La pioggia ci ha giocato un brutto tiro

Il feticcio in tela di iuta è sul tavolo, pronto da riempire. Le due sagome antropomorfe, già cucite per i piedi, sono identiche come immagini speculari.

Mi siedo sulla sedia fissata al pavimento e allaccio le cinghie in velcro a caviglie, vita, petto e gomiti. Apro poi il coperchio della Ruota delle sfumature emotive, rivelando i molti scomparti più o meno colmi della scatola: da bambina, quando sfioravo con un dito i frammenti e i mucchietti di materiali organici e inorganici divisi per colore, mi sentivo euforica come se avessi accarezzato l’arcobaleno.

«Dolente Sarai» dico a voce alta. «Vediamo cosa posso fare per te.»

Questa donna ha trentasette anni ed è vedova da circa due mesi. È venuta qui al laboratorio tre giorni fa e mi ha esposto il suo problema: non riesce a dimenticare il defunto marito, suo primo e unico amore. Lamenta sonno eccessivo, crisi di pianto, pensieri circolari, scarso appetito, difficoltà di concentrazione e apatia. Non ha la possibilità di stare vicino alla sua famiglia per lunghi periodi e, come se non bastasse, è a rischio licenziamento perché non riesce a svolgere bene e rapidamente come prima i suoi compiti.

Sarai mi ha chiesto perciò di smorzare l’intensità del suo lutto per poter tornare finalmente alla vita.

Mettiamoci all’opera, allora. Sarà un feticcio a base di colori caldi, ma senza calcare sull’effetto energizzante – le funzioni vegetative di Sarai non reggerebbero un eccesso di stimoli.

Dispongo nel feticcio diversi pizzichi di petali freschi rosa corallo, per contrastare la sonnolenza. Qualche cucchiaino di lenticchie arancione pallido per aiutare Sarai a guardare avanti, invece che indietro. Un quarto di manciata di sabbia dorata per richiamarla all’equilibrio, e magari strapparle un sorriso. Qualche granello – non di più – di esoscheletro essiccato e polverizzato di cocciniglia del carminio, per stuzzicare la fame. Il bianco puro dei cristalli di sale per ritrovare la chiarezza mentale. Tre gocce esatte di estratto di stimmi di zafferano, per risvegliare l’energia mentale.

Svito il tappo della fialetta di sangue che ho chiesto a Sarai di consegnarmi quando mi ha affidato quest’incarico e, lanciata l’evocazione appropriata, irroro il composto che ho messo insieme per preparare questo feticcio.

Porta e finestra del mio laboratorio sono chiuse, eppure un gelo strisciante mi punge di colpo i polmoni, come se la temperatura fosse calata di diversi gradi. In lontananza – ma potrebbe essere solo un’eco nel profondo del mio cranio – risuona un tintinnio distorto, come prodotto da un sonaglio deforme.

Uno spasmo mi fa sobbalzare sulla seduta imbottita: sarei caduta, se non fosse stato per cinghie e bulloni, che limitano i movimenti miei e della sedia. Le convulsioni scuotono in direzioni diverse il mio corpo tremante. Schiumo bollicine di bava dalla bocca.

Lui è arrivato.

Quando la crisi passa, faccio dei respiri profondi. Oso sollevare la testa solo dopo che il cuore ha smesso di pulsarmi nelle orecchie. Mi scosto i capelli dalla faccia, estraggo un fazzoletto dalla tasca per asciugarmi la bocca.

Pa’ è davanti a me, grigio ed evanescente, l’espressione accigliata ancora riconoscibile nonostante i suoi contorni sfumati da spettro.

«Oh, ma andiamo!» sbotto. «L’Ordine dei mitigatori ha dichiarato che non è illegale diminuire grandezza e peso dei feticci, purché lo si specifichi sul certificato di garanzia. Se poi i dolenti non fanno caso alle differenze, mica puoi dare la colpa a me.»

Pa’ incrocia le braccia.

«Al posto mio, altri mitigatori avrebbero imbrogliato questa donna usando le radici di rodiola al posto dello zafferano» insisto. «Mi consideri una truffatrice solo perché cerco di risparmiare sui costi di produzione?»

Se potesse ancora emettere suoni, mio padre sbufferebbe.

«E comunque me l’ha chiesto la dolente, un rimedio per velocizzare l’elaborazione del lutto. Non sarebbe disumano, lasciarla languire nella depressione?»

Pa’ scuote vigorosamente la testa, tracciando nell’aria scie cineree che sottolineano il suo diniego.

So che è vigliacco da parte mia, ma contrattacco affondando il dito nella piaga. «Sei finito sulla forca per debiti, ricordi? E quei debiti li sto ancora saldando io al posto tuo. Vuoi che faccia la tua stessa fine?»

Pa’ fluttua all’indietro come se gli avessi tirato uno schiaffo, però si decide ad aiutarmi. Rovescia all’indietro il capo e gli occhi senza più iridi né pupille, poi spalanca la bocca. Dalla sua gola risalgono volute impalpabili e cangianti, come morbido fumo danzante imperlato di gocce di luce.

La forma eterea, adesso pienamente manifesta e libera, indugia per qualche istante spiraleggiando per la stanza finché, attratta dall’offerta di sangue e composto, cala sul feticcio rimasto in attesa sul tavolo.

Lesta, mi strappo un capello e lo intreccio al filo da cucito, per imprimergli la mia volontà e il mio potere. Con punti precisi chiudo le due metà dal feticcio, inducendo questo spirito della guarigione a rannicchiarsi al suo interno.

Terminata l’operazione, mi affloscio sulla sedia. Arti e testa mi pesano come se si fossero trasformati in pietra.

Dieci minuti di meritato riposo trascorrono senza che nulla richieda che io mi alzi. Quando infine mi sforzo di aprire un occhio e guardarmi intorno, noto che Pa’ è svanito portando con sé il suo sdegno.

Mi slaccio finalmente le cinghie e termino il lavoro.

Impacchetto il feticcio, che Sarai seppellirà nel luogo dove potrà beneficiare della sua influenza. Per quando l’imballaggio compostabile sarà ridotto a materia organica e i sigilli contenitivi che lo ricoprono si saranno dissolti, il feticcio avrà già terminato di produrre il suo effetto.

Invio quindi a Sarai un messaggio con i dettagli per il pagamento e le raccomandazioni su come prendersi cura del feticcio, così che lo spirito che adesso lo abita non scappi oppure muoia. Compilo infine il certificato di garanzia, specificando che il feticcio è lungo undici centimetri invece dei canonici tredici e che il peso è calato di cinque grammi rispetto al passato – “Un formato tascabile che unisce la praticità all’efficienza”, recita il mio slogan più recente.

***

Ancor prima di sperimentare la sconquassante esperienza dell’evocazione, o di abituarmi alle percezioni sensoriali stridenti che accompagnano una manifestazione ultraterrena, mio padre mi aveva spiegato che quando moriamo, se tutto va come deve, diventiamo spiriti.

Liberati dalla nostra gabbia di carne, l’essenza di ciò che siamo davvero può finalmente emergere: così otteniamo la capacità d’influenzare il mondo materiale attraverso vie soprannaturali, oltre che di mettere a disposizione la passione o l’attitudine che ci ha caratterizzato maggiormente in vita sotto forma di aiuto portentoso.

È per questo motivo che si possono evocare spiriti in grado di suscitare emozioni specifiche, di propiziare la riuscita desiderata di una certa situazione, di collaborare allo svolgersi di determinate attività… la lista è infinita. Io e mio padre, comunque, abbiamo seguito la tradizione e ci siamo specializzati nelle evocazioni che hanno lo scopo di alleviare le sofferenze altrui.

In effetti Otieno Aanakwad, il primo intermediario fra gli spiriti e gli esseri umani, è stato anche il primo mitigatore. Nelle sue memorie, Otieno racconta di aver intuito come evocare intenzionalmente gli spiriti mentre giaceva in una pozza del suo stesso sangue dopo un incidente nei campi: circondato dalla beffarda cornice della natura in rigoglio in quell’appezzamento fuori mano, la voce ormai rauca per le grida d’aiuto rimaste inascoltate, gli era rimasta solo la consolazione di pregare stringendo tra le dita un antico talismano di famiglia fatto d’ossa e pietre. A quel punto lo spirito di un antenato, incuriosito, aveva risposto alla chiamata di Otieno e si era manifestato a lui, colmandolo poi di un’incongruente ma graditissima sensazione di benessere, che lo aveva distratto dallo shock di cui era preda il suo corpo.

Quando alla fine i soccorsi erano arrivati, era stato troppo tardi per la gamba maciullata di Otieno, ma poco male: l’uomo non aveva avuto più bisogno di lavorare come bracciante, dopo aver imparato come si può convincere uno spirito a operare sulle funzioni della mente e aver insegnato il suo metodo a molte altre persone. Otieno era diventato un uomo ricco e aveva anche ricevuto il plauso della comunità.

Citavo spesso a mio padre la storia di Otieno Aanakwad, quando attaccava la solfa della nostra responsabilità morale come mitigatori.

«Se Otieno non si preoccupava di verificare le intenzioni di chi lo pagava per essere formato come mitigatore» ragionavo con Pa’, «non vedo perché noi dovremmo rifiutare quei dolenti che vogliono solo funzionare meglio quando si alzano al mattino.»

«Perché le emozioni negative servono ad avvisarci che c’è qualcosa a cui dobbiamo prestare attenzione! Sopprimerle o ignorarle alla lunga ha sempre delle gravi conseguenze» si agitava lui. «Immagina se ti rompessi un piede e, invece di andare a farti mettere il gesso, chiedessi a un mitigatore di cancellare il dolore che provi quando ci cammini su. Potresti anche continuare a “funzionare”, come dici tu, ma in che condizioni sarebbe il tuo piede sempre più fratturato, dopo qualche settimana?»

Scambi di battute del genere solleticavano il mio lato sardonico. Di solito evitavo di urtare la suscettibilità di mio padre per non scatenare discussioni inutili, ma com’era possibile che, alla sua età, non avesse ancora aperto gli occhi su come girava il mondo?

«Tu sei tanto buono e vorresti salvare tutti, Pa’, ma non puoi farcela, perché non dipende da te» gli avevo fatto notare una volta, stanca del suo brontolare. «La maggior parte dei dolenti non può o non vuole cambiare veramente. Quando si rivolgono a noi, si aspettano solo che li facciamo sentire abbastanza bene da riuscire a superare qualche altra giornata, che lo ammettano con sé stessi oppure no.»

Pa’ mi aveva squadrato inorridito, come se non mi riconoscesse. «Le emozioni ci permettono di distinguere ciò che è bene da ciò che è male, Marie. Combatterle pur di non affrontarle ci prosciuga della maggior parte delle nostre energie, finché la forza per darsi da fare viene completamente meno. E quando non riusciamo più a dire cosa proviamo, la vita diventa arida e vuota come un deserto: così smettiamo di essere presenti a noi stessi e agli altri.»

Lo avevo guardato di sbieco. «Sì, lo so come funziona, ma penso ancora che cercare l’assistenza degli spiriti per ritrovare la serenità sia preferibile all’intorpidirsi con dipendenze pericolose, sempre che il trattamento sia eseguito da un mitigatore qualificato e che il dolente faccia la sua parte per mantenere il favore dell’entità evocata.»

Pa’ si era incupito: avevo tirato in ballo un argomento delicato.

L’intermediazione con gli spiriti è un affare che fa girare mucchi di quattrini, perciò, in quel contesto, sono frequenti truffe e disgrazie. Autodidatti che si propongono come mitigatori dopo aver seguito un oscuro corso a distanza. Mitigatori che vantano l’innaturale longevità dei loro feticci, ottenuta in realtà intrappolando lo spirito evocato con sigilli indelebili fino a consumarlo. Dolenti che trascurano il feticcio che hanno richiesto per pigrizia o perché, insoddisfatti di come si sta comportando lo spirito che si è interessato a loro, credono di sbarazzarsene più velocemente facendo così… Le rubriche di cronaca abbondano di esempi di queste e altre scelleratezze.

Ma la più grande stupidaggine che si possa fare, con un feticcio, è spacchettarlo prima del tempo, toccarlo senza rispettare i rituali o smaltirlo in modi inappropriati.

Pa’ me lo ripeteva fino alla nausea, ai tempi dell’apprendistato; eppure è stato proprio il venir meno a queste regole fondamentali di sicurezza, a rovinarci.

***

Nel mondo dello spettacolo, affidarsi agli spiriti per reggere la pressione è più frequente di quanto si pensi, e le statistiche dimostrano che gli artisti seguiti da un mitigatore sono meno propensi a darsi a eccessi che creano problemi o imbarazzo a chi li ha messi sotto contratto. Nessuno vuole sentire di un’altra prima donna annegata nella vasca da bagno perché era ubriaca o di cantanti che perdono il controllo e pestano giornalisti indiscreti.

Anche tenendo presente questo, però, non mi aspettavo che una famosa casa di produzione cinematografica scegliesse noi perché ci occupassimo della dolente Lettice, che sotto il suo più famoso nome d’arte aveva partecipato a una trilogia in costume capace di sbancare i botteghini.

Già immaginavo quanto avremmo potuto chiedere di parcella e quali nuove porte ci avrebbe aperto quel lavoro, quando mio padre aveva soffocato il mio entusiasmo.

«Un feticcio per lenire l’ansia da invecchiamento? Sarebbe un affronto al nostro Ordine, prendere un incarico così frivolo» mi aveva gelato.

«Stiamo parlando di un’attrice famosa» avevo ribattuto con foga. «È normale che abbia paura di essere surclassata dalle colleghe più giovani, ora che il suo aspetto ha iniziato a cambiare. Non fare l’ipocrita giudicante: la bellezza è fondamentale, nel suo campo.»

Pa’ aveva stretto le labbra: colpito nel segno. Ma si era ripreso subito: «Questa è gente che cerca di dimenticare come funziona la vita, Marie» aveva ricominciato. «Se evochiamo gli spiriti mossi da ragioni superficiali, facciamo un torto ai dolenti e impoveriamo la qualità generale del servizio.»

«Se proprio ti senti in colpa, la prossima volta possiamo andare a portare l’allegria gratis in un orfanotrofio.»

«Non scherzare su queste cose!» aveva ringhiato, la voce vibrante d’ira come gli capitava di rado. «E in ogni caso, la questione non è soltanto etica: è che proprio non possiamo sostenere tutte queste richieste. Tu forse non te ne rendi conto perché sei giovane, ma le nostre evocazioni stanno perdendo gradualmente potere, anno dopo anno. Sarebbe meglio disturbare gli spiriti solo per ciò che davvero merita urgenza, invece di mettere a rischio l’efficacia dei feticci pur di accontentare tutti e continuare a guadagnare le stesse cifre.»

Comunque, per quanto fosse arrabbiato e pieno di dubbi, Pa’ si lasciò convincere ad accettare l’incarico e a portarmi con sé in veste di apprendista; però mi fece anche promettere che in futuro saremmo rimasti alla larga da quell’ambientaccio.

Io gli risposi di sì senza pensarlo davvero: avevo la mente altrove. Se l’acconto sarebbe stato sostanzioso come ci avevano lasciato intendere, avremmo potuto usare polvere di diamante nel composto…

Mi aspettavo che l’incarico per la dolente Lettice avrebbe dato una svolta alle nostre carriere e così fu, ma non nel modo in cui avevo sperato.

Noi mitigatori insistiamo fino allo sfinimento su come i feticci debbano essere conservati al sicuro, ma un assistente citrullo aveva inumato quello della nostra diva in una buca poco profonda in giardino, un’area dove non c’era neppure una tettoia: al primo acquazzone, il feticcio era spuntato fuori dal terreno e il rottweiler di casa se n’era impadronito. I denti del cane avevano lacerato i sigilli contenitivi sull’imballaggio, liberando l’ospite del feticcio: il povero spirito, spaventato e oltraggiato, aveva condiviso il trauma dell’essere masticato con la dolente Lettice.

La donna si sarebbe ripresa completamente, ma durante il tempo necessario a guarire da quelle ferite fisiche e psichiche, era stata costretta a venir meno a impegni già presi. La casa produttrice ci aveva fatto causa, pretendendo il risarcimento dei danni.

La responsabilità dell’accaduto era stata attribuita per intero a mio padre: essendo all’epoca ancora nel periodo di apprendistato, io non ero penalmente perseguibile. Tuttavia, dopo che Pa’ era stato condannato per insolvenza, l’onere di estinguere ciò che restava del debito era ricaduto sulle mie spalle in quanto sua parente più stretta.

«Sono desolato che adesso tocchi a te» mi aveva detto Pa’ durante il nostro ultimo colloquio, la sera prima dell’impiccagione.

«Non fartene un cruccio: così funziona questa legge assurda» avevo replicato asciutta. «Ma se potessimo dimostrare che hanno maltrattato il feticcio, forse…»

«Abbiamo firmato un accordo di segretezza, ricordi?» mi aveva interrotta. «Non complicare la situazione.»

«Perché, faresti qualcosa per impedirmelo?»

La campanella che segnalava la fine del colloquio era suonata, e lui non aveva potuto rispondermi.

***

Da quando Pa’ è morto, l’unica entità che riesco a evocare è il suo spettro, che poi mi fa da intermediario con gli spiriti.

Non ho mai sentito di un mitigatore che abbia perso i suoi poteri, né tanto meno di uno spettro capace di lanciare un’evocazione.

Sottoporrei questo bizzarro caso all’attenzione dei colleghi, se non avessi paura di finire radiata dall’albo o almeno di mettere in fuga i dolenti interessati ad affidarmi un incarico, qualora si diffondessero voci sul mio attuale stato.

Benché posseggano anche loro la capacità di intervenire sulle cose terrene, infatti, nessuno si azzarderebbe mai a trafficare con gli spettri, perché spesso sono d’indole maliziosa, se non maligna, e fanno danni anche quando non sono stati provocati.

Uno spettro è la fioca impronta dell’anima di una persona morta che rifiuta di ascendere allo stato di spirito perché ritiene di avere qualcosa in sospeso, su questa Terra, da portare a termine. Si tratta di una condizione liminare penosa che può protrarsi anche per anni, perché la rabbia e la brama dello spettro alimentano le sue apparizioni.

Data l’abitudine degli spettri di infestare i luoghi che hanno abitato prima di defungere, nonché quella di pretendere riparazione per i torti subiti anche ricorrendo alla violenza, qualcuno, tempo fa, aveva proposto di contenerli in speciali feticci. Mio padre, ovviamente, ha votato contro: «Anche gli spettri hanno diritto a completare il loro percorso» aveva contestato. Ma quale sarebbe, il percorso su cui è incamminato mio padre in questo momento?

Forse, come capita a tanti spettri, Pa’ non vuole accettare la sua morte prematura e ingiusta.

Forse mi perseguita perché sono stata io, a insistere sull’accettare l’incarico che ci ha provocato tanti guai.

Forse mi è impossibile evocare perché mi sento in colpa per quello che gli è successo, e lui mi sta aiutando come può.

O forse è solo troppo attaccato al suo vecchio ruolo di salvatore per mollare le redini, ancora convinto di poter raddrizzare i torti del mondo col suo idealismo ingenuo – come se cercare d’impedirmi di lavorare nel modo più conveniente per me potesse fare la differenza.

In certi giorni sono proprio sul punto di chiedere a Pa’ perché è ancora qui… ma per ora non me la sono sentita, di scoprire qual è la sua risposta.


L’autrice


Azzurra Meis legge e beve tè ogni giorno. Scrive meno spesso, ma a volte conclude qualcosa. È innamorata del fantastico nelle sue mille sfumature, anche se confonde sempre i suoi sottogeneri. Conta di fare dei cactus che le adornano il balcone i protagonisti di una storia, prima o poi.

Illustrazione di Benedetta Baroni