Che i pomeriggi invernali fossero perfetti per sparare ai gatti, era una delle due certezze per cui Toni avrebbe dato la vita. Quando fa freddo e c’è il sole, è il momento migliore dell’anno. L’altra, era che avrebbe finalmente seccato il bastardo peloso che gli rovinava il tetto.
Uscì di casa con la sua sedia pieghevole, il fucile a tracolla e una busta di plastica. Accese le braci dentro un barilotto in giardino con le rimanenze di una tanica di benzina. L’agitò vicino l’orecchio, aveva finito due litri prima del previsto. Doveva averne ancora una nascosta da qualche parte ma non riusciva a ricordare dove.
“Pazienza”, pensò. Andare in città a combattere per averne un altro po’ non era più adatto a un vecchio, le sue ossa si erano abituate a star ben riparate sotto la carne. “Quando Dio ha creato la vecchiaia, lo ha fatto col diavolo accanto”.
Preso calore a sufficienza, si chinò verso la fiamma per accendere il rimasuglio di un sigaro. Fece tre rapide ciucciate che lo aiutarono a infilare i pensieri uno dietro l’altro. Era diventato sempre più complicato da quando sua moglie non c’era più. Dai suoi pensieri ne germogliavano altri di continuo e senza mai completarsi, riempiendogli la mente di rami monchi e marciti. Se ci fosse stato un medico nei paraggi, avrebbe dato al suo modo di pensare un nome impronunciabile da malattia.
«La benzina è finita, il freddo è arrivato. O lo becco oggi o mai più». Parlò da solo, sistemandosi il berretto e il paraorecchie di lana. «Sono in forma piccolo stronzo, in forma come… be’, in forma». Le sue riflessioni faticavano a diventare parole, non si lasciavano assimilare più tanto facilmente, fermandosi sui tessuti del cervello come mosche su un predatore.
Dalla busta tirò fuori un barattolo di cibo per gatti. Erano le uniche lattine che non fossero state rubate dai supermercati. Tolta la linguetta di metallo, ci ficcò il dito dentro. Diede una mescolata prima di assaggiare.
«Salmone e fagioli, questa non mi dispiace». Ne prese metà per farci una pallina e la lanciò sul tetto di tegole rosse, sentendo ogni osso accartocciarsi dentro i muscoli. Fece un profondo tiro di sigaro e si mise in posizione, seduto sulla sedia, col fucile ben puntato su dove era finito il cibo. Ogni gesto era un rituale, la parola di una formula magica. Era tutto familiare, forse faceva così quando andava a pescare, prima che i fiumi seccassero e le piogge acide uccidessero i pesci.
Le palpebre gli crollarono come una secchiata d’acqua. Si risvegliò fingendo di aver solo riposato gli occhi.
«Stronzetto maledetto» disse fissando la palla di cibo mangiucchiata che colava dalla grondaia, «hai sporcato il tetto di Mary di nuovo. Non vincerai anche oggi. Non puoi».
Lanciò altro cibo. Da quando era da solo, quel gatto nero gli aveva fatto cadere diverse tegole, rotto le persiane, cacato sul balcone e popolato gli incubi. Era più che rovinare casa, era sfigurare la bara di sua moglie.
Il pomeriggio stava diventato un ricordo, così come la benzina per le file di auto sulla strada vicino. Le avevano svuotate tutte, senza rendersi conto davvero di quanto sarebbero sopravvissuti. Anche le memorie di quell’evento erano confuse dal tramonto della vecchiaia. Persone che abbandonano le proprie case tra sirene di ambulanza e vandali col megafono. Il panico riempiva l’aria insieme ai gas di scarico. Altri sputavano sangue pregando di non essere lasciati in mezzo ai malati. Sarebbe scappato anche lui per la paura ma Mary gli aveva stretto la mano e poggiato la testa sulla spalla. «Casa nostra resisterà, ci proteggerà se restiamo assieme. Fidati di me» aveva detto quel giorno.
«Resterò ovunque sarai tu», era stata la risposta di Toni. O qualcosa del genere. Ogni volta che se la raccontava, la storia mutava un po’, ma era uno dei pochi ricordi rimasti di una vita con lei.
Ritornò cosciente quando un fruscìo scacciò le sue fantasie. Una lacrima fredda gli cadde sulle ginocchia. Si asciugò con la manica del cappotto e si rimise in posizione col fucile puntato sul cespuglio all’angolo. Sparò, e il gatto schizzò via dai rovi salendo fino al tetto, come una biglia sputata da un flipper. Sparò di nuovo, e il dito sul grilletto fece il rumore di una patatina masticata. Il gatto evitò anche questo, facendo infrangere il proiettile sulla finestra del secondo piano.
«Cazzo, adesso sarà pieno di vetri in camera da letto. Hai rovinato tutto, piccolo bastardo».
Il gatto era sul tetto a fissare Toni, che per un istante percepì una connessione con l’inferno. Lo teneva per gli occhi, come li avesse tirati fuori e incatenati. Sentì una febbre violenta possederlo, la pelle trasmutarsi in vetro e il cranio affogare in maree di rumore bianco. I suoi sensi furono soggiogati da due piccole pupille nere in grado di svelargli i sussurri dietro la porta d’uscita della vita. Una tegola si infranse al suolo. Ritornò sé stesso e vide la coda del demone nero sparire dentro la finestra appena rotta. L’ansia gli fece dimenticare come fumare. Tossì. Il fumo scuro lo precedeva a ogni passo. Entrò in casa consumato dalla fatica, sembrando una locomotiva col berretto. Il fucile gli pesava due quintali e cercava di metterlo in posizione come poteva. Quel bastardo aveva esagerato, rovinare il tetto forse lo avrebbe perdonato, ma entrare in casa, mai. Era il nido d’amore che lo aveva accolto, che custodiva atti di giovane innocenza e i suoi sogni della terza età.
Il pensiero che quel sacco di pelo pieno di vermi fosse passato sulle stesse scale dove Mary gli aveva confessato di aspettare un bambino, gli fece condensare il sangue in gelatina. La rabbia spaccava le nocche più del freddo.
Toni era arrivato in camera da letto. Il gatto stava sul materasso ad affilarsi le unghie nell’unica metà del letto disfatta, quella di Mary. La conservava così da anni, per quando lei, uscendo dal bagno, sarebbe tornata ad accoccolarsi vicino a lui, in una nuvola del suo inconfondibile profumo alla lavanda. A volte succedeva, erano i suoi sogni preferiti quelli. Era un decennio che non aveva il coraggio di sfiorare le lenzuola e adesso il gatto le stava lacerando davanti a lui.
Osservando incredulo quel demone sussurratore che pisciava sul letto, delle parole dimenticate gli scoppiarono in testa, facendo il suono di una caramella spaccata coi molari.
“Ascolta Toni, se sarà maschio dovremmo chiamarlo come mio padre, per questo voglio che sia una femminuccia”.
Sparò ma, tra le piume e il cotone, il bastardo gli sgattaiolò sotto le gambe. Il letto era distrutto e tutti i pensieri tornarono a mescolarsi colando tra le creste del cervello. Era annebbiato, procedere al piano di sotto divenne una traversata nella nube tossica. Lo sentiva miagolare.
«Ridi di me, eh? Adesso vedrai», ricaricò il fucile mentre scendeva le scale. Le mani fremevano dal desidero di sparare di nuovo. Arrivato in salotto vide la coda nera sparire dietro un lato del divano, per poi sbucare dall’altro. Il gatto si muoveva aggraziato, come se un vecchio armato non lo turbasse neanche un po’. Toni aveva masticato una parte del sigaro, mandando giù un bolo acido. A ogni passo il miagolio diventava più intenso, fino a sembrare un coro ascoltato da sottoterra. Lo vide infilarsi in cucina e, accarezzando il grilletto, lo seguì. Rimase a bocca aperta, rigido, con gli abiti sotto il cappotto divorati dal sudore. Nella cucina, la stessa in cui aveva consolato sua moglie dalla maledizione di una maternità incompiuta, centinaia di occhi minuscoli lo fissavano. Pupille scure e rumori da demoni con la coda, un intero branco di gatti occupava il tavolo, le sedie e le mensole.
“Tra tante bestie, proprio queste dovevano sopravvivere all’epidemia”.
Tutti gli occhi lo seguivano come fosse la preda del giorno. Sparire, sembrò la mossa migliore da fare.
Tese la mano sull’interruttore, sentendosi ringiovanito di vent’anni. Spegnere la luce fu la cosa più vicina a un’idea che aveva avuto da tempo, e lui aveva sempre avuto più calli che idee. Clic. Piccoli respiri riempirono il buio, insieme al suono dei corpi che strisciavano l’uno sull’altro. Con le ossa mischiate da quei richiami, fece un balzo dietro lo stipite e sparò dei colpi. Le scintille illuminarono la scena tra sfuriate e lamenti. Gatti che si dimenavano per la stanza, eruttati da ammucchiate vibranti di pelo, gli avevano appena ricordato come nascessero gli incubi, ma anche quanto idiota fosse stato a sparare nella stanza dove conservava l’ultima tanica di benzina. Uno dei colpi la prese in pieno. Dei gatti andarono a fuoco, iniziando a correre per la cucina come emissari dell’inferno. Le fiamme si propagarono, tutto prese fuoco.
Toni si trascinò fuori di casa, il fiato era finito nello stomaco insieme al sigaro, i nervi delle gambe dispersi da una dozzina di minuti. Cominciò a piangere a dirotto, non avrebbe più sentito l’odore di sua moglie, quella delicata fragranza che era sopravvissuta tra le lenzuola. Le mura avevano resistito a un morbo mortale ma non a lui. Arrivò alla sedia di plastica, provò a sedersi ma cadde sul fianco, disteso lungo il cemento sbrecciato del cortile. Il freddo lo aveva atrofizzato. Le fiamme divoravano casa. L’odio cancellava il dolore. Rimase a guardare l’incendio. Una volta finito, poggiò la schiena contro il bidone delle braci. La casa non c’era più, del testamento della sua vita era rimasto solo legna nera e fumi densi. Parole di sua moglie tornarono alla spiaggia della memoria.
“Hai ragione. Dobbiamo sforzarci di dire che fa parte della vita. Che su certe cose non abbiamo controllo e che è stato comunque meglio di niente”. I rami marci che aveva dentro la testa caddero in favore di qualche fiore. “Crearsi dei fantasmi, questo fanno le persone per andare avanti. Capiterà anche a noi, magari sarà solo per un po’. Assieme ce la caveremo, vedrai”.
Fermò le lacrime incredulo, esterrefatto da ciò che i suoi sensi tentavano di comunicare. Sentiva il profumo, era tornato e prendeva posto nelle sue narici scazzottando. La scia di lavanda fu accompagnata da un miagolio. Il gatto nero sbucò da dietro il bidone, avvicinandosi con cautela e fissandolo senza sbattere gli occhi. Non aveva forze per scacciarlo. Il gatto strofinò le zampe sulla gamba immobile, per poi rannicchiarsi vicino in tutto il suo calore.
Toni riuscì ad allungare la mano sull’animale. Fece un respiro, uno profondo, che partiva dal naso e finiva al centro della Terra. Lo accarezzò. Non avrebbe mai più dimenticato quel profumo.
L’autore
Pierluigi Mautone (1996) vive nella provincia di Napoli. È laureato in Biologia, ha collaborato con blog di cinema, e non può che sentirsi in debito con Stephen King e Philip K. Dick. Quando ha tempo, si diverte a raccontare la fine del mondo. Quando non ne ha, pure.
Illustrazione di Elisa Borghi
