I ricordi della mia prima infanzia sono per lo più celati da un oblio latteo, proprio come lo sono i monti attorno al villaggio, nei giorni di nuvole basse.
So che ero molto piccolo la prima volta che sentii la parola estinzione. Furono i miei genitori a pronunciarla e, sebbene allora non ne conoscessi il significato, suonò di una gravità tale da fissarsi nella mia memoria, assieme al piatto di brodo fumante che avevo davanti e alla tovaglia a quadri colorati su cui poggiava.
C’è uno scarto fumoso tra quel momento e ciò che seguì, di giorni, ore o minuti, non so.
Mi rivedo all’aperto con mamma e papà. Siamo fermi tra la folla sul grande prato ai margini del villaggio, in attesa di qualcosa.
Basso com’ero, non potei vedere il Maestro fare l’annuncio ufficiale, sentii solo una voce, dura e forte. «Nel mondo di fuori la Marshallia Grandiflora si è estinta.»
Ricordo il silenzio attonito che seguì e che alcuni piansero. Io rimasi sconcertato e un po’ spaventato, perché fino ad allora non avevo mai visto un adulto piangere e per di più per un motivo che non capivo. A quel tempo il mondo di fuori, come il mio popolo chiama tutto ciò che si trova al di là delle montagne, era per me un concetto vago. Fu in quel momento che conobbi Amaranto. Entrambi piccoli e smarriti, circondati da adulti che ci parevano alti e insondabili come sequoie, ci avvicinammo cercando l’uno nell’altro una dimensione del mondo che ci rassicurasse. Fu il seme della nostra amicizia.
Dopo, ricordo noi due che giocavamo. È a questo punto che tutti gli altri spariscono dai ricordi di quel giorno. Ci siamo solo noi sul prato. Io so che non è possibile, che quel vasto spazio non può essere stato tutto per noi, eppure per quanto mi sforzi, è così che ci vedo.
Cosa accadde dopo? Suppongo che ognuno tornò alle proprie case. Forse mamma e papà mi spiegarono il senso del discorso sentito. O forse no. Spiegare certe cose era compito dei Maestri della Foresta, i Guerrieri, quali erano i miei genitori, si sentivano a disagio con le parole, tanto quanto i Maestri con le spade.
Capii davvero il senso di quanto era avvenuto allora solo il primo giorno di scuola. Amaranto e io ci cercammo tra gli altri bambini e sedemmo vicini. Eravamo di nuovo su un prato, ma questa volta disposti in cerchio sotto un grande pernambuco dove, per molti anni a venire, avremmo ascoltato alcune delle nostre lezioni più importanti. Maestra Jarrah sedette con noi.
Piegai la testa verso Amaranto. «Quanto è bella! Assomiglia alla giungla.»
Amaranto scrutò adorante i suoi occhi color clorofilla e i lunghissimi capelli, opulenti come una cascata di rampicanti. «Scommetto che profuma anche di terra e di foglie.»
«Sapete cosa significa la parola estinzione?» ci chiese Jarrah.
Amaranto alzò la mano lesto. «È quando una pianta o un animale non esiste più da nessuna parte. A volte succede che quelli nel mondo di fuori ne provochino una.»
«Molto bene.» disse Jarrah. Amaranto sorrise beato. Poi, dovette intuire la curiosità appesa negli sguardi della classe, perché si strinse nelle spalle. «I miei genitori sono Missionari. Stanno sempre nel Mondo di Fuori, si mescolano tra la gente per proteggere le piante.»
Maestra Jarrah indicò un punto a est dove a noi bambini non era concesso andare. «La Foresta Primigenia, su cui il nostro popolo veglia, contiene tutte le specie vegetali esistenti nel mondo di fuori e a esse è saldamente legata.»
Alzai timidamente la mano e Jarrah mi diede il permesso di parlare.
«Tu ci sei stata nella Foresta Primigenia?»
Jarrah accompagnò il cenno di assenso con un sorriso gentile. «I Maestri sono i soli a poterci andare sempre. È nostro compito essere certi che la Foresta sia in salute.» Si fece seria. «Se nel mondo di fuori una specie si estingue, lo stesso succede nella Foresta Primigenia.» Tacque e attese che la gravità delle sue parole si depositasse in noi. «E se per disgrazia una specie presente qui nella Foresta Primigenia morisse, allora nel mondo di fuori ci sarebbe un’estinzione di massa.»
Amaranto intervenne di slancio, cominciò a parlare un istante prima di aver alzato la mano. «E voi Maestri fate in modo che questo non succeda?»
Jarrah sorrise di nuovo, ben presto avremmo capito che era facile al sorriso, ma non per questo ci saremmo mai stancati di vederla così. «Singolarmente, nessuno può fare niente. Pensate alla giungla qui attorno, è la sua varietà a preservare la vita. Un albero da solo, persino una specie isolata, ha più probabilità di perire.» Jarrah fece una nuova pausa, col tempo ci saremmo affezionati anche a questo suo modo di parlarci. «I Maestri fanno una parte del lavoro. Tutto il nostro popolo protegge la Foresta, in modi diversi. Ad esempio, i Guerrieri la difendono dagli attacchi degli stranieri, mentre i Missionari lavorano in incognito nel mondo di fuori.»
«Io non voglio andare fuori.» mi bisbigliò Amaranto. «Non mi piace. I miei genitori sono costretti a stare sempre lontani, tornano a casa così raramente che sono quasi degli estranei.»
Era la prima volta che Amaranto parlava dei suoi genitori. Avevo conosciuto i suoi nonni e sua sorella maggiore, ma, anche se la sua famiglia mi incuriosiva, non avevo mai fatto domande in proposito. Io vivevo con mamma e papà, eppure capivo i suoi sentimenti. I miei erano duri e freddi, sapevo così poco di loro che non potevo dire di conoscerli davvero. Questa nuova affinità ci avvicinò ancora di più. Ma ciò che ci rese uniti quanto due simbionti, fu soprattutto la passione comune per Maestra Jarrah e per le sue materie. Ci educò alla conoscenza delle piante, ci insegnò a distinguerle e a conoscerne le proprietà. Da lei imparammo quali malattie potevano affliggerle, che parassiti temevano, il tipo di terreno più adatto a ognuna, ma soprattutto, furono le sue descrizioni a farci sognare il giorno in cui, finalmente, saremmo potuti entrare nella Foresta Primigenia, quando avemmo partecipato alla Cerimonia del Legame. Ai nostri occhi, era il luogo più affascinante della Terra, un prodigio, dove si compiva l’impossibile. Non importava quale fosse l’habitat delle piante fuori dalla Foreste Primigenia, se il terreno dovesse essere più alcalino o acido, argilloso o sabbioso, lì si poteva trovare l’albero del pane a pochi passi dall’abete, lo zafferano accanto all’orchidea.
Nei nostri giochi, Amaranto e io immaginavamo di essere Maestri, di esplorare la Foresta e vedere quelle specie che non esistevano attorno a noi. Scoprivamo proprietà miracolose e nuove specie, rimaste celate per millenni nella complessità della vegetazione. A volte ritrovavamo un esemplare dato per estinto o impedivamo la diffusione di pericolosi parassiti.
Maestra Jarrah ci raccontava anche del mondo di fuori. Ci spiegò gli areali di ogni specie e poi ci parlò di foreste distrutte, di terre floride divenute deserti, di corsi d’acqua sempre più asciutti, di incendi appiccati con dolo. Alcuni nostri compagni spalancavano gli occhi indignati, dichiaravano di voler diventare Missionari per combattere quello scempio. Anni dopo, qualcuno lo sarebbe diventato davvero. Al contrario, Amaranto e io ascoltavamo Jarrah stringendoci le gambe al petto come per tenerci il più lontano possibile da ciò che stava al di là delle nostre terre.
Non volevamo avere a niente a che fare con il mondo di fuori, ma qualche volta era lui a imporci la sua esistenza. La Foresta Primigenia e i villaggi attorno erano nascosti da ettari ed ettari di giungla e da una catena montuosa di forma circolare. Eppure, capitava che qualche spedizione riuscisse a passare, spinta da assurde leggende e dalla smania di conquista. I Guerrieri esistevano per combattere questi stranieri che si abbattevano su di noi impugnando armi e superbia.
«Perché le genti di fuori vogliono prendere per sé ciò che non appartiene a nessuno?» chiesi un giorno a Maestra Jarrah.
«Perché confondono la conoscenza con il dominio.» Si rivolse a tutta la classe. «Ricordate bambini, conoscere è proteggere.»
Amaranto e io ci scambiammo un’occhiata. Era questo che volevamo fare: una volta diventati Maestri avremmo protetto la Foresta con la nostra conoscenza.
Circa un anno prima della Cerimonia del Legame incontrai i genitori di Amaranto. Erano tornati a casa dopo molti anni di assenza e si sarebbero fermati qualche luna, prima di ripartire. Passai molte serate in casa loro e scoprii che, a differenza dei miei, erano loquaci e generosi di emozioni. Tutta la famiglia di Amaranto lo era.
I loro racconti ci catturarono non meno di quelli di Maestra Jarrah. Amaranto e io li ascoltavamo avidi, ma ogni loro avventura rinnovava la nostra convinzione di non voler mai e poi mai lasciare il villaggio.
Una sera Amaranto dichiarò che lui e io saremmo diventati Maestri della Foresta. Mi si bloccò il fiato in gola. Io non avevo mai detto nulla ai miei genitori. Più di una volta ero stato sul punto di confessare, senza mai riuscirci e da un po’ avevo capito che non volevo parlarne davvero con loro. Entrambi desideravano che seguissi i loro passi diventando un Guerriero e i miei risultati mediocri nelle discipline sportive erano fonte di frequenti rimproveri.
«Preferirei che non lo sapesse nessun altro.» Mi affrettai a dire senza avere molta speranza di essere assecondato.
La mamma di Amaranto mi fece l’occhiolino. «I Missionari sono bravi a mantenere i segreti.»
«Ed è bello che abbiate già le idee così chiare.» aggiunse Chinciona, la sorella maggiore di Amaranto, l’unica a cui avevamo rivelato sin da subito i nostri piani.
L’adoravamo quasi quanto amavamo Maestra Jarrah. Aveva sempre desiderato essere una Guaritrice e poche lune prima aveva realizzato il suo sogno. La sua Cerimonia del Legame era andata bene, aveva preso il nome dell’albero della china ed era stata accolta con gioia nel gruppo dei Guaritori. Nonostante fosse sempre molto impegnata con il suo apprendistato, non aveva mai smesso di aiutarci negli studi, condividendo con noi tutto il suo sapere. Solo sulla Cerimonia del Legame serbava il massimo riserbo. Compiuta da ogni abitante del villaggio alla sua sedicesima primavera, era determinante per entrare in un gruppo. Ma era anche un mistero. Nessuno diceva mai esplicitamente cosa avvenisse durante il rito e fare domande in proposito era giudicato inappropriato quanto curiosare fra le lenzuola di una coppia.
Amaranto e io l’aspettammo con un misto di ansia e impazienza. Volevamo diventare adulti, ma allo stesso tempo, temevamo quel momento. L’impegno e la volontà potevano non essere sufficienti a determinare l’ingresso in un gruppo. Compiere bene la Cerimonia del Legame era essenziale. Ma cosa significasse ‘bene’, nessuno lo diceva mai chiaramente.
Il giorno precedente alla nostra cerimonia fu il nostro ultimo giorno di scuola e cambiò la nostra vita in maniera così radicale che lo ricordo in ogni dettaglio.
La pioggia cantava sulle foglie del banano e la palma del viaggiatore ondeggiava come una coda di pavone. Oltre, sulle colline, i verdi di giada e smeraldo della giungla sfumavano in grigio ardesia fino a dissolversi tra le nubi.
«La scelta che farete domani determinerà il vostro futuro.» ci ricordò Maestra Jarrah per l’ultima volta. «Il vostro albero vi parlerà, ma pochi ne sentiranno il messaggio e meno ancora lo capiranno.»
Jarrah ci congedò con quelle parole.
«Andrà bene, vedrai.» mi disse Amaranto. Nell’ultima stagione era cresciuto alla pazza velocità di un bambù, il suo petto e le sue spalle si erano allargati infondendogli una sicurezza che gli invidiavo. Io continuavo a somigliare a un insetto stecco, mi era cresciuta una peluria scura sul labbro superiore che non c’entrava niente con il mio volto ancora infantile e la mia voce subiva cambi così repentini che, sentendomi, più di una ragazza era scoppiata a ridere.
«E se invece uno di noi non riuscisse?» dissi io.
Lui fece un ampio sorriso. «Impossibile. Diventeremo Maestri della Foresta e niente ci separerà.» Mi rivolse uno sguardo complice. «Maestra Jarrah lo dice sempre, assieme gli alberi sono più forti.»
Corse via leggero come un soffione nel vento. Il mio cuore invece era pesante legno d’ebano. Non importava il legame che ci univa, avremmo dovuto sostenere la prova da soli. Ora che il momento della cerimonia era arrivato, avevo solo paura. L’indomani saremmo diventati adulti e non ci saremmo più chiamati Amaranto e Tarassaco. Tante amicizie si sfaldavano dopo la Cerimonia del Legame e non era detto che avremmo fatto eccezione.
A partire dal giorno seguente, la classe si sarebbe scorporata, ci saremmo mescolati con i giovani dei villaggi circostanti, formando nuovi gruppi addestrati a seconda del ruolo assegnatoci.
Per l’ultima volta abbracciai la classe con lo sguardo. Jarrah mi lasciò il tempo che mi serviva. Non aveva mai fretta.
«Ti conosco e so che sceglierai ciò che sarà giusto.» Le sue parole mi consolarono appena un poco. Ciò che era giusto poteva non corrispondere a ciò che volevo.
A casa fui silenzioso e cupo. Di solito ero io quello che portava avanti le conversazioni e i miei si accorsero subito del mio turbamento.
«Nessun frutto precede il fiore.» disse mia madre, forse nel tentativo di sostenermi. «Prima trova il tuo albero, poi troverai il tuo posto da uomo adulto.»
«E se fallissi la prova? Se scegliessi male?»
«Allora saranno i Maestri a decidere il ruolo che ricoprirai nella comunità e tu l’accetterai come si conviene.» disse mio padre.
L’allarme dei corni ci colse di sorpresa. I miei genitori caricarono le loro armi e corsero fuori.
Nella giungla, sulla collina a ovest, le chiome degli alberi oscillarono rabbiose, stormi di uccelli presero il volo lanciando richiami spaventati, mentre tamburi di guerra risuonavano sempre più vicini.
Mi domandai che cosa cercassero questa volta gli avventurieri che ci stavano attaccando. Un frutto che dava vita eterna? Un albero dai pomi dorati?
Ma gli uomini che sbucarono dal folto non erano stranieri, erano esuli del nostro popolo. Ne avevo sentito parlare sempre più negli ultimi tempi. Di recente si erano organizzati in bande. Arrivavano come foglie spinte da un vento di tempesta, rubavano cibo, oggetti utili e sparivano nel folto della giungla.
Mi nascosi in una delle camere più interne della casa, dentro un armadio, mentre i loro tamburi battevano sempre più violenti.
Qualcuno sfondò la porta di ingresso e attraversò le stanze rovesciando i mobili. Entrò nella camera in cui mi ero nascosto e lì si placò. Per un po’ restò fermo, come se stesse annusando l’aria. Poi sentii i suoi passi scricchiolare sul legno finché non furono attutiti dal tappeto.
Veniva verso di me.
Urlai quando l’uomo spalancò l’armadio. Aveva il volto nascosto da un teschio di tigre, ma dietro potevo vedere i suoi occhi feroci dipinti di nero. Mi scartò con sguardo deluso e se ne andò lasciandomi inebetito e solo con la mia codardia.
Dopo un po’ il battito dei tamburi si affievolì fino a tacere.
Uscii allo scoperto, umiliato e allo stesso tempo lieto che i miei genitori non avessero assistito alla mia codardia.
Fu il silenzio a spingermi fuori di casa.
La mia gente si muoveva smarrita sotto la pioggia battente, qualcuno piangeva sui cadaveri sprofondati nel fango. Gli esuli avevano portato via alcune delle donne più giovani, ventri adatti a generare i loro figli.
Piansi per tutta la notte. I miei genitori erano tornati a casa incolumi, ma Chinona era stata presa.
Non era ancora sorto il sole quando ci raccogliemmo sul confine della Foresta Primigenia. Aveva smesso di piovere e il cielo si stava aprendo.
Vidi Amaranto mescolato tra altri ragazzi e lo raggiunsi. Non ci era permesso parlare fino alla fine della Cerimonia, ma lui non mi rivolse nemmeno un cenno di saluto. Scrutai preoccupato il suo volto teso, la mascella serrata. Il suo dolore era mutato repentino in rabbia. Sapeva che nessuno sarebbe andato a cercare Chinona. La Foresta Primigenia esigeva totale dedizione e la nostra legge stabiliva che, con l’eccezione dei Missionari, chi lasciava la valle non potesse più farvi ritorno. Per la prima volta, ritenni che un sacrificio tale avesse un prezzo troppo alto e che non fosse giusto.
«Sugellate il legame in un giorno difficile.» ebbi la sensazione che Maestra Jarrah dedicasse uno sguardo speciale ad Amaranto. «Non lasciate che dolore e rabbia vi definiscano e condizionino la vostra scelta.»
In silenzio, ci avviammo nel folto della foresta e ci disperdemmo.
Fui subito ammaliato dall’opulenza della vegetazione. Nessuna delle nostre fantasie si era mai avvicinata a tanta meraviglia. Vidi una miriade di piante che avevo sognato per anni: il pino e il sorbo, la dracena e il faggio, la rosa e il fiore del pavone.
Mi sentii pacificato e sperai che anche Amaranto si stesse sentendo un poco meglio.
Il tempo passò in un lampo. Ben presto, la mattina lasciò il passo al pomeriggio e quindi alla sera.
Raccolsi un mango e lo gustai tra le belle di notte dischiuse alla luna.
Fu in quel momento che Amaranto mi superò, senza notarmi. La sorta di incantesimo che mi aveva ammaliato per tutto il giorno si spezzò. Il passo furioso e sguardo fisso del mio amico mi preoccuparono. Lo seguii di soppiatto fino a che lui non raggiunse un hura. Mi costò non gridargli di fermarsi quando lo vidi allungare la mano sul suo tronco spinoso.
Appena Amaranto posò la mano su di lui, l’albero sugellò il legame liberando i suoi frutti che esplosero a terra scagliando i semi tutto attorno. Non a caso lo chiamavano anche albero dinamite. Amaranto non aveva scelto un nome da Maestro della Foresta, ma da Guerriero.
Lo osservai allontanarsi e di colpo mi sentii sfinito e sconfortato, avvertendo l’urgenza di dover fare una scelta. Era davvero tardi e ancora non avevo capito a cosa legarmi.
Fu allora che lo vidi. Snello, dal tronco cilindrico e la corteccia liscia e chiara. Un ailanto. Non avevo mai dedicato alcun pensiero alla sua specie, eppure mi diressi da lui senza esitazione, rispondendo al suo richiamo. Quando lo toccai non riuscii più a distinguere me stesso da lui. Respirai attraverso le sue foglie e sentii la linfa scorrere nel mio corpo. Mi diramai nella profondità della terra. Dolce, salato, amaro, i sali minerali picchiettarono sulla mia lingua come una pioggia gentile. Poi sotto il terreno si accese un reticolo di luce opalescente che correva nel sottosuolo da albero ad albero, propagandosi ovunque come un immenso rizoma. Attraverso di esso le piante comunicavano e convogliavano il loro nutrimento verso le piante più deboli. Attraverso di esso sentii la voce di tutta la foresta. Fui la foresta. E poi mi spinsi più oltre ancora, nella nostra giungla, sulle montagne, sempre più lontano. A nord, sud, est e ovest. Non ebbi paura quando, attraverso i suoi simili, l’ailanto mi mostrò il mondo di fuori. Americhe ed Europa, Asia, Africa e Oceania. Era dappertutto.
Staccai la mano dal tronco e fui di nuovo solo io. A malincuore, tornai tra la mia gente. Mentre ripercorrevo i miei passi pensavo alle parole di Jarrah. Ero stato capace di vedere il messaggio del mio albero, ma non ero certo di averne capito il senso. Non mi sembrava possibile che avesse voluto solo confermare quanto mi era stato insegnato sul legame tra la Foresta Primigenia e il resto del mondo.
Raggiunsi il gruppo poco prima che i Maestri si riunissero per ascoltarci.
Ci disposero in cerchio. Cercai Amaranto, ma lui aveva scelto un posto lontano e non mi fece cenno di raggiungerlo.
Parlò prima di me, ritto e arcigno. Ascoltarlo mi terrificò quanto lo avrebbe fatto vedere la giungla marcire in un istante. «Io sono Hura.» urlò. «Fatto per combattere. Intingete la mia linfa velenosa nei dardi che scagliate contro il nemico. Il mio legno non può essere domato. A chi cercherà di lavorarlo o bruciarlo irriterò occhi e gola. Avvelenerò chi mangerà i miei semi.»
«Hai scelto un albero ostile e furibondo.» disse Maestra Jarrah. «Nessun guerriero di questa comunità può esserlo.»
«Lo so.» disse Hura. «L’ho scelto per cercare mai sorella.»
«Non potrai tornare.» disse Jarrah.
«So anche questo.»
A malapena sentii le parole degli altri ragazzi e quando venne il mio turno dovettero chiamarmi due volte.
Frastornato, presi la parola. «Io sono Ailanto.» Parlai con voce titubante, senza sapere come proseguire. La mia mente era un tronco cavo. Il mio amico aveva scelto gli orrori del mondo di fuori e non lo avrei più visto. Quello che stava accedendo andava oltre le mie più grandi paure. Come avrei fatto da solo? Tentai di concentrarmi. Quale qualità dell’ailanto avrei potuto offrire per diventare un Maestro della Foresta? Non lo sapevo e più prolungavo il mio silenzio più il mio destino diventava incerto. Dovevo trovare le parole, altrimenti i Maestri mi avrebbero destinato a un gruppo di loro scelta.
Passai in rassegna gli sguardi ansiosi dei presenti. Jarrah sola mi sorrideva. D’un tratto il messaggio del mio albero mi fu chiaro. Aveva capito prima di tutti, prima ancora di me. I dubbi si dissiparono e la mia lingua si sciolse. «Non sono un albero imponente, i miei fiori sono piccoli ed emanano un cattivo odore. Non piaccio. Però sono tenace, cresco nei terreni incolti e aridi, prospero dove tanti altri periscono, dove non c’è nessun altro albero. Tagliatemi, bruciatemi, avvelenatemi e io continuerò a generare polloni.» Guardai la mia gente, la mia foresta e poi Hura. «Un albero solo perisce più facilmente, ma un albero che condivide non è solo, la foresta è con lui. Io verrò con te.»
L’autrice
Francesca Palano è genovese, ha seguito le orme dei suoi antenati navigando in giro per il mondo, nonostante soffra il mal di mare. Ora è tornata stanziale, ma non dice mai di no a un viaggio. Ha pubblicato racconti su varie riviste tra cui Crack, Bomascé, Rivista Blam, Spore Rivista e Lunario. Di recente un suo racconto è stato pubblicato in un’antologia pubblicata da Einaudi. Adora il suo gruppo di scrittura, le storie ben raccontate e le buone tazze di tè.
Illustrazione di Carlotta Contino
