Ubik: il futuro della chiesa, l’ordine nel caos

Quando si parla di un genere letterario e del suo rapporto con la religione, è necessario distinguere tra le credenze dei singoli autori, ovvero il rapporto personale e intimo con un qualsivoglia credo, e quello tra religione e un genere artistico-letterario in senso più ampio. Le credenze individuali divengono particolarmente affascinanti se pensiamo alla vita decisamente fuori dal comune di alcuni scrittori. Nel presente articolo vedremo come in Ubik di Philip K. Dick sono racchiusi alcuni aspetti del suo misticismo gnostico-manicheo, la traslazione del significato di un oggetto da profano a sacro (una ierofania per Mircea Eliade), il futuro della religione, la natura della realtà e la speranza di salvezza.

Questi temi ripropongono un tema centrale, ovvero l’attualità della ricerca dickiana, oggi non a caso ristampato dalla Mondadori nella prestigiosa collana dei Meridiani. Philip Dick fa della religione e del tentativo di comprensione della realtà due dei suoi motivi di vita. La religione di Dick è di base gnostico-manichea, tuttavia, per esperienze e studi subirà molte modifiche e proprio per questo l’autore affronterà nelle sue opere diverse questioni sul sacro. La speranza di salvezza, concetto chiave in Ubik, è centrale in molti romanzi fantascientifici ed è rappresentata sotto varie forme come religione, letteratura e filosofia, in contrasto con la fredda civiltà futuristica.

La religione e il sacro in Philip K. Dick, autore tra i più originali, prolifici e discussi di tutto il XX secolo, si tramutano in visioni ed episodi psicotici. L’idea del divino di Dick subisce diverse modificazioni nel corso della sua vita, ed è profondamente connessa a gnosticismo e manicheismo in una negazione della realtà sensibile. Philip Dick interpretò alcuni episodi della sua vita (per esempio il vedere una collanina indossata da una ragazza alla sua porta, l’allucinante visione di una luce viola nel 1974, i “viaggi psichedelici” indotti dal consumo di droghe e i suoi dialoghi con alcuni personaggi di chiesa con idee fuori dal comune, tra cui il vescovo Pike), come la volontà divina di dispiegare la realtà davanti ai suoi occhi. Nel mondo, il male (rappresentato per Dick dall’impero romano, dai totalitarismi di destra e dalla presidenza Nixon) stava plasmando l’esistenza degli individui e combatteva contro le poche forze di resistenza rimaste (come i primi cristiani, nel caso dell’impero romano). Dick si sentiva parte integrante di queste forze positive. Questo scontro con il potere e le organizzazioni governative come l’FBI è infatti non a caso “espressione di una marginalitàche paradossalmente è la ricerca di una verità tanto impossibile da raggiungere, quanto necessaria da perseguire, per sottrarsi alla menzogna che alberga nel cuore delle istituzioni, ma anche nel cuore dei singoli individui, insidiati dall’apparizione di simulacri e creature che paiono (o sono?) più umani di loro”1.

Data l’efficacia espositiva della sua narrazione, alcuni hanno definito l’autore un filosofo stricto sensu:idea discutibile ma neppure così campata per aria come potrebbe sembrare. Infatti, come ogni aspetto della vita di Dick, l’organicità del suo pensiero è difficile da inquadrare in modo netto e senza dubbi di sorta. Questo, comunque, in qualunque modo la si pensi sugli eccessi e sui colpi di genio dello scrittore, ci fornisce un indicatore sulle sue capacità analitiche.

In Ubik, scritto nel 1966 e pubblicato nel 1969, Dick“tagliuzza minuscole crepe nello spazio e nel tempo finché la società umana – e il mondo stesso – non cadono a pezzi”2. La storia è ambientata nel 1992, un futuro non così distante dalla stesura del romanzo, fatto curioso per la fantascienza in generale, dove solitamente c’è un intervallo di tempo più ampio tra il presente e gli eventi narrati. I protagonisti sono un gruppo di “inerziali”, ovvero persone in grado di combattere contro telepati e precognitivi in virtù dei propri poteri mentali. Questi inerziali lavorano per la Runciter Associatesdi Glen Runciter, e una squadra raggiunge la Luna, luogo in cui è stata segnalata un’attività sospetta. Il protagonista principale è Joe Chip, impiegato affidabile, sebbene non una figura eroica nel senso classico del termine. Durante la missione sulla Luna i protagonisti subiranno un attacco, in cui Runciter viene gravemente ferito. O così, perlomeno, sembra…

Gli inerziali trasportano il corpo del capo nel luogo in cui viene tenuta anche sua moglie, in stato di semi-vita. Subito dopo, il mondo inizia a mutare. La realtà si consuma, si degrada e si distorce molto velocemente e i protagonisti subiscono la stessa sorte. Runciter cerca di inviare, tramite vari stratagemmi, degli indizi ai dipendenti, con l’intenzione di far comprendere la verità e la necessità di reperire il prodotto chiamato Ubik. Dopo vari tentativi di contatto, l’uomo appare in un bagno e cerca di spiegare la situazione a Joe Chip, ed ecco la famosa frase: Io sono vivo, voi siete morti.

Che l’universo sia in continua ambiguità, dove realtà e apparenza si mescolano, è uno dei grandi temi dickiani, e solo pochi sono in grado di togliere il velo di Maya, riprendendo il concetto di Schopenhauer. Per dirlo con le parole di Dick, “un velo di Maya, o quello che i greci chiamano dόkos, oscura il paesaggio”, e questo è un concetto chiave per l’alter ego dello scrittore Fat3: “‘dόkos, il velo dell’illusione o di ciò che appare soltanto’”. In altri termini, una realtà dietro ciò che percepiamo come realtà. Ed è vero quanto sostiene Carlo Pagetti nell’introduzione di Ubik, riguardo all’evoluzione dei protagonisti e delle percezioni del lettore con il prosieguo della narrazione:

Chip cerca di spiegarsi i motivi delle apparizioni sorprendenti di Runciter, senza trovare una risposta adeguata neppure ai fenomeni di degrado fisico cui sono sottoposti i suoi compagni. Nella seconda parte di Ubik Dick accetta la spiegazione di Runciter, che restituisce una sia pur terribile logica agli eventi della narrazione, finché l’epilogo non rimette tutto in gioco, destabilizzando ancora una volta la trama e innescando un nuovo implicito processo di aggregazione degli elementi narrativi che hanno de-composto l’opera. La conclusione rimane aperta e l’azione si trasferisce simbolicamente sul piano della realtà vissuta dal lettore, che viene implicitamente invitato non a chiedersi quale sia l’interpretazione giusta […], ma piuttosto a rivedere la propria percezione soggettiva dell’esperienza4.

Questa idea della limitatezza dei sensi è molto diffusa nel dibattito filosofico. Uno dei più celebri esempi è il mito della caverna, raccontato ne La Repubblica di Platone. In questa metafora Platone narra l’umana fallibilità nel percepire l’esistenza, immaginando persone incatenate fin da piccole in una caverna, impossibilitate a muovere la testa, che riescono a vedere e sentire solo le ombre di altri soggetti proiettati su un muro:

Se questi prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni? – Per forza. […] Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali5.

Platone arriva poi al paradosso: l’abitudine di vedere una cosa in un certo modo non permette di riconoscere la realtà se mostrata in modo differente da quello con cui la si era conosciuta. Tale cambiamento di prospettive crea un rifiuto, in quanto bisognerebbe ammettere che, fino a quel momento, si è vissuto nell’errore. Questa è in effetti una delle difficoltà a cui va incontro Runciter nel tentare di comunicare con l’altra parte: sia da una parte che dall’altra c’è infatti, inizialmente, un deciso rifiuto nei confronti di questa nuova “rivelazione”.

Dick, vista la complessità di Ubik, aveva affermato di non sapere bene quali significati profondi nascondesse l’opera, rimanendo sempre affascinato e stranito dalle più disparate chiavi di lettura che all’epoca, così come oggi, vengono fornite. Tra queste è stata oggetto di molto dibattito la natura di Ubik, legata, a volte, all’aspetto religioso.

Esplorare questa ipotesi tuttavia non è facile: in generale trattare criticamente la religione è assai complesso, in quanto si vanno a toccare credenze e sensibilità profonde degli individui e della società intera. Sebbene in misura molto minore rispetto al passato, e nonostante il tentativo dell’uomo moderno di desacralizzare ogni aspetto dell’esistenza, la religione è ancora centrale per milioni di persone. Per vedere come Ubik possa essere inquadrato nel dibattito sulla nascita e il ruolo della religione nella società, in particolare nei termini del simbolismo religioso, tracceremo qui qualche breve (e non esaustiva) linea guida utile.

Si ritiene che la base del sacro e della fede sia la consapevolezza umana (e solo umana) della complessità dell’esistenza e la limitatezza nel poter comprendere determinati fenomeni (discorso peraltro applicabile sia alla religione che alla scienza). Esseri consapevoli, riuniti in società: ecco un plausibile substrato del sistema religioso. Potremmo anche fare il ragionamento inverso, ipotizzando che il sentimento religioso avrebbe fornito una base per la creazione della società. Durkheim infatti affermava: “La religione è, in definitiva, il sistema di simboli mediante i quali la società prende consapevolezza di sé; è la maniera di pensare propriamente collettiva6”. Seguendo questi paradigmi si tratterebbe quindi di un insieme di simboli derivanti o a fondamento di una società i cui componenti sono individui autocoscienti. Mircea Eliade, nel Trattato di storia delle religioni,fa un passo in più fornendoci la simbologia necessaria alla spiegazione di tale fenomenologia, unendo il simbolo al concetto di ierofania, intesa come “qualche cosa che manifesta il sacro”, all’interno delle rappresentazioni religiose:

Il simbolo prolunga la dialettica della ierofania: tutto quel che non è direttamente consacrato da una ierofania, diventa sacro grazie alla sua partecipazione ad un simbolo. […] Ma i simboli non si esauriscono qui: ve ne sono altri che “precedono” la forma storica della divinità; alludiamo a molti simboli vegetali, alla luna, al sole, al lampo, a certi disegni geometrici. […] Da queste considerazioni risulta che la maggior parte delle ierofanie possono diventare simboli. […] Il simbolo non è importante solo perché prolunga una ierofania o le si sostituisce, ma anzitutto perché può continuare il processo di ierofanizzazione, e specialmente perché, all’ occorrenza, è esso stesso una ierofania, cioè perché rivela una realtà sacra o cosmologica che nessun’altra “manifestazione” è capace di rivelare7.

Un simbolo o una ierofania sono in tal senso il risultato di una trasformazione, un po’ come succede in natura con gli stati della materia, partendo dall’osservazione di fenomeni inspiegabili e il successivo collegamento a un’entità, a un simbolo, a una concezione sociale che nutre e plasma la società stessa. Questo simbolismo è esattamente ciò che rappresenta l’oggetto Ubik, un qualcosa con una determinata funzione o anche insignificante diviene molto di più: un oggetto da venerare, la rappresentazione di un mondo oltre questo, della potenza divina.

Questo tipo di processo simbolico potrebbe spiegare la nascita dei primi miti e degli dèi. Una tale trasposizione però, come sostiene David Hume, non può essere ridotta a semplice meraviglia e ricerca di un senso nel mondo circostante: piuttosto, sarebbe una combinazione di desiderio ansioso della felicità e di timore della miseria e della morte quella che farebbe apparire, nel caos della vita umana, un’idea di divinità.

Si può anche pensare, come scrive Musso, che il primo approccio verso l’ignoto sarebbe quello di provare un’attrazione, un fascino e non un timore:

L’attrattiva viene prima. Chi infatti sostiene che la religione sarebbe nata dalla paura, in realtà sta ancora una volta ragionando in termini dualistici, come se il sentimento fosse qualcosa di fondamentalmente irrazionale e quindi non avesse nulla a che fare con la realtà oggettiva: ma se appena ci riflettiamo, ci rendiamo subito conto che se il nostro sentimento originario davanti alla realtà non fosse positivo, noi non saremmo neanche capaci di provare paura, perché nessuno teme di perdere qualcosa che non gli interessa. Un sentimento positivo nei confronti dell’ignoto che, a ben vedere, non è così distante dall’approccio degli scienziati nei confronti di un qualcosa da scoprire. E potrebbe essere un altro motivo di interesse del rapporto eventualmente intercorrente fra fantascienza, scienza e religione8.

Tornando a quest’ultima, sarebbe quindi un fenomeno sociale che, in quanto tale, racchiude credenze, usi e costumi. Questa peculiarità la si può ravvisare sin dai tempi dei miti e della venerazione della natura, e gli usi e costumi non si riducono esclusivamente al rito, significativo ma occasionale: possiamo invece osservare aspetti più legati al quotidiano, alle scelte consce e inconsce e agli stili di vita.

Oltre a rappresentare un simbolo o una ierofania per i protagonisti, trasformando oggetti di uso comune come una bomboletta spray in qualcosa di mistico-sacrale in grado di mettere ordine nella caotica realtà, Ubik è stato paragonato a Dio. Il capitolo finale racchiude un’interessante descrizione:

Io sono Ubik. Prima che l’Universo fosse, io ero. Ho creato i soli. Ho creato i mondi. Ho creato le forme di vita e i luoghi che esse abitano; io le muovo nel luogo che più mi aggrada. Vanno dove dico io, fanno ciò che io comando. Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce. Mi chiamano Ubik, ma non è il mio nome. Io sono e sarò in eterno9.

Seguendo queste parole, potremmo considerarlo non un semplice oggetto religioso ma una vera e propria divinità. In questo caso sembra che Ubik sia una figura benevola ma non invincibile, che agendo tramite un profeta come Runciter (ma attenzione a non darlo per scontato, questa idea potrebbe solo essere una percezione errata della realtà) cerca di combattere il degrado del mondo. L’essere divino si sarebbe allontanato da ciò che ha creato, delegando questo gravoso compito a un malvagio demiurgo oppure al normale trascorrere del tempo: in questo caso, l’entità lontana starebbe tentando di aiutare gli umani nella battaglia con il demiurgo, ma si tratta di una divinità debole e fallibile, ben diversa dalla classica idea di un Dio perfetto, onnisciente e onnipotente. Se Ubik fosse Dio, Runciter diventerebbe un profeta-salvatore, diretta emanazione del messaggio divino, rispettando così l’interpretazione di Van Der Leeuw sul percorso del salvatore, contrassegnato da nascita e miracolosa Epifania (l’apparizione nel bagno per avvertire Chip, per esempio), atto di salvazione, risurrezione e parusia. Nella moderna interpretazione della salvazione inerente alla civiltà tecnologica, il Salvatore assume questi tratti ma non seguendo un potere sacro e trascendente, bensì sfruttando il sapere e la tecnica, secondo Paolo Bellini: “Il Salvatore, infatti, all’interno dell’ordine politico della globalizzazione è spesso depositario di un sapere e di una forza che non riguardano la dimensione spirituale e trascendente, […] piuttosto la sua specificità risiede in conoscenze di ordine empirico, tecnico, materiale e politico, a cui il potere attinge per ristabilire l’ordine a seguito di crisi e conflitti di vario genere”10.
Runciter diviene così anche un moderno salvatore, fornendo il suo sapere per cercare di risolvere la crisi. Secondo altri, Ubik potrebbe anche rappresentare la religione stessa (intesa in senso lato, in quanto l’essere fedeli, il credere nelle Scritture e nei precetti religiosi può dare ordine a una vita destinata a obbedire alla legge dell’aumento dell’entropia, al consumo e infine alla morte: in quest’ottica, la religione sarebbe un antidoto per mantenere la nostra umanità e rappresenterebbe la nostra speranza di salvezza.

Nella società di oggi, definita “liquida” da Bauman, dominata dalle corporation economiche, sembra evidente una perdita d’identità. I membri di questa nuova società partecipano placidamente e su base involontaria ma integrata in cambio delle comodità che le nuove tecnologie forniscono. Václav Havel ha definito questo fenomeno “autototalitarismo sociale”, le vittime “sono quindi al tempo stesso artefici, così come, all’inverso, anche i ‘capi’ ne sono almeno in parte vittime”11. All’interno di tale sistema basato su burocrazia e scienza, quest’ultima molto spesso rappresentata come fredda e disumanizzante, con il venire meno di meccanismi di protezione e di morale, sembrano mancare delle linee guida per una vita più semplice e identitaria. La fantascienza in generale, e Ubik in particolare, ci fanno interrogare sul possibile ruolo della religione (e della chiesa a essa associata) all’interno di una società tendenzialmente tecnologica e desacralizzata. Religione e chiesa ci vengono spesso mostrate come malvagie nella fantascienza, segno di una ulteriore degenerazione sociale e umana; altre volte, ed è il caso di Ubik, ci verrebbero presentate come un tentativo di tornare a determinati valori e credenze in grado di restituire una morale e un’etica. Il condizionale è d’obbligo in quanto, nello stesso spirito di Dick, quella religiosa di Ubik è solo una delle possibili interpretazioni. Anche volendo restare in un ambito prossimo a quello di una visione più vicina alle cosiddette “teorie del tutto” della fisica, è innegabile il tentativo di includervi non solo l’essere umano e le sue capacità cognitive, ma anche la sua spiritualità.

Spesso, nelle opere di fantascienza, vengono inseriti aspetti oltre la tecnologia e la scienza che sembrano fornire una forma di difesa dalla disaffezione e dall’omologazione, come la letteratura nel caso di Parigi nel ventesimo secolo di Jules Verne, dove in una grande capitale futuristica i soli interessi sono la fredda tecnica e l’ottimizzazione del guadagno. L’unico modo di approcciarsi alla vita in maniera alternativa, più profonda, viene fornito dai romanzi classici (mostrati come di difficile reperimento e di nullo interesse sociale) e dagli umanisti (ormai pochissimi ed esiliati dal mondo del lavoro). Questo concetto può essere connesso a una teoria nel campo della biologia a proposito di un ritorno a qualcosa di ancestrale, innato e legato profondamente alla natura (e quindi meno alla tecnologia), ovvero quella di “biofilia”, espressa dal noto etologo Edward Wilson:

Egli sta parlando di qualcosa che è profondamente annidata nella psiche umana, qualcosa che è diventata parte della nostra esistenza attraverso milioni di anni di evoluzione. Sta parlando di risposte emozionali che toccano l’essenza stessa dell’umanità, l’essenza stessa della nostra storia. Alcune di queste risposte emozionali verso la natura possono essere negative, come l’avversione che molti hanno per i serpenti – perfino verso l’idea astratta di serpente. Ma molte sono positive. Perché altrimenti la gente cercherebbe tanto spesso un poco di sollievo dallo stress della vita cittadina visitando aree in cui la natura è intatta12?

O perché la gente leggerebbe i romanzi di fantascienza, in grado di fornire uno spiraglio nel mondo ipertecnologico, portato alle estreme conseguenze in molte storie?

In un contesto fantascientifico, tematiche come la religione, la letteratura, il sense of wonder prodotto dalla natura creano a volte un sentimento di distacco nei confronti delle derive della società tecnologica; Ubik, qualunque cosa sia,opera esattamente allo stesso modo.

Questo rapporto inverso tra la crescita della società tecnologica e una corrispondente perdita di qualcosa di profondamente umano è questione antica. Se ne parla in filosofia politica quanto in antropologia e in biologia. Secondo le nuove rivelazioni paleoantropologiche l’uomo avrebbe sempre avuto un rapporto molto difficile con la natura, tanto da aver causato l’estinzione della megafauna nel Pleistocene. Tuttavia, tralasciando per un istante la collocazione dell’uomo nel mondo naturale, potremmo affermare che la fantascienza sembra indicarci alcuni aspetti in grado di mantenere attive determinate peculiarità antropologiche originarie rispetto alla standardizzazione e alla disaffezione generalizzata solitamente mostrate nelle civiltà futuristiche proposte dagli autori. I differenti mondi narrativi creati dagli scrittori, spesso sono ispirati da una pessimistica (ma fondata) interpretazione del nostro presente, poi portata alle estreme conseguenze nelle opere.

Mantenere caratteristiche umane implica un’altra considerazione: chiedersi “che cos’è umano?”. Sebbene non possiamo né potremo mai avere risposte soddisfacenti a questo proposito, anche su questo argomento Philip Dick cerca una possibile risposta, senza per la verità arrivare a concretizzarla. Nella sua opera, dapprima collega la natura umana al sentimento dell’empatia, ovvero la capacità di porsi nei panni dell’altro. Tuttavia, smonterà questa idea nel romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche?: qui gli androidi ci vengono spesso mostrati come più “umani degli umani”, in grado di provare empatia (alle volte, a differenza di coloro che li cacciano), in grado di amare, in grado di avere ricordi ed esperienze (anche se creati ad hoc). Dunque, sebbene l’empatia sia di nuovo centrale nella questione, Dick rimette tutto in discussione, perché il romanzo parte dalla certezza dei personaggi sul perfetto funzionamento dei test psicologici e scientifici che garantiscono il riconoscimento e la distinzione tra androidi, umani e animali, ma si conclude con un dubbio enorme, dato dal fatto che alcune persone non sono in grado di passare tali test, così come alcuni androidi avanzatissimi riescono a ingannarli. Non solo: gli androidi più avanzati provano le stesse emozioni, sensazioni e sogni degli esseri umani, rendendo così impossibile la distinzione se non per un particolare: gli androidi desiderano essere umani, gli umani lo sono e basta.

Ciò che è evidente ai lettori di Dick è quanto rimangano legati all’attualità i romanzi e le speculazioni dell’autore: all’epoca, la decifrazione completa del codice genetico; oggi, l’intelligenza artificiale. La civiltà sembra forse essersi sviluppata secondo alcuni parametri proposti da Dick, molte sue opere divengono così dei classici e l’autore dovrebbe essere considerato un analista della propria contemporaneità, che agisce come uno storico, o meglio come un antropologo, tenendone in considerazione i molteplici vizi ed eccessi.

Tornando a Ubik, uno dei più stratificati e originali romanzi di tutto il genere fantascientifico, abbiamo visto come possiamo ravvisare in quest’opera molte questioni filosofiche e religiose, sia prendendo in causa l’intreccio narrativo, sia considerando la natura stessa di Ubik in quanto oggetto. L’aspetto religioso è senz’altro centrale, come in molti altri lavori dello scrittore, ma qui è evidente più che altrove la sua idea dell’eterno conflitto tra bene e male. Abbiamo visto come, secondo svariate interpretazioni, l’oggetto Ubik può così essere una divinità; seguendo altri autori, potremmo considerarlo una metafora sul futuro della religione legata alla speranza di salvezza dell’uomo moderno. In entrambi i casi, prevale l’idea di negazione della realtà sensibile. Sebbene il rapporto tra religione e fantascienza sia noto, è tutt’altro che banale sottolineare ancora una volta i diversi aspetti sociali, teologici, filosofici ed epistemologici che questo fortunato connubio può suggerire. Questo incontro potrebbe fornire risposte non lineari alle famose questioni ultime.

Esattamente come Vladimiro ed Estragone aspettano Godot nell’assurdità della vicenda, l’uomo moderno attende Ubik, l’ordine nel caos, il senso nel non-senso che anche la scienza più avanzata stenta a dare, alla ricerca di impossibili “teorie del tutto”. Non dimentichiamo a tal proposito quanto la fisica del ventesimo e ventunesimo secolo, dalla meccanica quantistica alla relatività generale e alla loro apparente incompatibilità, non ci spingano a fermarsi di fronte all’apparenza del reale per proporre nuove visioni.

Tutte queste interpretazioni e ricerche di un senso, spirituale, razionale o scientifico che siano, alla fine ci riconducono a una semplice, ma inafferrabile, soluzione. Ubik, il Tutto, dovunque e sostanza, ciò che “è e sempre sarà”.


L’autore

Alberto Palmieri è nato ad Angera nel 1996. Laureato in Scienze della comunicazione e in Scienze e tecniche della comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria. Lettore vorace e grande appassionato di fantascienza fin da piccolo. Questo è il suo primo articolo. Ha appena scoperto quanto sia difficile scrivere una breve descrizione di sé stesso.

Illustrazione di Benedetta Baroni


1Carlo Pagetti, Il mondo secondo Philip K. Dick, Mondadori, 2022, p.8.

2 Lawrence Sutin, Divine invasioni – La vita di Philip K. Dick, Roma, Fanucci Editore, 2008 , p. 205.

3 Protagonista del romanzo Valis, Fat Horselover è inserito come alter ego romanzato di Philip Dick.

4 Philip K. Dick, Ubik, Roma, Fanucci Editore, 2019, p. 12. Dall’introduzione di Carlo Pagetti.

5 Platone, La Repubblica, vol. Libro settimo, Bari, Laterza edizioni, 2007, pp. 229–230. A cura di Franco Sartori.

6 Émile Durkheim, Il suicidio – L’educazione morale, Utet, 2021p. 374.

7 Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, 2008, p. XLVI. pp.407-408.ì

8 Paolo Musso, La scienza e l’idea di ragione. Scienza, filosofia e religione. Da Galileo ai buchi neri e oltre, , Mimesis, 2011, cit., p. 611.

9 Philip K. Dick, Ubik, Roma, Fanucci Editore, 2019, p.201.

10 Paolo Bellini, L’immaginario politico del salvatore – Biopotere, sapere e ordine sociale, Mimesis, 2012, p.27.

11 Paolo Musso, La scienza e l’idea di ragione. Scienza, filosofia e religione. Da Galileo ai buchi neri e oltre, Mimesis, 2011, cit. p. 262.

12 Richard Leakey e Roger Lewin, La sesta estinzione. La vita sulla Terra e il futuro del genere umano, Bollati Boringhieri, 2015, pp.170-171