[Articolo precedentemente pubblicato su Specularia Dicarta numero tre]
Christopher Priest aveva raggiunto l’età di tremila miglia quando è morto a febbraio del 2024. Lungo questo suo percorso iniziato dal Cheshire, Inghilterra, ha pubblicato una ventina di romanzi e varie decine di racconti, ed è forse il miglior scrittore di speculative fiction anglofono di cui non avete mai sentito parlare, anche se probabilmente lo avete sfiorato molte volte senza saperlo. Le sue opere tradotte in italiano sono una parte minima e non hanno avuto grande diffusione, per questo ora che è scomparso vale la pena fermarsi sui binari e raccontare la sua storia.
Nel corso della sua carriera, Priest si è mosso in una zona di confine tra i generi che non rende facile definire la sua appartenenza. Se per molti romanzi si può parlare propriamente di fantascienza, altri hanno un taglio prettamente storico, per passare poi alle incursioni di mistery e thriller psicologico, fino a qualcosa di inquadrabile come realismo magico. Definirlo un autore di speculative fiction è comodo e mette sicuramente al riparo da ambiguità, ma di certo non esaurisce la sua produzione e non chiarisce il suo approccio alla scrittura. Per questo, una retrospettiva sulla produzione di questo autore più che dall’ordine cronologico dovrebbe partire dalla sua poetica. Nell’opera di Priest ci sono temi e personaggi ricorrenti, topoi e cronoi, sogni e ossessioni. Parleremo proprio di questi.
Guarda da vicino
C’è stato un momento in cui Christopher Priest sarebbe potuto diventare un autore mainstream. Era la fine del 2006 e al cinema era in programmazione The Prestige, diretto da Christopher Nolan sulla sceneggiatura di suo fratello Jonathan, che era basata proprio sul romanzo omonimo del 1995 di Priest. La nozione che il film fosse l’adattamento di un romanzo non ebbe però risalto. Il libro aveva avuto una moderata diffusione, quanto meno sufficiente a farlo arrivare nelle mani dei fratelli Nolan, ma quel fenomeno di deflagrazione retroattiva, che capita a volte quando un film basato su un libro incontra un grande successo, in questo caso non raggiunse la massa critica. In Italia per esempio, anche dopo l’uscita del film il romanzo è rimasto inedito per altri sei anni, ed è stato tradotto solo nel 2012 per un editore minore generalista, Miraviglia.
Di solito la storia del film viene descritta come la faida tra i due maghi Angier e Borden, interpretati rispettivamente da Hugh Jackman e Christian Bale. Al successo dell’adattamento hanno sicuramente contribuito il cast, l’ambientazione a cavallo tra il XIX e il XX secolo e la sfida a colpi di illusioni e giochi di prestigio che si fa via via più seria e pericolosa. E proprio l’illusionista è uno dei personaggi più ricorrenti nelle opere di Priest. Angier e Borden in The Prestige sono i più espliciti, ma anche in altri suoi romanzi compaiono prestigiatori o performer di vario tipo: in The Adjacent(2013) l’illusionista Tommy Trent (aka Lord of Mistery) viene convocato al fronte durante la Grande Guerra per aiutare l’aeronautica a scampare ai bombardamenti tedeschi; in The Islanders (2012) uno dei misteri intessuti nella scarna narrazione è la morte sul palco di Commis, non un mago ma un mimo, colpito durante una performance da una lastra di vetro in caduta.
Probabilmente più dell’estetica vittoriana mantello e cilindro, ciò che Priest cercava di evocare con questo tipo di figure era la capacità di mascherare, celare, distrarre. Infatti, Tommy Trent ha il compito di nascondere gli aerei inglesi ai nemici usando le sue doti da illusionista, mentre nello stesso libro il dottor Rietveld, con mezzi più scientifici, riesce a dislocare la materia in piani dimensionali vicini. Ancora, in The Glamour(1984) lo psicanalista cerca con l’ipnosi di ripristinare i ricordi perduti di Richard Grey e gli mostra come è in grado di rendere invisibile la sua assistente grazie alla suggestione; e anche Herbert George Wells (proprio lui: lo stesso che Trent ha incontrato sul treno per il fronte) riesce a maneggiare l’invenzione di Sir William Reynolds per convertirla da macchina del tempo a macchina-dello-spazio-invisibile-per-combattere-i-marziani (può sembrare uno sproloquio, ma ci torneremo). L’occultamento pare essere una delle doti principali dei personaggi di Priest, e non solo: anche dei suoi narratori.
Nei primi capitoli di The Prestige Alfred Borden dichiara nel suo diario l’assoluta fedeltà all’illusione e al segreto, paragonando questa invocazione iniziale all’atto del mago di mostrare le mani vuote nel palmo e sul dorso, fino anche a slacciarsi i polsini e mostrare le maniche della camicia, prima di eseguire il trucco. È proprio quel gesto iniziale a dare valore all’illusione, perché nonostante il pubblico sappia che è un atto puramente dimostrativo e che da qualche parte il trucco c’è, il dubbio di un marchingegno nascosto nella giacca renderebbe il mago poco credibile.
È solo grazie a questo Patto di Acquiescenza che il gioco di prestigio può funzionare. Così come è solo grazie al Patto col Lettore, la reciproca volontaria illusione data dalla sospensione dell’incredulità, che la narrazione può iniziare.
Ma mentre gli spettatori sono consapevoli di essere ingannati bonariamente dal performer sul palco, ai lettori le intenzioni del narratore sono celate. I narratori sono inaffidabili come Borden nel suo diario, o come lo scrittore Chaster Kammeston in quanto compilatore della guida turistica del Dream Archipelago (che non ha assolutamente niente a che fare con la morte di Commis!), o il protagonista/protagonista di The Affirmation (1981) che nel raccontare la sua vita inizia così:
Di questo sono sicuro:
Il mio nome è Peter Sinclair, sono inglese e ho, o avevo, ventinove anni. Già qui c’è incertezza, e la mia sicurezza cede. L’età è variabile; non ho più ventinove anni.
Una volta credevo che la natura empatica delle parole fosse garanzia di verità. Se potessi trovare le parole giuste, allora con la volontà appropriata potrei per asserzione scrivere tutto ciò che è vero. Ma ho imparato che le parole sono valide solo nei limiti della mente che le sceglie, pertanto tutta la prosa è una forma di inganno.
Possiamo fidarci degli illusionisti, ma non dei narratori, sembra volerci mettere in guarda Priest. E poiché ognuno è il narratore della propria storia, non possiamo fidarci di noi stessi.
Separati alla nascita
The Prestige è ampiamente conosciuto da quasi vent’anni, pertanto non si può considerare spoiler rivelare uno dei twist finali, ovvero che il mago Alfred Borden non è in realtà un mago ma sono due: Albert e Frederic, gemelli omozigoti, che hanno deciso di intraprendere la carriera dell’illusionismo e vivono essi stessi la loro illusione, alternandosi nella vita come sul palco e facendo credere a tutti di essere un’unica persona. Albert e Frederic Borden non sono gli unici gemelli che si trovano nelle storie di Christopher Priest, anzi.
In The Separation(2002) i due fratelli gemelli J.L. Sawyer (uno Joe e l’altro Jack) si trovano durante la Seconda Guerra Mondiale su versanti opposti: uno combatte attivamente come pilota della RAF, mentre l’altro guida le ambulanze della Croce Rossa. Ma come per i fratelli Borden, anche le loro identità si sovrappongono e si confondono, ancora di più quando è la stessa Storia (quella con la maiuscola) a prendere una strada diversa da quella che ci si aspetta: il pilota ha un incidente di volo e muore ma poi accompagna Winston Churchill (o uno dei suoi numerosi sosia?) all’incontro con Rudolf Hess per la proposta di un armistizio. E allora forse quell’incidente non è mai avvenuto, e J.L. ha sempre pilotato l’ambulanza e non ha mai guidato un caccia, oppure ha fatto entrambe le cose. Diventa difficile per due gemelli affermare con sicurezza dove sia la separazione. Vent’anni dopo questo romanzo, esce Expect Me Tomorrowe anche qui i protagonisti sono due coppie di gemelli: Adolf e Adler nei primi del ‘900 e Chad e Greg nel 2050, che sono a loro modo connessi attraverso il tempo e lo spazio.
Ma anche in assenza di fortuite circostanze di concepimento, è possibile trovare altri tipi e forme di gemelli: persone che sono noi in tutto e per tutto, tranne per il fatto che non sono il noi di qui, ma di un posto o un tempo leggermente diverso. I doppelgänger di Priest si manifestano in vario modo, a volte come sosia, altre come proiezioni, o ancora simulacri generati con la tecnologia oppure provenienti da una di quelle dimensioni adiacenti a cui Rietveld può accedere. Quando il fotografo Tibor Tarent (non Trent, ma il nome è così simile che…) vede passare la barella con il proprio cadavere sopra, è costretto a porsi qualche domanda: chi è morto, e perché? Chi è lui, l’originale o la copia? Esiste un originale? La stessa domanda su cui si chiude la vita di Robert Angier alla fine del film, dopo l’uso sconsiderato della macchina di Nikola Tesla. Quello che succede in The Prestige è uno scontro di doppi epocale: i gemelli che sono uno contro il singolo che si moltiplica: who would win? (A differenza del film, nel libro la faida tra Borden e Angier si protrae nelle generazioni successive e anche se alla fine i loro eredi si riconciliano, rimane lo spettro di un Angier semi-vivente e semi-immortale a tormentare le famiglie).
Ma la forma più subdola di doppelgänger è quella in The Affirmation. Quel Peter Sinclair che non crede nella verità della parola, e che raccontando la storia di sé stesso non può fare a meno che inventare e mentire proprio a sé stesso. Immaginare una vita che non ha mai avuto, in un’isola di un arcipelago che non esiste chiamata Collago, dove si può vincere l’immortalità alla lotteria, ma l’operazione che permette di ingannare la morte comporta la perdita della memoria, e pertanto a chi sta per subire il trattamento viene chiesto di scrivere un’autobiografia per mantenere la propria identità, ma se la parola non è verità assoluta e i narratori mentono, allora come può Peter fidarsi della vita che sta raccontando a sé stesso, in cui immagina di essere nato su un’isola che non esiste chiamata Inghilterra? Qual è il vero Peter Sinclair? O forse ce ne sono due, uno doppelgänger dell’altro, da una parte e dall’altra del mare dei sogni?
Sempre all’inizio del suo diario, Al+Fred Borden fa riferimento al vecchio prestigiatore cinese Ching Ling Foo famoso per il trucco con cui faceva comparire dal nulla una boccia piena di pesci rossi: le sue movenze incerte e l’aspetto fragile portavano tutti a credere che fosse impossibile che tenesse la boccia di vetro piena d’acqua serrata tra le ginocchia per tutto il tempo, eppure il trucco era proprio quello. Ancora di più, il vero trucco era mostrarsi sempre debole e claudicante in ogni situazione, anche fuori dagli spettacoli, in modo che la sua performance non potesse essere messa in dubbio. Per molti personaggi di Christopher Priest, la sovrapposizione tra realtà e finzione (illusione?), identità reale e fittizia (occulta?) funziona nello stesso modo. Albert e Frederic non esistono, insieme sono Alfred; Peter Sinclair esiste due volte, una da mortale e una da immortale; J.L. e J.L. sono stati durante la guerra carnefice e vittima di sé stessi.
È curioso anche notare come Jonathan Nolan, che ha adattato per il fratello regista The Prestige, abbia scritto anche la sceneggiatura di Memento (diretto sempre da Christopher; Nolan non Priest) che si basa ampiamente sulla stessa idea di automanipolazione della memoria e sull’inaffidabile narratore della propria storia. Evidentemente c’è un filo nascosto che unisce Christopher a Christopher e Nolan a Nolan. Non ci risulta però che i due Nolan siano omozigoti.
Ogni isola è un uomo
Molti autori hanno un loro universo narrativo a cui ritornano continuamente, a volte anche in modo effimero, con storie che non sono strettamente legate tra di loro ma attraverso accenni e suggestioni di ambienti, personaggi o eventi che ritornano, vengono citati o sottintesi. È un’abitudine che si ritrova più spesso nel fantasy e nella fantascienza, in cui viene data molta cura alla costruzione del mondo fin dalle fondamenta, ma questi shared universe si possono trovare anche altrove. Oltre ai casi più palesi di storie diverse ambientate nello stesso mondo (come Terry Pratchett o Brandon Sanderson) ci sono anche collegamenti più ambigui e sottotraccia, come molti libri di Clive Barker e i romanzi di Stephen King non del ciclo della Torre Nera che pure alla Torre Nera confluiscono in qualche modo. Proseguendo su questa analogia, il Medio-Mondo di Christopher Priest è il Dream Archipelago.
Il Dream Archipelago è un mondo adiacente al nostro, ma non nel senso del multiverso marveliano. È un mondo diverso ma riconoscibile, che ha delle visibili connessioni col nostro ma che non è accessibile in modo sistematico, anche se a volte può succedere che qualcuno transiti più o meno consapevolmente da qui a lì. È un mondo composto da due grandi masse continentali nelle parti nord e sud del globo e da una fascia equatoriale di isole: tante, variegate e distanti, sparse in mezzo a un oceano di non facile navigazione. In genere ogni isola è una nazione a sé, con l’eccezione di alcuni regni interisolani, e si trovano importanti differenze culturali, tecnologiche e ontologiche tra ciascuna. La navigazione da un’isola all’altra è possibile, ma non sempre affidabile: chi si mette in mare non sa se e quando arriverà, e se il viaggio lo porterà dove intendeva andare. Questo comunque non impedisce la nascita di traffici sia di merci che di persone, per commercio, ricerca o anche semplice turismo. Non impedisce nemmeno le guerre. E in particolare una guerra eterna che è in corso tra i due emisferi del mondo, al di sopra e al di sotto delle isole dell’arcipelago.
Succedono cose strane nel Dream Archipelago. Ci sono scultori di vento e mangiatori di loto, scorpioni ultravelenosi e torri senzienti, uomini immortali e vortici temporali. Non ci sono mappe del Dream Archipelago. Poiché sono prima di tutto inaffidabili, le mappe sono inutili, ma in certe isole sono anche proibite. Il modo più immediato per conoscere il Dream Archipelago è leggere The Islanders, che è configurato come una vera e propria guida turistica, che descrive le isole più importanti in democratico ordine alfabetico, illustrandone le caratteristiche principali, le attrattive, le ragioni per visitarle o starne alla larga, gli eventi e i personaggi più salienti che le riguardano. Quindi si potrebbe dire che The Islanders non è un romanzo.
Eppure anche una guida turistica ha un autore. Un narratore.Quello di The Islanders, o almeno della sua introduzione, è Chaster Kammeston, rinomato e acclamato scrittore di Piqay. E se abbiamo fatto attenzione, sappiamo che non dobbiamo fidarci dei narratori nemmeno quando raccontano della geografia, costumi e cucina locale di paesi che hanno visitato. Per cui dobbiamo chiederci se Kammeston (che poi potrebbe essere anche un nom de plume, no?) abbia altre intenzioni nel descrivere queste isole. Se la sua guida sia anche un’accusa. O una confessione. O una lettera d’amore.
In quanto nexus dell’immaginazione di Priest, il Dream Archipelago ritorna molte volte. Prima di tutto, prevedibilmente, in The Dream Archipelago(1999), una raccolta di racconti (non tutti ambientati nel Dream Archipelago, alcuni ripubblicati dalla raccolta An Infinite Summerdel 1979). Anche The Gradual(2016) si svolge nel mondo dell’arcipelago, partendo dal continente settentrionale, sotto il regime autoritario che impone la guerra con l’altro continente, a cui il protagonista vuole sfuggire viaggiando verso le isole. Lo stesso The Affirmation è in parte ambientato nell’arcipelago, perché l’operazione dell’atanasia che garantisce l’immortalità è eseguita sull’isola di Collago. E anche la pilota polacca che Tibor Tarent incontra in The Adjacent arriva da un’altra delle isole, Prachous.
Questi sono i riferimenti più evidenti, quelli ufficialmente dichiarati, ma prestando attenzione si possono trovare altri fili che uniscono le storie e i personaggi di Priest in molte delle sue storie. Come abbiamo già imparato, bisogna fare attenzione ai nomi, quando sono uguali o anche solo simili, perché probabilmente nascondono (ma nemmeno tanto) gemelli e doppelgänger, persone del nostro mondo adiacentizzate in quello del Dream Archipelago. Lo stesso Priest rivela, un po’ a malincuore, come la scrittrice Moylita Kaine (il cui primo successo è stato un romanzo intitolato The Affirmation) sia una proiezione di Ursula K. Le Guin (che nel nostro mondo conosceva Priest e ne ha recensito alcuni libri; nel Dream Archipelago il suo rapporto con Kammeston è pressoché invertito).
L’Arcipelago del Sogno è un mondo evanescente. Sarebbe semplicistico dire “onirico” come suggerisce il nome, perché i luoghi sono reali, i personaggi hanno un corpo, e gli eventi non sono allegorie. Eppure a differenza di molti altri autori che hanno pensato di inventare un mondo, Christopher Priest non è interessato a costruirlo, a crearne lore e cronistoria. Le cose non hanno necessariamente una spiegazione, perché non è con le nozioni che diventano più vere. Ciò che esiste esiste e basta, e siamo noi a decidere il livello di realtà da attribuirgli, così come Kammeston dichiara nell’introduzione alla guida:
Niente di tutto questo è reale, comunque, perché la realtà risiede in un regno diverso ed evanescente. Questi sono solo i nomi di alcuni luoghi nell’Arcipelago dei Sogni. La vera realtà è quella che percepisci intorno a te, o quella che sei così fortunato da immaginare.
Un sogno di iperbole
Non sorprende a questo punto che un’altra delle tematiche centrali nella produzione di Christopher Priest sia proprio la definizione della realtà. Naturalmente nell’ambito della speculative fiction Priest non è stato il primo né l’unico ad affrontarla, ma nel suo caso la questione è approcciata da diversi punti di vista e con molteplici intenzioni. Ci sono storie più classiche di “mondi virtuali” come A Dream of Wessex(1979) in cui viene creata una realtà artificiale in cui si può cercare una vita alternativa perdendo i ricordi di quella nel mondo “reale”. È probabile che questo suo lavoro abbia avuto un’influenza sul progetto del film eXistenZdi David Cronenberg (1999) di cui Priest ha scritto a seguire la novelization.
Livelli differenti di realtà sono anche i piani di esistenza confusi e sovrapposti su cui si fonda il Dream Archipelago e la transizione verso di esso. The Adjacent e The Glamour si basano in larga misura proprio su questa percezione di una realtà differente, nella quale è soprattutto l’identità personale a diluirsi fino a essere irrecuperabile. Il modo in cui Christopher Priest ha affrontato la questione delle realtà virtuali o simulate non è quello da Twilight Zone, in cui i personaggi improvvisamente si rendono conto di vivere in un mondo “finto”, piuttosto un approccio esistenzialista, più vicino a quello che spesso Philip K. Dick lasciava emergere dalle sue paranoie.
Forse la storia che lavora maggiormente sulla definizione di realtà, qui intesa anche come percezione del mondo, è Inverted World (1974), uno dei suoi primi romanzi che ha avuto anche un paio di remote edizioni italiane come Mondo alla rovescia(collana Sigma Fantascienza di Moizzi e poi Cosmo Oro di Nord), ma ormai fuori catalogo da decenni. Inverted World è uno dei più ambiziosi romanzi di matematica speculativa mai scritti, che racconta di un mondo che in seguito a un esperimento andato male cambia la sua configurazione dimensionale. La narrazione alterna capitoli in prima/terza persona per raccontare la storia di Helward Mann, cresciuto nella città semovente di Terra (e abbiamo imparato che le omonimie non sono casuali) che si sposta su rotaie per rincorrere il punto di Optimum che permette di mantenere l’equilibrio della materia. Per spostare la città quindi è necessario viaggiare continuamente in avanscoperta per mappare il territorio e costruire binari e ponti necessari. Spostarsi in avanti o indietro rispetto al moto di Terra però ha anche conseguenze più drammatiche, perché il tempo stesso scorre in maniera diversa nelle due direzioni.
Costruito brillantemente come una storia di formazione in un mondo impossibile dove il tempo si misura in distanza percorsa (uno degli incipit più memorabili di sempre si trova qui: Avevo raggiunto l’età di centocinquanta miglia), Inverted World demolisce volontariamente questa rigorosa e sconvolgente (oggi diremmo mindfucking ma sembra un termine poco appropriato alla caratura dell’autore) costruzione quando si aggiunge la prospettiva di un nuovo personaggio in un’altra città, che vede dall’esterno come la popolazione di Terra affronta la crisi. A quel punto la prigione di ferro nero della realtà diventa finalmente visibile, ma non per questo è possibile evadere. Perché anche quando un’illusione ci viene svelata, a volte è più comodo continuare a credere nella magia.
Ma quando mi sono guardato indietro
Un altro importante contributo di Christopher Priest è stata la divulgazione dell’opera di Herbert George Wells, di cui Priest fu un estimatore. Nel 1976 con The Space Machinepubblicava il suo maggiore omaggio al padre della fantascienza, con un romanzo che fa da crossover/prequel tra La guerra dei mondi e La macchina del tempo: un giovane rappresentante di accessori per automobili si trova per caso a viaggiare su Marte insieme alla assistente di un inventore e i due assistono ai preparativi per l’invasione della Terra, che poi cercano di sventare con l’aiuto proprio di H.G. Wells. E Wells compare di sfuggita come personaggio o riferimento anche in molte altre sue opere. Per alcune nuove edizioni Penguin dei romanzi di Wells, l’introduzione è stata scritta da Priest, che nel 2006 è stato eletto vicepresidente della H.G. Wells Society.
La sua produzione non è fatta solo di narrativa. Oltre ai romanzi e racconti (non tutti citati fin qui), ha scritto anche le novelization di film, tra cui eXistenZ e Corto circuito. Si è dedicato alla scrittura di non-fiction, come The Magic che racconta l’adattamento del suo romanzoin film a opera dei Nolan, An American Storyche affronta gli attentati dell’11 settembre dal punto di vista del resto del mondo, e The Book on the Edge of Foreverche documenta la travagliata storia della non-pubblicazione della mitologica antologia The Last Dangerous Visions curata da Harlan Ellison. I suoi romanzi hanno vinto premi internazionali in USA, UK, Giappone, Francia, Germania, Australia: Arthur C. Clarke Award, SF ga Yomitai, Grand Prix de l’Imaginaire, BSFA Award, World Fantasy Award, Kurd Lasswitz Award, Ditmar Award; quasi tutti i suoi romanzi sono finiti nella shortlist del Premio Hugo e/o Premio Nebula.
Viene da chiedersi quindi perché Priest non abbia il riconoscimento di critica e pubblico che ci si aspetterebbe da una carriera del genere. Anche escludendo il caso particolarmente deludente dell’Italia, in cui solo cinque dei suoi romanzi sono stati trasposti e tutti provenienti dalla sua produzione degli anni ’80, ignorando completamente (a parte The Prestige, ma solo in seguito al film) la sua produzione più recente, anche a livello globale il suo nome non è uno di quelli citati quando si parla dei grandi autori di fantascienza, o dei grandi autori e basta. Certamente il suo profilo e i temi da lui affrontati non lo rendono un autore da pubblico di massa, tuttavia anche a livello di critica il suo riconoscimento non è unanime.
Possiamo forse immaginare che Priest si sia trovato nelle sue milleottocentoventicinque miglia di carriera in una posizione un po’ ambigua. Inizialmente la sua indicizzazione è nella speculative fiction, soprattutto perché i suoi primi titoli si collocavano in modo più definito nell’ambito della fantascienza, con storie ambientate in un futuro distopico (Fugue for a Darkening Island, 1972) o con mondi invertiti, marziani o realtà virtuali. Questo lo ha portato probabilmente a essere classificato come autore “di genere” e a ricevere quindi il trattamento e la considerazione che di solito si riserva a essi. Dall’altra parte però, la sua scrittura non è mai stata quella immediata e parsimoniosa per struttura e stile che il pubblico medio della fantascienza si aspetta e gradisce. Per molti tratti invece, il modo di scrivere e di comunicare di Priest si avvicina più a quello che si ritrova nella literary fiction, con una evidente ricercatezza di linguaggio e una certa ermeticità dei temi. Ecco quindi che Christopher Priest non è abbastanza serio per la Letteratura Alta ma non è abbastanza nerd per la letteratura d’evasione, e si trova poco considerato dai due schieramenti, entrambi ignari di quanto potrebbero guadagnare dal conoscere e approfondire questo autore.
Adesso che Christopher Priest ci ha lasciato, possiamo guardare indietro alle sue storie e al suo lascito. Rileggendo anche a distanza di decenni le sue opere possiamo notare temi e meccanismi che se non hanno direttamente influenzato opere successive, di certo le hanno anticipate. È facile stabilire la connessione con i fratelli Nolan (non solo The Prestige e Memento ma anche Westworld), ma la si può trovare anche conDavid Mitchell e Cloud Atlas, JJ Abrams e La nave di Teseo, Robert Kurvitz e Terrible and Sacred Air(da cui il gioco Disco Elysium), e la sua produzione si può comodamente accostare sullo scaffale al filone new weird più intimista come il China Miéville di L’uomo del censimentoe il Jeff Vandermeer di Colibrì Salamandra. Ricchezza e complessità della scrittura, profondità della ricerca storica e universalità dei temi, poetica coerente e carriera solida, dovrebbero portarlo a essere paragonato ad autori come Ian McEwan, Margaret Atwood, Kazuo Ishiguro, Roberto Bolaño, Italo Calvino. Ma non è andata così, a Terra. Forse le cose sarebbero state diverse su Piqay, e Chaster Priest lo sapeva.
Bibliografia:
https://christopher-priest.co.uk
https://books.google.it/books?id=VmoLEAAAQBAJ
https://www.theguardian.com/books/2011/sep/30/the-islanders-christopher-priest-review
https://unknowntomillions.blogspot.com/2016/11/christopher-priest-affirmation.html
http://unknowntomillions.blogspot.com/2014/08/christopher-priest-adjacent.html
L’autore
Andrea Viscusi è uno scrittore, editor e divulgatore specializzato in speculative fiction. Dal 2008 ha pubblicato quattro romanzi e un centinaio di racconti per vari editori. Come Story Doctor parla di libri, editoria e scrittura su youtube e tiktok. Con Angela Bernardoni conduce il podcast Reading Wildlife e insieme hanno scritto il saggio Fantascienza – Storia delle storie del futuro. Ha fondato la rivista Specularia. Quella che stai leggendo adesso.
Illustrazione di Benedetta Baroni
