Angeli di nylon

Compare per prima la punta, un triangolino perlaceo dietro la cresta di ruderi delle città morte. Lenta ma costante, la sagoma sguscia oltre l’orizzonte, simile ad una lingua bianca che sormonti file di denti marci.

Sono all’ipermercato Demeter, nel reparto ortofrutticolo. Gli scaffali sono organizzati per brillantezza: all’altezza del petto pomi lucidi e libidinosi conservati in piccoli scrigni di plastica; ai piedi cassette di quella a che, a prima vista, sembra una natura morta di cera dimenticata al sole. Mi piego su un pomodoro nero e bacato e lo esamino rigirandolo nella mano. Quando mi rialzo, la punta già squarcia il cielo, diversi chilometri oltre la porta a vetri. Sento il fiato mozzarsi e il frutto mi cade di mano, spiaccicandosi a terra: sembra un cuore mangiato dal cancro. In pochi secondi, tutti i clienti e il personale si ammassano alle finestre o si riversano in strada, i cellulari alzati sopra la testa con due mani come in un gesto votivo.

Non ho mai visto il Bazar Errante di persona, solo in uno schermo. Sapevo che fosse grande quanto un complesso edilizio, ma l’inverosimile possanza che esercita come un potere divino, muovendosi contro ogni legge fisica attraverso le terre desolate, mi coglie alla sprovvista. L’immenso tendone striscia sopra la pianura screpolata d’asfalto e cemento, il fantasma di un titano di nylon che promette di cancellare ogni iniquità al suo passaggio, lasciandosi dietro una bava cristallina di uguaglianza e giustizia.

Il comunicato arriva un paio d’ore dopo.

Demeter Inc. è orgogliosa di annunciare la 34° edizione della Fiera delle Fiere, l’evento all-you-can-grab più atteso dell’anno. Le regole sono semplici: compra la borsa dedicata all’ingresso, e tutto quello che riesci a metterci dentro puoi portarlo a casa!

Per la prima volta dall’inizio della Fiera, il Bazar Errante è arrivato alle porte del mio blocco. Domani, i lembi del grande tendone si solleveranno come ali di serafino, accogliendo centinaia di migliaia di persone che nelle prossime ore si riverseranno nella vallata da ogni parte del mondo.

Per tutto il pomeriggio – sarà così fino a domani mattina – il blocco echeggia degli squilli forsennati dei cellulari di chi ha messo in affitto anche il più piccolo degli sgabuzzini solo per poche ore. Progressivamente, le strade delle città morte si ingorgano di tende, camper e sacchi a pelo. Il cielo è invaso di aerei, jet ed elicotteri, e l’aria che si respira è densa di fumi di scarico delle auto e dei bus.

Demeter prende l’iniziativa molto sul serio, e tutte le informazioni sulla prossima Fiera delle Fiere sono gestite con la massima riservatezza. Nessuno potrebbe immaginare dove e quando si terrà: spera solo di vedere, tra il calare di maggio e l’inizio di settembre, quei lembi bianchi e gonfi di vento che appaiono oltre il crinale di una montagna o sopra i tetti squadrati dei palazzi.

Stanotte non riesco a chiudere occhio, vuoi per l’eccitazione o per i rumori che attraversano le pareti del blocco come uno sciame infestante. E tuttavia, alle mie orecchie questi suoni hanno un che di piacevole: sono la prova incontrovertibile della rarità del momento. Sapere che proprio il mio blocco è stato scelto tra migliaia di altri per ospitare il grande evento, e che in meno di ventiquattr’ore la mia vita potrebbe cambiare radicalmente, che potrei finalmente lasciare questa palazzina anteguerra e trasferirmi in una casa vera in un blocco di classe A o persino S, con un giardino e una vista sul mare o sulla campagna… tutto ciò mi inebetisce.

Attendo l’alba affacciata all’abbaino del bagno e mi godo la vista sulla vallata. Attorno al Bazar Errante si è condensata una coltre di accampamenti. Il tendone piega e riflette i fasci di luce dei fari che lo colpiscono, gigantesca colomba superba.

Il giorno della Fiera esco di casa nel primo pomeriggio. Sono riuscita a comprare un biglietto pochissimi minuti prima che andassero esauriti, ma le strade trafficabili sono completamente intasate, i mezzi comuni sono fuori servizio, perciò mi tocca incamminarmi verso il Bazar con largo anticipo.

Le vie che si piegano intorno ai palazzi del blocco sono fiumi di persone che si muovono perentori nella stessa direzione. Ma in qualche modo tutti questi corpi sono comunque delle ostruzioni. Sono costretta ad arrestarmi ogni cinque o sei passi, strusciando le spalle sulle magliette sudate degli altri, o calciando l’ennesima lattina semivuota. A un certo punto mi passa accanto un uomo dal fisico scolpito e completamente nudo, fatta eccezione per un cartello appeso al collo e su cui, con un pennarello, ha scritto qualcosa che non riesco a leggere. La gente non tenta neanche di evitarlo, ne accetta la presenza o riesce perfino a ignorarlo. Vedo una mano allungarsi in mezzo l’ondeggiare ipnotico di arti, accoglie con amore le sacche scrotali dell’uomo tra le sue dita, ma lui non sembra accorgersene.

Alzo la testa e riconosco la vecchia fioraia da cui andavo con mia madre fino a qualche anno fa: fa capolino da una piccola finestra del suo appartamento e scruta con vivo timore lo scrosciare di carne, umori e poliestere nella strada sottostante. Mi domando come dobbiamo apparire ai suoi occhi. Lei era ancora molto giovane quando Demeter lanciò i primi abbonamenti, e ogni volta che da piccola vi accompagnavo mia madre che si ostinava a comparare quei ciclamini rinsecchiti, la sentivo blaterare i soliti luoghi comuni nostalgici sul vecchio regime statale.

Non riesco davvero a concepire l’esistenza di un’istituzione che si arroghi il diritto di esercitare un potere assoluto e irreprensibile sui suoi soggetti, senza dare loro possibilità di scelta. D’altronde, mi sono sempre trovata bene con le norme di Demeter: lavoro presso i loro negozi, vivo in uno dei loro blocchi e posso spendere i crediti nei loro prodotti, scegliendo gli abbonamenti che meglio si adattano alle mie esigenze.

Se e quando dovessi stancarmi, ci sono sempre altre corporazioni.

La fila è interminabile ma almeno pare procedere con un buon ritmo.

Quando sarò all’entrata, non dovrò fare altro che mostrare il codice al lettore dedicato e un distributore espellerà le due borse che ho prenotato. In cambio accetterà il mio cellulare, insieme ad altri eventuali dispositivi, che mi restituirà all’uscita con lo stesso procedimento.

Il mio compagno di fila è un ragazzo sulla trentina. Biondo e allampanato, dev’essere stato un bambino bellissimo prima che la pubertà lo rovinasse. Mi racconta di essere passato a Demeter tre anni fa. Prima di allora aveva cercato di mandare avanti l’attività di famiglia fondata dal suo bisnonno, un celebre ceramista di cui neanche ricordava il nome. Poi Demeter aveva lanciato i piani per l’assorbimento dell’artigianato medio grande e l’offerta era stata troppo allettante per rifiutare.

Mi dice – gli occhi grigi traboccanti di estasi – che la Fiera delle Fiere rappresenta il compimento della profezia ultraliberista e democratica post-nazionale. Una vera rivoluzione dell’umanità: tutta la ricchezza trasportabile al prezzo simbolico di un biglietto. Niente vincoli, zero tasse, nessuna autorità. In meno di mezz’ora entrerà in questo gigantesco tendone da pezzente e – ne è certo – uscirà sceicco.

Mentre parliamo, tuttavia, mi accorgo che c’è qualcosa che non mi torna nei suoi discorsi, un dettaglio sottinteso che mi impedisce di comprenderli appieno. Continua a parlare di calcoli, di spazio, di tempistiche.

«Ma come, non lo sai?» ribatte quando gli esprimo le mie perplessità. «Non puoi stare nel Bazar per tutto il tempo che vuoi. A un certo punto parte una sirena e devi correre verso la porta da cui sei entrata.»

La mia ignoranza in materia quasi lo oltraggia. Ha impegnato le sue prossime cinque mensilità per permettersi un biglietto aereo, solo per essere qui oggi. E io, che mi sono a malapena sporta dalla finestra, tratto la questione con una sufficienza che per lui è inconcepibile. Sento di dover provare imbarazzo per controbilanciare la sua reazione, mi faccio venire le orecchie rosse quasi a comando.

«Funziona così» mi spiega, «dopo un arco di tempo che di solito va dalle due alle quattro ore, per tutto il Bazar inizia a suonare una sirena a volume assordante. A quel punto si ha un solo minuto, dopodiché le porte si chiudono. Chi ce la fa a uscire può portarsi a casa tutto quello che è riuscito a prendere. Chi rimane dentro, deve lasciare tutto.»

Ma non basterebbe allora rimanere nei pressi delle entrate?

«Certo, ma non ci sarebbe un gran guadagno. Vicino agli ingressi di solito c’è tutto il materiale scadente e ingombrante, spesso dall’usato o dai fondi di magazzino. Roba che ti riempie subito la borsa ma che non vale niente. Più si va dentro, più il valore aumenta, così come aumenta il rischio. È un gioco, capisci?»

Avverto un che di esacerbato nella sua voce. Mi accorgo che sta sudando, piccole perline traslucide gli scorrono giù per la pelle come se centinaia di aghi invisibili l’avessero punto e lui si stesse prosciugando lentamente. Scelgo di ignorarlo, sperando che sia sufficiente. Dopo un po’ che non lo sento rivolgermi la parola, vedo che ha provato a saltare la fila. Ma quest’ultima, come un unico organismo caudale, lo frusta all’indietro con violenza, facendolo rotolare sul terriccio di detriti. Quando si ferma è impanato di calce, capelli e chiodi, e sembra guardare il sole con vaga devozione. Aspetto che si rialzi ma la fila spinge e dopo un po’ lo perdo di vista.

Riesco a convalidare il biglietto mezz’ora dopo e varco subito l’ingresso che mi è stato assegnato.

Appena la mia testa è accolta sotto gli alti soffitti di nylon, sono catturata da una vertigine.

Immensi corridoi aperti si arricciano in scale e intessono l’intera ampiezza del Bazar, sorretto da colonne che strabordano di oggetti. Stoffe ricamate, metalli preziosi, cibi esotici, e tutta la nuova collezione di dispositivi Demeter. E poi ancora volumi rari, capi vintage griffati, piccoli dipinti provenienti da musei dismessi, persino un’intera colonia di uccelli del paradiso e molto altro che rimane occultato dalla prospettiva o dall’ignoranza di classe.

Poeticamente, temo che il cervello mi si possa sciogliere, i suoi liquidi disperdersi nell’aria. Sono quasi sopraffatta dall’idea che tutto quello che riesco a vedere possa diventare mio – è già mio, devo solo allungare la mano e toccarlo. Un cocktail di euforia e terrore si nebulizza nel miei fluidi spinali.

Mi accorgo subito che attorno a me sono ammassate solo anticaglie senza valore, perlopiù vecchie lampade del secolo scorso, porcellane sbeccate, libri ingialliti, bambole di pezza sbudellate, e tutta quella roba che mi aspetterei di trovare nella cantina di un morto. Guardo le persone che gironzolano attorno ai cumuli di ciarpame come mosche in un letamaio, allungano le braccia con movimenti viscidi e timorati, studiano la reversibilità di una chiazza di muffa o di uno strappo.

Mi assicuro di fissarli con disprezzo, perché sappiano che non sono come loro. Non sprecherò una tale occasione per un bottino così squallido: sconvolgerò le sorti della mia vita, diventerò qualcosa di importante, di riconoscibile. Qualcosa di reale.

Mi addentro in mezzo alle spire di scaffali rigogliosi. Cerco i prodotti più succulenti. Faccio guizzare gli occhi in ogni direzione alla ricerca dei pezzi esclusivi della Fiera, oggetti da collezione che potrei conservare e vendere a distanza di anni a cifre esorbitanti. Con un’edizione speciale di una sola, maledetta figurina mi pagherò gli abbonamenti di un anno intero, se saprò pazientare abbastanza. Ma devo osare e soprattutto sbrigarmi, perché le merci rare si trovano nei corridoi interni, e sono senza dubbio le più ambite.

È tutto un calcolo di spazi e di tempi – aveva ragione quello lì.

Seguo lo scorrere dei partecipanti che descrive lunghe spirali attorno agli stand posizionati strategicamente. Passo accanto a piccoli attrezzi da cucina, gioielli, scarpe, figures, persino una parete tassellata di buoni per gli abbonamenti più improbabili. Provo a fermarmi a leggere qualche etichetta, ma una fila scomposta borbotta e mi spintona. Artiglio cinque o sei coupon e li faccio cadere nella borsa.

Più mi addentro, compressa in un macinato lamentoso di corpi, più mi sembra che sia la merce a scorrermi accanto, come per un bizzarro relativismo galileiano. Immagino le bambole alla mia destra prendere vita: mi osservano con i loro occhietti di resina, mi valutano, contraccambiando il mio sguardo con espressione volpina, come se sapessero qualcosa che io non so.

Tutto a un tratto, con un singulto di sorpresa, mi rendo conto di aver appena mosso un passo contro la mia volontà, solo trascinata dalla folla.

Non sono mai stata in mezzo a così tante persone. Le forme colorate e luccicanti che mi accerchiano – se riesco a scorgerle sopra le capigliature o i copricapi dei miei avversari – smettono progressivamente di avere un nome. Inizio a sospettare che non sia colpa della velocità. E se davvero tutte queste cose non fossero reali? Se fossero solo cose, solo materia senza significato, un plasma alieno e indecifrabile modellato da un demiurgo ignorante?

Voglio fermarmi. Mi dico: ferma. Ferma, una buona volta! E nel mentre arraffo tutto quello che posso dai banchetti e dai ripiani, finché non riesco neanche ad allungare le braccia. Il pavimento tremola, restituisce l’impressione che stiamo tutti scorrendo inesorabilmente verso le fauci di un grande tritacarne.

Dove mi trovo? Cosa sto comprando? Quanto tempo è passato?

Come dopo un’apnea irreale, avverto le orecchie stapparsi. Mi accorgo dei suoni: i versi della gente, lo stridere delle chincaglierie contro il metallo scadente, i rumori del mio stesso corpo che viene compresso in mezzo agli altri – lo scricchiolare delle ossa, il battere del cuore.

Unica scheggia nera contro il nitore del cielo di nylon, una rondine impazzita, forse fuggita da una gabbia, descrive un volo inarmonico, come un glitch in un sintetizzatore di movimento. Infine si schianta contro una parete invisibile e cade a terra. Anche se è impossibile, sono certa di riuscire ad udire il suono del suo minuscolo corpo che si trasforma in un pasticcio di carne e piume.

E poi, più forti del caos , nell’aria madida di umori corporei e deodorante per ambienti s’innalzano i suoni della sirena. Grida di anatema e te-lo-avevo-detto in forma di stringhe di suono rossosangue.

È il segnale.

La svendita sta finendo.

Il Bazar chiude.

Improvvisamente, accuso il peso delle borse. Tutte le cose che mi pendono dalle spalle iniziano a schiacciarmi verso terra con una forza sconvolgente, come se la gravità fosse qualcosa di negoziabile, una concessione che può essere accreditata in seguito.

L’assordante sirena stritola corde ancestrali dimenticate nel mio corredo genetico. Senza che usi parole, so che mi sta accusando di aver depredato il suo prezioso mausoleo. Tutto ciò che ho non mi appartiene, non è mio. Persino la mia materia organica diventa un debito.

Devo andare via, scappare.

Prima ancora che il cervello possa dare l’iniziativa, i miei piedi si alzano da terra, spinti dall’orda isterica di braccia che mi sollevano e mi si riaggrappano addosso per slanciarsi. Sotto i miei stessi occhi i corridoi sembrano restringersi, le pareti avvicinarsi come una cannuccia stritolata per spremere via tutto il succo.

Vedo un uomo che tenta di scavalcare una balaustra per gettarsi al piano inferiore e saltare così la fila che si annoda ai varchi. Mi affaccio e calcolo i metri che mi separano dal pavimento. Posso farcela? Non mi do neanche il tempo di rispondermi che lo sto già imitando, sono a cavalcioni sulla ringhiera, le borse salde sulle spalle. Ma prima che possa decidere il modo migliore per buttarmi – saltare con vigore o lasciarmi cadere – qualcuno fuoriesce dalla calca, come una naturale estensione del corpo che risponde a un riflesso, e mi spinge giù.

Perché? – mi chiedo, forse ad alta voce, mentre precipito. Non ostruivo il passaggio a nessuno.

Le borse mi abbandonano come due ali rubate e atterro sulla testa di un ragazzo. La sua presenza attutisce l’impatto, ma per lui è fatale. Il suo corpo si accartoccia sotto il mio e un fiotto di sangue tipo film jidai-geki viene spruzzato sull’abitino bianco della ragazza. Lei lo tiene ancora per mano, non ha capito cosa è successo. Ci sosteniamo lo sguardo a vicenda per alcuni attimi, poi lei strappa le borse dal cadavere di lui e si allontana senza battere le palpebre neanche una volta.

Non so da quanto stia cercando di rialzarmi. Devo essermi rotta qualcosa. Un dolore lancinante mi incendia la gamba, specie se tento di issarmi in piedi. Appoggiata a una parete, mi trascino. Non so contare i metri o i secondi. Sono inghiottita da spirali bianche che si restringono, mentre le pareti assorbono lentamente gli echi della sirena ormai muta.

Ho perso.

No, non è vero: sono stata imbrogliata. A questo gioco non potevo vincere, perché non avevo nulla da perdere. Tutto ciò che ho creduto mi appartenesse è di Demeter. Il mio lavoro, le mie cose, la mia vita: tutto per Demeter da Demeter con Demeter in nome di Demeter. Di mio mi è rimasto solo il corpo.

Loro compaiono lentamente e dal nulla. All’inizio sembrano un’allucinazione voluta dalla cappa solare del Bazar. L’impressione è che fluttuino, tanto sinuosi sono i loro movimenti, ingannano l’occhio fino a confondersi con il respirare dei tendami. Si staccano progressivamente dal nylon simili a squame di un drago albino che fa la muta. Indossano lunghe vesti bianche e svolazzanti, intarsiate di gemme e ricchi ricami, e i loro volti luccicano lattescenti. Angeli di madreperla, una coppia di rubini per occhi.

Uno di loro mi si avvicina. Nel suo sguardo c’è al contempo un che di placido e di ferale, come una tempesta lontana che lampeggia dietro un tramonto. Spalanca la bocca, fa danzare la lingua smunta sui denti aguzzi. Ha sete. Mi si posa accanto e senza dire una parola, solo con un guizzo tagliente delle pupille, pretende di abbeverarsi.

Non mi rimane che mostrargli il collo.


L’autore


Angelo Maria Perongini è nato nel 1996 e vive a Pisa. Si interessa di fantascienza gotica e horror e ha una passione per le storie di vampiri. Suoi racconti sono comparsi su Alkalina Rivista, La Nuova Carne, Sussurri (Lumien Edizioni), Blogorilla e Spore Rivista. Ha pubblicato la novella Il focolare è una bestia affamata con Eris Edizioni (2023).

Illustrazione di Benedetta Baroni