Con l’estate arrivava la smania.
Era una sensazione che dal petto si propagava in ondate agli arti e ai pensieri, un calore che imitava, sfidandolo, quello esterno.
La smania ti faceva gettare via i libri, montare in bicicletta e resistere ai giochi più estenuanti per tutto il giorno, che subiva una misteriosa e stupenda dilatazione conquistando ore segrete che poi l’autunno si portava via come foglie.
L’estate dell’infanzia è tutta un’altra stagione. Non assomiglia a nessun’altra, neanche ai diversi tipi di estate che sperimenti più tardi nel corso della tua vita; è un irripetibile evento cosmico la cui eco permane a lungo, alla stregua dell’esplosione di una stella. L’estate dell’infanzia durava intere ere geologiche, lunghissimi eoni. Nel suo nucleo rovente il tempo si distorceva, diventava rarefatto, irrilevante, tremolando nel calore che si solleva dall’asfalto.
Eppure finiva.
La fine dell’estate era un cataclisma silenzioso. Lo sconvolgimento era potente quanto un terremoto, uno tsunami o una qualunque calamità. Ma da fuori tutto si spegneva lentamente, il sole, il caldo, la smania. I luoghi si svuotavano, gli amici partivano.
Arrivava il momento dell’ultima doccia. E allora sembrava che, insieme alla lordura accumulata durante il giorno, uno lavasse via un’epoca intera, e che questa finisse turbinando giù nello scarico, nel buco nero che, infine, divora tutte le estati.
Le estati dell’infanzia finiscono, ma quello che vi è successo dentro non finisce mai. Si ripete sempre in te. Un film su una vecchia tv, lasciata accesa in una stanza vuota. Io avevo dodici anni e la mia vita sarebbe poi ruotata sempre attorno a quel momento, a quel momento nei meandri dell’estate.
Quando ti ho ucciso.
«Gli etruschi pensavano che nel lago ci fosse l’entrata al regno dei morti». Amavi quelle storie: quando le raccontavi i tuoi occhi s’illuminavano, a metà tra la paura e l’esaltazione. Amavi quelle storie nel modo puro e feroce dei ragazzini, e anch’io sentivo di amarle mentre le condividevi con me – in riva al lago, nel bosco, seduti insieme su un gradino a osservare la notte – e sentivo di amare tutto quello che veniva da te, e la smania dell’estate corrermi nel sangue. «Il lago è la sua bocca» dicevi, e giocherellavi col taglierino che ti spuntava sempre dalla tasca. «Mangia tutto ciò che esiste, per farlo smettere di esistere».
Si nutre così, risucchia tutto. Il buco nero nella doccia, nel lago, il buco nero alla fine di tutto. Tutto finisce col finire lì. Ha mangiato da me, dalla mia vita, dalla vita di quelli che amavo, e non mi ha lasciato niente. Non è rimasto niente.
Tornare è una prova simile a una spedizione archeologica. Nei luoghi si può tornare, riportarli alla luce, esplorarli camminando con cautela tra le rovine e catalogare i ritrovamenti. Ma la miracolosa intersezione di spazio e tempo – quello specifico, fugace assestamento della realtà – è perduto per sempre. Nel momento in cui l’infanzia finisce, i luoghi in cui si è svolta cessano di esistere nel mondo. Quello che di materiale resta è solo uno scheletro ripulito, privato della polpa vivente.
Sono tornato in treno, trapassando a ritroso il continente per ritrovare le antiche terre etrusche, le colline vulcaniche ammantate di boschi, il paesino di pietra grigia dominato dal castello – e il lago, e l’isola nel lago. E mentre il paesaggio sfrecciava fuori dal finestrino facendosi via via più familiare, più doloroso, ho avuto come l’impressione che la mia vita si stesse riavvolgendo, come un vecchio filmino, per tornare al punto delle cose. Qualcosa che era rimasto sospeso tanti anni prima aveva ripreso a scorrere – qui, dov’è il perno attorno a cui ruotano le stagioni, le stelle, i giorni e gli eventi: dalle estinzioni di massa alle domeniche vestito bene per andare in chiesa – e tutto quello che mi è capitato mentre ero via mi è parso, da questa prospettiva, solo un interludio privo di consistenza, una finzione.
Adesso ero tornato.
Tutto è uguale, eppure tutto è cambiato. Di questo vecchio posto riconosco solo i contorni, ma appena concentro il mio sguardo, scopro qualche sconcertante differenza. Sotto i portici ci sono i negozi sbagliati. Per le strade passeggia gente che non conosco. Nei loro visi, per un momento, mi pare di scorgere qualcosa di familiare, ma è solo un miraggio, uno scherzo della luce. Qui non c’è più niente che mi appartiene.
Adesso l’estate è solo una stagione come un’altra. Si susseguono senza che io le senta davvero, mi passano attraverso senza che io trattenga nulla di esse, né esse di me, nella lenta anestesia degli anni. Non sento più il lutto dei bambini di fronte al lento morire dell’estate, al finale malinconico e infreddolito. Ma so quand’è stata l’ultima volta che ho sentito, prima che tutto venisse sostituito da un facsimile e smettesse di essere vero.
La casa nella campagna verde e dorata è vuota. Di quelli che amavo resistono ormai solamente tracce. In veranda, la vecchia sedia coloniale, o la sua triste replica: perché quella che esiste nella mia mente, nel mio film di quegli anni, è lucida e solida ed è il trono di un vecchio uomo – anche lui lucido e solido – che fuma la pipa; mentre questa è un relitto sul fondo del tempo, vuota.
Nel secondo cassetto del mobiletto all’ingresso, una rubrica telefonica su cui una mano – una mano vera, potrei giurarlo!, una mano che è esistita e mi ha accarezzato e imboccato, e che ha stretto la mia così tante volte, avrei dovuto contarle – ha scritto numeri e nomi che ormai non appartengono più a nessuno.
Tutto è coperto di polvere. Quando attraverso il cuore vuoto della casa facendo scricchiolare le vecchie assi del pavimento e spalanco faticosamente le imposte scrostate, vedo, attraverso quella finestra che ha incorniciato i miei sogni d’avventura, il lago. D’un bianco incandescente nella dura luce del pomeriggio. E al centro del lago, l’isola.
Per un momento, mentre l’aria salmastra mi accarezza via il sudore, posso far finta che questa sia una vera estate, e la smania mi prende, avvampa nel petto e si diffonde in me come una scarica elettrica. È la smania che sentivo allora.
Una parte sopita del mio cervello, un qualche antico circuito neurale, torna sfolgorando alla vita.
A fine luglio i giorni della fiera esplodevano nella grigia quiete medievale del paese. Si accendevano le luminarie e si suonava la musica, tendoni fiorivano ovunque, gli odori nuotavano nell’aria: noccioline tostate e zucchero filato, il tanfo pungente delle bancarelle di animali… Si faceva scivolare la santa sull’acqua, diretta verso il santuario a bordo di una barchetta carica di fiori di plastica e luci elettriche, si sparavano i fuochi d’artificio, che illuminavano sia la notte nel cielo che quella nel lago. Le bancarelle di dolciumi promettevano la loro ricca mercanzia a chiunque avesse da spendere una monetina. E, in un vasto spiazzo erboso adiacente il lungolago, veniva allestito il luna park.
Il luna park! Era il sogno più tormentoso di ogni ragazzino. C’erano giostre e giochi di ogni tipo, c’era la ruota panoramica, il calcinculo, la casa degli specchi e l’autoscontro, c’erano luci e colori e risate sguaiate, e nell’aria dell’infinita notte estiva un’elettricità che alimentava la smania formicolante nei nostri corpi – acerbi, appena scoperti.
Tu avevi imbracciato il fucile come un cowboy dei film, il calcio contro la spalla abbronzata mentre, con entrambi gli occhi aperti, abbattevi una dopo l’altra le lattine del tiro a segno. Avevi vinto un pesciolino e me l’avevi regalato. Sollevando davanti agli occhi la busta di plastica piena d’acqua, osservando il pesce lucente volare sulle teste della folla, sulle bancarelle, sulle giostre, mi ero sentito come disfare, liquefare d’amore.
Poi, una mattina, dopo settimane lunghe secoli, mi ero svegliato e avevo trovato il pesciolino che galleggiava a pancia in su nella boccia.
Quello è stato il giorno in cui ho capito che non saresti più tornato. Il pesciolino era legato a te, capisci? E quel filo si era spezzato.
È stato il giorno in cui trovarono la barca. La corrente l’aveva spinta a riva in un paese vicino. Era vuota.
Sto attraversando a piedi la campagna, il sentiero polveroso che divoravamo in sella alle nostre bici. Un pallido confine tra l’oro riarso dei campi di cereali e il viola dei filari di lavanda, pettinati a dovere.
Sulla spiaggia ci sono i vecchi chioschi dalle pareti di legno scrostate, c’è gente che prende il sole sdraiata su teli di spugna, bambini che giocano e genitori distratti.
Da una bancarella di dischi sul lungolago un grammofono gracida qualche vecchia canzone. Lo scorcio che posso osservare da qui sembra una cartolina – un film, anzi, grazie alla musica in sottofondo. Gli alberi fanno da sipario, l’acqua scintilla, l’isola si staglia in lontananza.
Su un lato della spiaggia, seminascosto dalla vegetazione, un esile pontile si protende sull’acqua, barchette radunate tutt’intorno. L’insegna recita barche a noleggio.
«Lei è di queste parti?» mi chiede il responsabile dal volto cotto dal sole. Nascosto in questo uomo raggrinzito c’è un ragazzo che ho conosciuto, ma non saprei dove cercarlo.
«I miei nonni, veramente. Passavo qui tutte le estati da ragazzo. Sono tornato dopo tanto tempo…»
Il responsabile annuisce. «Prima qui veniva in villeggiatura tanta gente. D’estate c’era tanta vita. Ma poi non è più stato lo stesso».
«Niente è mai lo stesso, eh?»
Mi fa un sorriso. «Lei doveva essere piccolo all’epoca. Forse non se lo ricorda». Sento la smania, per qualche ragione – so che sta per parlare di te, e anche se fa male è un dolore dolce, che somiglia a qualcosa di piacevole. «Qui sono successi dei fatti brutti, all’epoca. Un bambino è scomparso. Non si è mai saputo che cosa gli sia capitato esattamente. Dev’essere annegato nel lago, ma il corpo non è più stato ritrovato. L’abbiamo cercato tanto, quel bambino. Qui abbiamo un detto, che il lago restituisce sempre quello che prende. Ma quel bambino non ce l’ha mai ridato».
I tuoi capelli biondi ormai saranno alghe, verdi nell’acqua verde, che li smuove nel suo abbraccio fluttuante.
Dopo, mi avrebbero chiesto quand’era stata l’ultima volta che ti avevo visto, avrebbero preso appunti mentre parlavo. Io sono stato l’ultimo che ti ha visto, l’ultimo in vita a vederti vivo.
Sento ancora la tua mancanza, nonostante il tempo che ho passato senza di te sia infinitamente più lungo di quello che abbiamo passato insieme. Come sono diventato vecchio, nel frattempo, mentre tu non c’eri, e invece tu non sei mai cresciuto. Adesso mi chiedo se mi riconosceresti.
Da piccolo invece mi chiedevo come facessero i bambini morti a entrare per sempre nella loro bara. Ma i bambini morti non crescono, mi spiegarono. Tu avevi dodici anni, quell’estate, e ogni estate dopo quella.
Ti ho lasciato solo e il lago ti ha mangiato.
E quindi, anche se non sei cresciuto, la tua bara è così grande. Sembra che tutte le lacrime della mia vita siano finite qui, e abbiano riempito questo buco nella terra, questo vulcano morto e pietrificato.
La vastità del lago mi circonda. L’acqua sciaborda contro le pareti della barca. Sotto la superficie s’intravede un mondo parallelo, foreste d’alghe tese come corde verso il sole, pesci e detriti galleggianti.
Tu sei qui, adesso. Sei qui, nell’acqua buia.
Il tuo nome è sempre incastrato nella mia gola. A volte, lo ripeto a bassa voce come una formula magica, aspettando che funzioni.
Ma adesso lo urlo. Ti chiamo. Da quanto tempo nessuno pronuncia più il tuo nome in questo posto?
«Sono qui, sono tornato. Ti prego, rispondi».
«Sono qui!» mi hai sussurrato, l’ultima volta che mi hai risposto. Ti avevo perso nella folla, al luna park. Tu mi hai preso la mano perché non ci separassimo.
Vorrei non averla mai lasciata. Vorrei aver fatto ogni cosa insieme a te.
Ma lo sapevo, che se ci avessero visti, quei ragazzi più grandi che si aggiravano per il luna park come animali feroci, se ci avessero visti…
Ho avuto paura. Una paura mista a vergogna, mista a gioia cocente. E così me ne sono andato. Ti ho lasciato da solo sulla spiaggia, quella notte.
Penso a come saresti stato oggi. Nella mia mente ho cercato faticosamente di assemblare un’immagine di te, basandomi su informazioni reali – che aspetto avevano i tuoi genitori, le fotografie dei tuoi parenti appese alle pareti di casa tua – e su barlumi d’intuizione: ti saresti scheggiato un dente cadendo mentre scendevi le scale distratto, forse, il naso ficcato in un libro… e così nel mio baule trovo ricordi di cose mai successe, non qui, perlomeno; perché questa è solo la versione triste di noi. C’è un posto dove siamo felici. Dove le tue ossa si sono allungate e la tua voce è diventata profonda. Dove siamo andati all’università insieme. Dove ti arrotoli le maniche della camicia e ordini da bere per entrambi appoggiandoti al bancone. Dove non ho avuto paura, quella notte in riva al lago, quando avevo dodici anni…
«Ehi» mi hai urlato dietro.
I miei piedi si sono fermati nella sabbia. Ma non mi sono voltato, non subito, la busta con il pesciolino nella mano stretta a pugno.
«Domani andiamo in esplorazione sull’isola, ok?»
«Lo sai che i miei nonni non vogliono, se ci beccano…»
«Mica ci facciamo beccare. È facile fregare una barchetta, posso farlo a occhi chiusi. Non fare il pisciasotto, dai. L’isola ti piace».
Allora mi sono voltato. La tua sagoma si stagliava gigantesca contro l’isola lontana. E forse, con la luna sopra e le luci sfocate dietro di me, forse nel buio hai visto il mio sorriso. «Ok».
Io so che ho visto il tuo. L’ho sentito, era nella tua voce. «È il nostro posto, no?»
«Credo…credo di sì. Che ci andiamo a fare?»
«Devo farti vedere una cosa».
«Che cosa?»
«È un segreto. Lo vedrai domani».
Domani ti ho aspettato sulla spiaggia, ma tu non c’eri.
Ero convinto che mi stessi aspettando ancora lì, perché a dodici anni ti racconti una storia e ci credi. Avevi trovato il segreto del lago, dell’isola nel lago – avevi trovato il tempio, allineato a costellazioni dimenticate, avevi trovato l’entrata.
Così una notte sono sgattaiolato dalla finestra.
La notte trasforma le cose, le rende estranee anche se le conosci da una vita. La campagna attraversata in bicicletta, argentea e blu, sembra il paesaggio di un altro mondo. I trattori nelle rimesse, immani bestie addormentate. E il porticciolo deserto, congelato nella luce della luna, un cimitero di gusci galleggianti. Ho slegato la barca del nonno e ci sono saltato dentro e ho attraversato il lago per andare sull’isola, ma tu non c’eri. Ho cercato un segno, una traccia qualsiasi del tuo segreto, ma non ho trovato nulla.
Quando mi raggiunsero, al mattino, mi trovarono seduto sulla riva.
All’epoca pensavo che mio nonno fosse una vecchia quercia, ma quel giorno, proprio come un uomo, s’inginocchiò nella sabbia e mi abbracciò.
So quanto dovrebbe durare la traversata, e tuttavia, sotto il sole a picco, il tempo sembra durare diversamente. Più mi avvicino, più la cupola diventa grande, un sole di pietra che sorge lentamente sulle cime degli alberi.
Ci sono barche sparse sull’acqua come strani animali al pascolo, ma quando approdo sulla spiaggia la trovo deserta. E nel silenzio frinente imbocco il sentiero tra gli alberi, cammino attraverso le trine d’ombra che addobbano questo salotto galleggiante dalla verde eleganza, e voltato un angolo, scostata una bassa fronda, il santuario si rivela nella sua grigia solennità, una visione così grandiosa e improvvisa da togliere il fiato.
Un vecchio albero è caduto sfiorando la cupola e abbattendosi sulla facciata.
«La tramontana l’ha buttato giù» mi spiega il custode, impegnato a raccogliere calcinacci dal cortile. «Se n’è stato qui per tanto tempo, si vede che era arrivato il momento».
L’albero, un leccio secolare, giace su un fianco, l’intrico delle radici in vista. Sfioro l’antica corteccia riarsa dal sole, la pelle coriacea di questo alieno familiare. Sul tronco, c’è qualcosa.
«Signore?» La voce del custode non è più consistente di un ricordo.
Niente che mi circonda è vero quanto quello che ricordo, niente è vero quanto quello che è stato e che non esiste più.
«Si sente bene?»
Una mano, con un taglierino, ha inciso due lettere nel tronco dell’albero. Il tempo le ha rese scure, ma sono ancora leggibili. E vedo – mentre nella mia mente impazza una tempesta elettrica, e il mio cuore lotta dolorosamente contro se stesso – che la mano era la tua, il taglierino quello che tenevi sempre in tasca. Qui, proprio qui. Finalmente l’ho trovato, il tuo segreto.
Non ricordo di aver lasciato questo posto, il nostro posto.
Non ricordo quali azioni il mio corpo abbia compiuto, i movimenti che mi hanno permesso di tornare sulla barca, e ora in acqua.
È un meccanismo così delicato, una cosa viva, così facile da rompere. Io ti amavo e amavo la materia di te, i tuoi muscoli, i tuoi nervi, l’elettricità che faceva funzionare i tuoi pensieri, le membrane che, vibrando, producevano la tua voce e la tua risata. Amavo la complessa macchina vivente, perfettamente calibrata, funzionante, finché…
So che tua madre non ha più messo piede nella tua cameretta.
Quando mi guardo indietro vedo una piccola figura, una sagoma esile che cammina sul bagnasciuga, dove prima non c’era nessuno.
Il sole brucia il cielo, brucia l’acqua, e i miei occhi si chiudono nella luce spietata senza che possa oppormi: al corpo che mi ingabbia, alla stella che arde indifferente sul nostro fragile mondo, che gira e gira e gira senza che nessuno sappia il perché.
Ma per un attimo mi sembra di vederla, prima che il dolore, che la fibra stessa della realtà, mi costringano a distogliere lo sguardo: l’ombra che solleva una mano e, rimpicciolendo, mi saluta dalla riva dell’isola.
L’autrice
Francesca Della Bona è editor, redattrice, traduttrice e ghostwriter, collabora con i più grandi gruppi editoriali italiani, e i suoi scritti sono stati pubblicati sia in Italia che all’estero. Il suo sito, dove aggiusta e rammenda storie, è www.fralerighe.eu. L’isola nel lago è già stato pubblicato in inglese ed è stato candidato al Pushcart Prize.
Illustrazione di Carlotta Contino
