Prima di entrare nel supermercato passo circa quindici minuti in macchina. Il motore è spento, così lo stereo e persino il cellulare.
Anche quando rientro a casa da lavoro, se nessuno mi ha vista arrivare, resto per quindici minuti esatti in garage. Prima di rimettere insieme i pezzi, la spesa, lo borsa della palestra, lo zaino e la borsetta a tracolla, la cassetta di verdure chilometro zero, il pane fresco del panettiere e le sei bottiglie in vetro riempite alla casetta dell’acqua di quartiere; prima di aprire la porta facendo cadere ogni cosa sullo zerbino, nello sperare di non dare una botta al portatile aziendale che mi porto a casa perché non si sa mai; prima di tutto questo, resto per quindici minuti con la macchina spenta in garage.
Una volta in casa, metto tutti i miei dispositivi in carica prima ancora di far pipì o dar da mangiare ai cani, perché bisogna sempre essere pronte a presidiare un argomento sexy di cui tutti parlano, gestire una crisi intima o forestiera anche se sono per esempio le 21:30 di mercoledì sera e tu hai appena finito di cucinare, mangiare e sparecchiare, chiedendoti com’è possibile che, ogni volta che ti metti ai fornelli per preparare la cena per due, le pentole e le stoviglie da lavare riescano sempre a intoppare la lavastoviglie come la linea rossa della metro in quell’ora, che è ogni ora, che è l’ora di punta.
Ho smesso di prendere la metro perché ero stanca di correre ed ero stanca di aspettare. Meglio l’auto, nonostante il traffico. Intanto perché sono da sola e poi perché mi dà quel senso di controllo dello spazio e del tempo. La mia auto come estensione del mio corpo che posso far muovere o arrestare, impartendo dei comandi che agiscono su ingranaggi, su cui non devo neanche più riflettere poiché è tutto così naturale, come in quel dialogo silenzioso tra cervello, sistema nervoso e muscoli che avverano il prodigio di modificare la velocità o scalare la marcia di un’automobile in corsa, grazie a una meccanica che è ben lontana dall’essere trasportati e sballottati da altri e in mezzo ad altri. Addio caldo, appiccicoso e raccapricciante contatto forzato del mio corpo con i corpi altrui e quella presa di coscienza di emanare un mio odore, che l’uomo accanto a me può sentire e di cui può impadronirsene – inspirando – per restituirmi il ricordo di cosa ha mangiato o del suo reflusso – espirando – in un abuso a cui nessuno ha ancora dato un nome. Quella persona respirava me e il mio sapone neutro dedicato ad ascelle e culo, la crema idratante per i piedi e quella, un’altra dalla texture più densa, per gambe, pancia e braccia. L’acqua profumata al cotone pulito per il corpo e il profumo al miele a benedizione dei punti cardinali dell’eros pudico (collo, incavo delle braccia e retro delle ginocchia). Se fossimo stati cani, in quei vagoni della metro affollati in cui ogni respiro vitale equivale ad annusare l’altro, sarebbe stato un po’ come scopare. Una folle e disorganizzata orgia di odori. E io non avevo nessuna voglia di condividere la mia intimità, il mio spazio e il mio tempo con degli sconosciuti, con gli occhi puntati sui minuti che mancano al prossimo treno e le fermate che mancano al termine della corsa. Tempo, spazio.
Lebensraum. Spazio vitale. Quella che era una parola che andava a descrivere, in ambito biologico, lo spazio vitale necessario a un specie per vivere, è diventata – una volta scritta nero su bianco da Adolf Hitler nel suo Mein Kampf – una dichiarazione di guerra. Un sogno violento di chi è stato per troppo tempo in spazi ristretti, ne sono sicura. Forse le trincee, forse il carcere o persino la linea rossa della Metro, ma sono pressoché convinta che Hitler non avrebbe avuto tutto quel seguito se non avesse pizzicato proprio lì, in quel pezzo di pelle e carne che fa più male, dove ti tiri i pizzicotti per restare sveglia quando si lotta contro il sonno in ufficio. Lebensraum. Il minimo spazio necessario di cui ognuno di noi ha bisogno per vivere.
Prima di riverstirmi, dopo essermi fatta la doccia, resto quindici minuti seduta sul bordo della vasca. Non sto aspettando che la maschera all’acido ialuronico, che aderisce come il lenzuolo sul volto di un morto, dia alla mia faccia un aspetto meno stanco; non sto aspettando che la tinta senza ammoniaca copra i miei primi capelli bianchi, senza rovinarli, nutrendoli dall’interno. No, non sto facendo niente. Sgocciolo acqua profumata all’argan sul tappetino e non faccio un bel cazzo di niente. Mi limito soltanto ad aspettare quindici minuti prima di indossare i vestiti da casa, che non sono altro che quegli abiti declassati a tale mansione, come leggings troppo trasparenti da cui si intravedono le mutande e magliette sbiadite di gruppi che non è più accettabile ascoltare come i Korn.
Vado verso il frigo per stappare il Prosecco e osservare ciò che c’è dentro e immaginare come mettere assieme proteine, cereali, fibre e alcol senza buttare nel cesso tutto il sudore sprecato a crossfit arrampicandomi su una corda o lanciando una palla da 6 kg contro il muro o saltando a piè pari su una scatola di legno alta 24 pollici.
Sento il rumore delle chiavi nella serratura. Tra una manciata di secondi Fede entrerà da quella porta. Il tempo necessario per togliersi le scarpe sullo zerbino e mettere il piede e il calzino sudato sul pavimento di casa, lasciando le scarpe fuori dall’uscio, nel suo quotidiano rituale funambolico di preservazione degli spazi domestici dalle brutture in agguato fuori dalla porta di casa. Da quando in vivaio hanno allestito un angolo lavanderia, costituito da una lavatrice e uno stendino, non porta più a casa i vestiti sporchi di terra o i discorsi sul lavoro, ma oggi ha la faccia di chi ha passato una pessima giornata e tutto quello che si merita ora è che io gli versi la sua birra, nel suo bicchiere preferito e che gliela porti intanto che si lascia cadere sul divano con il telecomando che gli compare in mano, come un’unghia retrattile di un gatto quando gli si premono i cuscinetti rosa. Mi siedo accanto a lui anche se non ha nessuna intenzione di ascoltarmi o parlarmi, ma io ho smesso di interpretare quei suoi silenzi e il bisogno di spazio come un torto.
Andiamo a portare fuori i cani? Mi chiede come se potessi dire di no. Ok, portiamo fuori i cani, rispondo, e gli prendo il bicchiere vuoto dalle mani che sciacquo e metto a sgocciolare insieme al mio.
Ronnie James Dio e Ozzy stanno già scodinzolando e sbavando il vetro che dà sul piccolo giardino anteriore dove possono correre, scavare, pisciare e sgranocchiare qualsiasi cosa senza rovinare il modesto orto urbano che abbiamo iniziato a coltivare durante il lockdown. Abbiamo adottato questi due bastardelli nel canile in cui facciamo i volontari. Ozzy era già molto vecchio e Ronnie ha più tumori che denti in bocca.
Cerchiamo di rendere prezioso il poco tempo che hanno a disposizione, abbiamo pensato. Peccato però che non riusciamo ad attuare lo stesso ottimo proposito per quella che è la nostra quotidianità.
Ozzy cammina molto piano e Ronnie si gira ogni manciata di metri per assicurarsi che lo segua. Noi li accompagniamo in silenzio. Fede comincia sempre a parlare dopo quindici minuti di cammino. Inutile cercare di accendere una qualsiasi conversazione prima.
Ho sentito mia madre, dice, poco prima dello scattare del sedicesimo minuto, è tanto tempo che non andiamo su a trovarli. Lo so che il viaggio è lungo ed è un casino con le bestie e l’orto, ma dobbiamo trovare il tempo.
Non ti preoccupare. Basta organizzarsi, dico.
Basta organizzarsi. Mi pento di averlo detto prima ancora di vedere sul suo volto quel sorriso che si fa ai malati quando si fa loro visita in ospedale. Lo so, soffro di questa grave patologia da quando sono entrata nel mondo del lavoro e quell’inevitabile interagire dieci ore al giorno con persone che mi farebbe schifo persino sapere che respira il mio odore in metro. Ho infarcito di banalità la mia conversazione per riempire quei momenti di silenzio che credevo potessero ammazzarmi dall’imbarazzo.
I silenzi di Fede invece, dopo avermi dilaniata e uccisa, dopo avermi fatto scagliare bicchieri contro i muri e picchiato pugni – lato mignolo – sul suo impassibile petto, mi hanno obbligata a prenderne atto e, di conseguenza, a parlare molto meno e forse un po’ meglio. Parlare meno davanti alla macchinetta del caffè. Parlare meno in ascensore o in pausa pranzo a dover spiegare, come ogni giorno negli ultimi cinque anni, perché non mangio carne o pesce, per esempio. Parlare meno quando i miei genitori mi guardano curiosamente schifati – come io sto guardando ora questa limaccia bruna sulla merda di un cane ai margini del sentiero – perché a trentacinque anni non ho ancora un contratto a tempo indeterminato e non li ho resi nonni. No, due cani anziani e tre gatti, di cui due paralizzate e uno cieco, non valgono. Neanche i ratti o i conigli, sottratti agli stabulari, che ospitiamo in attesa di adozione.
Ciò che mi ha sorpreso, nel togliere un po’ dalle mie conversazioni, evitando il “come va” dopo il “buongiorno” o il “come è andato il weekend” il lunedì mattina e tutto il parentato di banalità in relazione, è stato constatare che nulla è cambiato in modo radicale. Nessun equilibrio è stato compromesso. Ed entrare in sala mensa e non dire “uh, che fame”, per esempio, ma sedersi e guardare in silenzio il muro davanti a me, mi ha sollevato dall’obbligo pedagogico di dover portare avanti conversazioni che possono essere solo dannose per il mio amor proprio. Parlare meno per una significativa crescita di margine di guadagno in armonia e pace nel mondo. Grazie a Fede e alle lettere tatuate sulle nocche che, una volta incrociate, compongono la parola SILENZIO.
Suona il telefono. È un cliente. Il cliente: Marty. Uno dei più grandi dell’agenzia. Un bravo ragazzo ruspante che ha fatto i soldi vendendo i mirtilli, coltivati dal nonno, in un apecar sui marciapiedi della City. Ora i mezzi sono diverse decine e il business sta nel franchising. Marty ti fornisce il mezzo brandizzato e i mirtilli e tu puoi costruire il tuo futuro grazie agli hipster e ai provinciali che succhiano il latte della scalata sociale da ogni tetta che sia instagrammabile.
Ho conosciuto Fede in uno dei vivai del nonno di Marty dove si coltivano frutti di bosco e conflitto generazionale proprio quando il cliente, Martino Reguzzoni, ha avviato un processo di digitalizzazione e ammodernamento dell’impresa di famiglia. Eccomi qui! La vostra account di fiducia che non ha problemi a sporcarsi le scarpe di terra per incontrare il cliente o a contaminare la mia lingua madre schedulando call o settando post in ottica SEO. E pensare che mi sono laureata in Letteratura Russa.
Scusa devo rispondere, mi giustifico, è Marty.
Fede increspa le labbra. Marty… si chiama Martino, bofonchia. Lo odia. Odia Marty come solo le persone che riducono al minimo indispensabile le manifestazioni emotive sanno fare.
Fede odia Marty e la sua quasi laurea in economia e i suoi risvoltini e le sue chiacchiere da politicante. Lo disprezza senza rendersi conto che, odiandolo, giudica e condanna anche quella che è la mia vita, fuori dal nostro piccolo paradiso domestico, da cinque anni a questa parte. La mia vita: alzarmi alle sei per la classe di crossfit ed essere alle nove in ufficio, docciata e piena di endorfine perché no, non riesco a essere positiva circa l’ingrassare, l’invecchiare e decadere. Sono cresciuta negli anni di Kate Moss e dei jeans a vita bassa e non riesco ad accettare, per esempio, questa cosa che sporge mollemente dove un tempo c’erano costole ad anfiteatro sul mio piercing all’ombelico. Faccio meno fatica a ridurre la mia massa grassa, lo spazio che ingombro, i segni del tempo sul mio volto, rispetto al lavoro necessario su me stessa per trovare il Lebensraum di un ego self-confident. Sono figlia del grunge. Vestiti larghi su corpi scheletrici come camere d’aria per proteggerci da quel mondo che ci punzecchia, ma a cui non vogliamo fare male.
Una volta al mese porto a lavoro le brioches per tutti. Vegan per Gina, gluten free per Paolo e Federica, vuota per Roberta e ripiena di pistacchio per Fabio. Alla Nutella per il capo. Chi vuole il caffè? Chiedo ogni mattina verso le undici, sapendo già la risposta. Deca per Fabio che è iperteso e lungo per Roberta. Qualcuo fa allusioni sul fatto che le piace lungo e nero. Io ricordo tutto. So cosa vogliono e li accontento. Rispondo al telefono prima di tutti gli altri e mi accollo rotture di cazzo che non mi competono. Non litigo con nessuno e non sparlo di nessuno. Neanche quando qualcuno tira fuori, nella sua colpevole ingenuità, un qualsiasi argomento di cronaca. Avete sentito che… e Paolo dice qualcosa di molto stupido o ignorante. Federica dice invece qualcosa di banale, ugualmente ignorante ma razzista e io mi mordo le labbra per non asfaltarla con i miei cavalli di battaglia invecchiati oltre vent’anni. Pipponi che scrivo e ripeto mentalmente dalla morte di Carlo Giuliani in poi. Non ti conviene sfidarmi.
Parlare meno, mi ripeto, perché tanto è cinque anni che cerco di farla ragionare e andare oltre ai trend di indignazione dettati dal dogma legista: droga, Europa, farina di insetti, la macedonia, le auto troppo squadrate, Maurisa Laurito, tappi di plastica che non si staccano, cani che abbaiano, musica in levare?
Sono l’ultima a uscire dall’ufficio e a volte non timbro il cartellino perché è davvero troppo tardi e non posso fare tutti questi straordinari, ma se il lavoro aumenta e i tempi sono sempre gli stessi, come posso incastrare in una sola giornata lavorativa tutto quello che c’è da fare? È una questione di spazio e di tempo. Spazio condiviso con i miei colleghi. Tempo per svolgere il mio lavoro. Basta organizzarsi, dicono. E io avrei voglia di rispondere GRAZIE AL CAZZO, ma non mi piace essere scortese.
Il mercoledì salto la pausa pranzo per uscire prima, perché ho appuntamento con Fede al canile dove abbiamo adottato Ozzy e Ronnie. Non è possibile davvero passare la propria vita soltanto a lavorare, bisogna anche fare qualcosa che contribuisca al bene del mondo. Aiutare il prossimo. Dare a chi non ha.
C’era questo tizio tutto scolpito ma asciutto, con lo chignon, dei merda di sandali di cuoio e l’aria da santone di Busto Arsizio che, durante un team building, ci ha parlato di Ikigai. Si è messo a disegnare dei cerchi su una lavagna e ci ha spiegato che il senso della vità è trovare il giusto equilibrio tra ciò che ami, ciò che sai fare bene, ciò per cui ti pagano e ciò di cui il mondo ha bisogno.
Andiamo dalla più facile alla più difficile: mi pagano per trovare un compromesso tra le parti, assorbendo gli urti e trovare un punto di incontro. Cosa so fare bene? Quello che gli altri si aspettano da me: assecondare ogni loro capriccio mettendo a tacere le mie istanze. Obbedire, eseguire. Non contestare o mettere in discussione. Renderli tutti pienamente soddisfatti. Cosa amo? Essere amata, a qualunque costo. Di che cosa ha bisogno il mondo? Che qualcuno pulisca merda, piscio e pelo nei canili, che si riduca il consumo di plastica e che si sostengano le economie locali e che si invecchi sani e felici senza ingrassare e che si supporti la cultura senza comprare il libri su Amazon. Il mondo ha bisogno di conversazioni brillanti e pranzi cucinati partendo dalle materie prime, che si adottino bambini a distanza e si firmino petizioni e che la casa sia pulita, l’orto rigoglioso ma senza veleni o chimica. Usciamo a raccogliere le lumache? Mi chiede Fede al crepuscolo nelle sere piovose. Sì, andiamo a raccogliere lumache, amore mio. Lumache che poi butteremo nel bosco perché davvero non ha senso ucciderle. Sì, il mondo ha bisogno di tutto questo. Il mondo ha bisogno di persone che non sono mai stanche.
Marty mi chiede se posso raggiungerlo da un fornitore. Lo so che è tardi, ma stiamo facendo le prove di stampa del nuovo packaging, mi dice. Sento che è già impizzato e forse ha bevuto qualche campari con il titolare della Cartotecnica Padana. E io mi immagino già la scena: quel suo ufficio ricavato costruendo una scatola di cartongesso nell’officina che puzza di CrystalBall e quella sua Volvo fuori luogo, parcheggiata in mezzo ai furgoni e le auto dei pochi, fedelissimi, dipendenti ariani diurni e i dipendenti diversamente bianchi notturni.
Cosa sei brava a fare? Sono brava, per esempio, a far finta di non vedere il poster di Mussolini o il calendario pieno di tette e chiavi inglesi appesi alla parete, accanto alla targa “BEST PLACE TO WORK 2023”
Per cosa ti pagano? Ascoltare il cliente, Marty, e coordinare il lavoro dei creativi dalle 9:00 alle 18:00, dal lunedì al venerdì.
Di cosa ha bisogno il mondo? Che quelle merde di vaschette che non fanno notare la riduzione del 10% di mirtilli, venduti però al medesimo prezzo, vengano stampate con estrema urgenza proprio ora, che sono le 19:45 ed è mercoledì, a quanto pare. Il mondo è nelle mie mani e il bene supremo opera in una piccola azienda di cartotecnica nel varesotto, sembrerebbe.
Cosa ami? O meglio: chi devo deludere adesso? Devo litigare con Fede o devo contrariare Marty? Devo confermare di non avere anima e spina dorsale, nonostante il canile, l’acqua sfusa, le verdure chilometro zero e i detersivi biologici in pastiglia, devo riconoscere di essere schiava del lavoro come nei peggiori film anni Ottanta o devo fare i conti con quello che, agli occhi di Marty, sarà un torto personale da parte della sua Vale. Perché tutto è personale e ciò che mi chiede è un piacere personale e quello che faccio è perché ho un cuore d’oro e son buona e santa, ma mai che si parli delle mie competenze, delle mie maledette hard skills, no, tutto è soft e un mio NO è tradimento e ingratitudine. Lo sai che ti voglio bene e senza di te, Oh Vale, come farei senza di te che sai cosa regalare alla mia ragazza e in quale ristorante portarla o come prenotare un volo per le mie vacanze?
Mi dai quindici minuti, per favore, e vedo se riesco a venire, rispondo a Marty al telefono, intanto che Ozzy non riesce a liberarsi dal prurito in un punto imprecisato dietro all’orecchio poiché, seppur convinto di grattarsi, la zampa non riesce neanche a sfiorare il pelo ma sciabola il vuoto.
Grandissima, sapevo che non mi avresti deluso, esulta Marty non avendo – è evidente – percepito la mia voce o recepito il senso di ciò che ho detto. No, Marty… quello che non hai ancora capito è che non potete più darmi per scontata. Ti ho detto che ho bisogno di quindici minuti per decidere e mi prendo quindici minuti. Un po’ meno. Vendere allo stesso prezzo una minore quantità di prodotto. Proprio come i tuoi mirtilli, Marty.
Ho iniziato a parlare meno. Poi ho deciso di prendermi qualche minuto di silenzio prima di entrare in ufficio, cominciare un lavoro o entrare in palestra. Qualche minuto prima di rincasare, svuotare la lavastoviglie o quando mi lavo i denti dopo la pausa pranzo. I minuti poi, avendo constatato che nessuno si era accorto del furto, sono diventati quindici. E le occasioni si sono moltiplicate. Quindici minuti di spazio. Quindici minuti che vi tolgo. Quindici minuti che rivendico. Quindici minuti alla volta.
Gratto Ozzy dietro l’orecchio e lo libero dal prurito. Il mondo ha bisogno di questo. Di persone che sanno a chi dare e a chi togliere.
L’autrice
Valeria nasce un lunedì di pioggia del novembre del 1982 a Varese. Diventa “Valeria Disagio” sull’orlo estremo tra l’adolescenza e l’età adulta. Ha esordito giovanissima con il romanzo Casseur: la lotta, l’ebbrezza e la Città Giardino edito da Gaffi. Poi ha perso parecchio tempo nella precarietà del lavoro e nell’inquietudine politica. Ha scritto molti racconti, comunicati e testi di canzoni. Ha gestito un blog, da cui è nato il libro Discount or die edito da Nottetempo, ha curato fanzine e cantato in collettivi punk, scritto altri romanzi (I mortificatori edito da Agenzia X e Brucia la vecchia edito da Bookabook), lavorato nel marketing, allevato galline e coltivato un orto.
Illustazione di Elisa Borghi
