorrido tra le lacrime. Mentre osservo l’altro Tom finire di bere, inconsapevole di starsi preoccupando per questioni sulle quali non ha mai avuto alcun potere, sgancio con gesti precisi il borsello. Lo sento cadere sopra gli altri sul pavimento e so che il suo posto è sempre stato questo.

Così come il mio. Buffo. Perfino il cognome che il Re mi ha assegnato tradisce la mia vera natura: Sheldon, come il protagonista di Misery non deve morire. Entrambi scrittori, entrambi personaggi dispersi negli interminabili corridoi della mente di Stephen King.

Non è questo che insegnano nelle scuole di scrittura creativa? A scrivere di ciò che si conosce? E quale mestiere potrebbe conoscere il Re più di quello del narratore?

Il mio doppio nell’altra stanza poggia il bicchiere accanto ai sette già allineati. Nell’istante in cui lo vedo alzarsi, chiudo la porta. Mi volto e scappo.

L’uomo in nero fuggì nel deserto e lo scrittore lo seguì, penso, il naso colmo del profumo di grano e rose mentre sfreccio fra teche in cui scorgo stralci scritti da King, da me, perfino da Mike. Spero di poterlo rivedere, un giorno. Spero che anche lui giunga presto alla stazione. Il Re è saggio e capirà come utilizzarci, in uno o in molti dei suoi scritti, e un giorno, di certo, vedremo la luce.

Così avanzo, ardente di fede in ciò che mi attende, e spalanco la porta verso l’ignoto.

***

La stazione di servizio è un miraggio. Non ci sono altre spiegazioni. La vedo ingigantirsi al centro dello spiazzo che secondo il navigatore non dovrebbe esserci via via che il pick-up sfreccia sull’asfalto polveroso verso l’installazione monumentale. Una legione di pompe di benzina, le prime delle quali avvolte in sacchi neri, sovrastate da una tettoia faraonica. Una cattedrale di cemento in mezzo al nulla. Tutt’intorno, crostoni di roccia punteggiati di malva del deserto si estendono per un’infinità di miglia in ogni direzione.

Grazie a Dio, penso, scacciando un senso di vertigine. Per un attimo credo di sentire un profumo di rose, nemmeno fossi Roland Deschain; poi ricordo che sto guidando da dieci ore e che a Winnemucca non ho nemmeno pranzato. Una diet ghiacciata ci vuole, per non parlare di almeno un quintale di patatine fritte. Senza non credo di poter affrontare Mike e il suo sguardo inquisitorio.

Mi immetto nel piazzale dell’area di sosta. Appena entro sotto la tettoia, quasi tampono un’auto piazzata di traverso a tradimento. L’insulto mi affiora prepotente alle labbra, ma mi accorgo che a bordo non c’è nessuno. E neanche tutt’attorno, dove scorgo una bassa struttura dall’aspetto semiabbandonato dalla quale però provengono rumori, voci ovattate.

Torno a fissare la macchina arenata davanti a me. Sembra nuova, eppure ha un aspetto abbandonato e amorfo, come gli scheletri sbianchiti dal sole che ho incontrato a bordo strada.

Mi mordo il labbro. Lo so, non dovrei fermarmi, ma sono sfinito, e magari il guidatore è qui intorno in cerca d’aiuto, o seduto dentro quell’edificio davanti a mezzo litro di cola con ghiaccio. Potrebbe raccontarmi com’è giunto qui. Storie curiose come questa sono la linfa del mio lavoro.

Sbircio il borsello sul sedile del passeggero. Con le dita scosto i lembi, afferro la mia USB. Dentro, salvato in triplice copia, c’è il file del mio romanzo, Verso l’ignoto. È stata durissima trovargli un titolo, ma stanotte, mentre sbranavo uova strapazzate alla tavola calda di fianco alla lavanderia, mi è balenato in mente, neanche me l’avesse suggerito mia madre, pace all’anima sua. Sarebbe stata così felice di sapere che stavolta ci siamo con il libro, ci siamo davvero. O così spero. Chissà cosa penserà Mike della nuova stesura. Mi ci sono davvero spaccato la testa sopra, stavolta. Magari gli piacerà.

E forse questa volta sarà diverso, mi sussurra una voce tra i teli neri che svolazzano attorno alle pompe di benzina. E cos’altro potrebbe essere se non la voce del delirio del deserto, assetato come sono? Chi mai l’ha vista

(diverso questa volta sarà diverso)

questa stazione di servizio dispersa nel nulla?

È ora di andare.

Spengo il motore e scendo.


1 Dalla poesia “L’uomo in nero” scritta da Stephen King e pubblicata per la prima volta su Ubris nel 1969. La versione riportata è una libera traduzione di un estratto inserito nel compendio “Tutto su Stephen King” di Bev Vincent (Sperling & Kupfer, 2010). Testo originale: “And in the sudden flash of hate and lonely/cold as the center of a sun/I forced a girl in a field of wheat/and left her sprawled with the virgin bread/a savage sacrifice/and a sign for those who creep in fixed ways.”


L’autore

Alan Thomas Bassi si è formato nei corsi di editing e scrittura di Francesca de Lena, Michele Vaccari e Giorgia Tribuiani, scrive e lavora come editor. Un suo romanzo è stato finalista al Premio Neri Pozza 2015. Ha pubblicato vari racconti per case editrici (Moscabianca, Zona 42, Pidgin, Delos, Edizioni della Sera, Watson) e su riviste e blog letterari (Il rifugio dell’Ircocervo, Split, Crack, Narrandom, Lost Tales Andromeda, Malgrado le mosche). Nel 2020 un suo racconto viene segnalato dalla giuria del Premio Robot. Nel 2022 esce il suo primo romanzo di fantascienza per ragazzi Oltre la nebbia (Edizioni Piuma). Curatore di antologie, collabora con diverse case editrici.

Illustrazione di Carlotta Contino